I treni non erano in orario

metro-262969_1280

La prima a parlare sei stata tu e io ti voltavo le spalle mentre eravamo tra un vagone e l’altro, in attesa di scendere.
“È inutile correre, tutti i treni sono in ritardo di un’ora”.
Io mi sono girato, ti avevo già riconosciuta dalla voce e poi dal viso. Mi aspettavo che tu facessi altrettanto, pensavo di vedere una sguardo stupito, due occhi sgranati, la bocca aperta, pronta a far uscire due parole, due soltanto:
“Ma tu…”
E io avrei risposto con altre due, due soltanto:
“Sì, io”.
Ma non mi hai riconosciuto, eri preoccupata di più per la coincidenza ferroviaria che non la nostra, assolutamente fortuita.
Ho cercato di farmi riconoscere muovendo la testa in tutte le direzioni, pronunciando parole che lo so, ti avrebbero colpito ma la tua resistenza ha generato in me qualche dubbio.
“Sto forse sbagliando? Sì, è vero, adesso ha il volto un po’ più affilato ma è lei, gli stessi capelli, lo stesso naso con le narici larghe. E poi quelle ballerine ai piedi, che io ho sempre trovato orribili. Lo zaino! Sì, quello che usava per i viaggi in moto e il piumino bianco, facile a sporcarsi. Forse i chili persi li ha messi sulle cosce, non la ricordavo così”.
Un gesto ha fugato ogni dubbio ed è successo quando hai calcato sulla testa il cappello di feltro grigio, quello che avevi preso durante un viaggio in Germania.
“Sei sicura che tutti i treni lo siano?”
“Lo dice l’app. Non so se sbaglia. Ad ogni modo, se la coincidenza parte puntuale io l’ho già persa”.
Hai alzato gli occhi, mi hai guardato e pensavo che da te uscissero tre parole, tre soltanto:
“Ma tu sei…”
E io avrei risposto con altre tre:
“Sì, sono io”.
Invece siamo scesi, i nostri treni, anche se in orari diversi partivano tutti dallo stesso binario e quindi abbiamo camminato lentamente. Il tabellone parlava chiaro, dovevamo restare lì, a guardarlo, con la speranza che questa azione facesse diminuire il ritardo.
“Ha guadagnato qualche minuto?” ti ho chiesto.
“No, ma l’importante è che non aumenti”.
Abbiamo trascorso un’ora tra un binario e l’altro, congiungendoci e allontanandoci, sorridendo e scambiando qualche informazione con altri pendolari.
“Adesso sì, adesso mi ha riconosciuto” ho pensato mentre l’altoparlante annunciava il treno in arrivo. Mi aspettavo quattro parole, anzi cinque:
“Tu sei Michele, vero?”
E io ti avrei risposto con altre quattro:
“È vero, sono Michele”.
Invece sei solo venuta a salutarmi:
“Ecco il mio treno, mi avvicino…arrivederci allora”.
“Ciao”.
Sei andata sotto il cartello che indicava il punto di fermata del vagone cinque e io ho riavvolto il mio calendario personale, andando indietro di oltre dieci anni, per capire come abbiamo fatto a diventare così indifferenti, quale sia stata la causa della nostra mancata coincidenza, cosa ci ha fatto deragliare, quale sia stato il guasto lungo la linea. Forse fu solo uno sbalzo di tensione, una diverso potenziale. E infine, abbiamo preso treni diversi.

Lungo o corto?

“Quanto deve essere lungo un romanzo?”
A questa domanda google risponde con circa 2.100.000 risultati.
A dire il vero a me non ha mai interessato. Forse voi vi siete mai chiesti quanto deve essere grande un’anguria?  L’importante è che sia buona e se le dimensioni sono piccole puoi sempre aprirne un’altra.
Qui ne parlo brevemente, contento per aver trovato dei romanzi lunghi quanto un telefilm, romanzi da prima serata, un’interessante proposta della Intermezzi Editore.

Arrivederci Waterville!

Arrivederci Waterville! è un mio breve romanzo che ha vinto la terza edizione del Premio di Letteratura per Ragazzi “Olga Visentini”.
Lo so, l’Italia è un Paese di santi, poeti, navigatori, eroi … evasori fiscali e premi letterari. Per cui, non è che vincendo un premio si aprano le porte delle case editrici. Tuttavia, questo riconoscimento ottenuto aveva una particolarità: era stato premiato con il primo posto dalla giuria ufficiale e anche con la Speciale Giuria Ragazzi, cioè coloro a cui è destinata la lettura.
Questa è stata la motivazione della giuria:

“La circolarità dell’opera, fresca e scorrevole come l’acqua protagonista, dà l’idea di un breve romanzo con spunti fantasy. Fiaba contemporanea, in cui il valore dell’acqua emerge dai gesti quotidiani, dalla semplice vita del villaggio. Creatività e fantasia sono notevoli e l’intreccio appassiona e incuriosisce. La dettagliata descrizione dei personaggi si avvale di uno stile ricco, veloce e piacevole.
E’ ben evidenziato come, a differenza della società contemporanea, la comunità di Waterville sia solidale e viva in armonia anche nelle estreme difficoltà.”

Prima dell’esito del concorso l’avevo spedito a qualche casa editrice tra cui la gentilissima Coreebok che mi propose l’edizione digitale, proposta che declinai proprio perché in quei giorni mi arrivò notizia del risultato del concorso.
Mi ero detto: “Chissà…non significa nulla, certo, può essere migliorato ma magari qualche casa editrice potrebbe essere interessata e stampare un volume tradizionale”.
Ma a quanto pare non è così. Ho ricevuto solo una proposta da una casa editrice senza distribuzione, con un quantitativo minimo di copie da acquistare e una scarsa attenzione, valutata nel corso di un paio di telefonate. Una proposta che ho rifiutato perché alla fine, venderei molte più copie e visibilità con il self publishing.
Nonostante tutto, una dinamica maestra di Boretto, durante l’anno scolastico 2013/4 ha usato il libro (quello stampato dall’organizzazione del concorso) con i ragazzi della 5° B. Mentre uno leggeva ad alta voce la parte che si era preparato a casa, gli altri potevano disegnare liberamente alcuni momenti o personaggi della storia.
E questo dà molta più soddisfazione di un libro stampato.

Come ingannare la morte

Nel nuovo secolo mia nonna ci entrò a piedi uniti, come un mediano sul centravanti avversario. Era nata nel 1893 e un tempo io mi divertivo a giocare con la sua data di nascita.
“Nel 1893 Paul Verlaine era ancora vivo, magari l’ha anche visto” pensavo. Del tutto improbabile, considerato che lui viveva in Francia e mori quando mia nonna aveva solo un paio d’anni. Ma era bello giocare con i nomi illustri del passato e pensare a quanto potevano essersi avvicinati a mia nonna, temporalmente e perché no, anche fisicamente, per puro caso.

Nei lunghi pomeriggi trascorsi fianco a fianco, sul divano di pelle, o sulla “tomana”, come la chiamava lei, mi raccontava dei suoi fidanzati morti per la spagnola, di quelli segati in due dalle mitragliatrici, di quelli che le facevano la serenata sotto casa con chitarre e mandolini.
Mi raccontava dei suoi nove fratelli e di lei che era l’ultima di dieci, di quanti funerali aveva assistito, quanti corpi aveva vegliato. Di suo padre al quale dava del “voi”, che riusciva sempre a dormire tranquillo perché prendeva le cose come venivano.

Compiva 52 anni quando nel Sol Levante provarono ad aggiungere un nuovo sole e chissà se lo aveva visto, chissà se mentre soffiava sulle candeline o rivolgeva un pensiero alla sua primogenita morta tre anni prima sentì qualcosa rimbombare sotto i piedi, un bagliore lontano, una brezza fra i capelli. Era solo a metà della sua vita, non so dire se la seconda sia stata meglio della prima, se la prima peggiore della seconda. La vita va valutata interamente e lei la visse a lungo.
“Tutti mi chiamano Vittoria ma il mio nome è Anna” diceva ogni tanto.

Forse sta lì il segreto, nell’usare un nome falso per ingannare la morte.
Buon compleanno nonna.

Trentasei anni fa

Trentasei anni fa forse avevo qualche centimetro in meno di statura ma molti più capelli e quindi ero alto uguale. Avevo anche la ragazza. Si trattava forse della seconda, terza o quarta ma comunque era la prima per l’impegno costante dei miei pensieri. La prima con la quale mi attaccavo alle pareti, sotto il primo piano del condominio, nascosti dalla vista delle persone ma non dagli spifferi d’aria.
Trentasei anni fa suo padre le disse:
“Ma che fate li sotto, attaccati come manifesti? Andate a farvi un giro, no?”
E noi siamo andati a fare un giro, e poi un altro e quando siamo tornati abbiamo visto suo padre sul balcone, con gli occhi spiritati alla Mussolini, che gridava al cielo:
“A quei lì…a quei lì bisogna taiarghe i coioni a fettine sottili, come le seole!”
Per fortuna non ce l’aveva con noi ma un brivido lo provai.
Trentasei anni fa morirono 85 persone e a quel tempo non c’erano califfati. C’era solo follia, come adesso.