Scrivere per amore

O scrivere di amore? Che poi, capire cos’è l’amore è una faccenda sempre più complicata e difficile.
Così come sarà ardua la lotta in questa competizione. Ma io, che per natura mi nutro di poco e colgo la soddisfazione massima nelle piccole cose, lo ritengo già un successo.

Per competizione intendo il premio letterario Scrivere per amore, giunto alla ventiduesima edizione.

Questi sono i volumi selezionati dalla giuria:

  • AMORI SOSPESI DI ALBERTO ASOR ROSA
  • CHIEDI ALLA LUCE DI TULLIO AVOLEDO
  • OGNI SPAZIO FELICE DI ALBERTO SCHIAVONE
  • IL CORSO DELL’AMORE DI ALAIN DE BOTTON
  • RAGIONE E SENTIMENTO DI STEFANIA BERTOLA
  • IL GIRO DEL MIELE DI SANDRO CAMPANI
  • L’AMORE PRIMA DI NOI DI PAOLA MASTROCOLA
  • PERDUTAMENTE DI IDA AMLESÙ
  • L PRINCIPIO DELLA CAREZZA DI SERGIO  CLAUDIO PERRONI
  • NEI MIEI GIOCHI DI FANTASIA DI PAOLO PERLINI
  • LA NOSTALGIA DEGLI ALTRI DI FEDERICA MANZON
  • IERI, EILEEN DI FABIO IZZO
  • LA POZZANGHERA DI ULISSE DI FRANCESCO BUTTURINI
  • UN SOLO PARADISO DI GIORGIO FONTANA
  • VOI DUE SENZA DI ME DI EMILIANO GUCCI
  • LA NATURA DELL’AMORE DI JOHN BURNSIDE
  • IL TACCUINO SEGRETO DI ROMEO E GIULIETTA DI FABIO PIUZZI
  • CICATRICE DI SARA MESA

La regola del tre

 

Quando erano scaduti i tre anni lei si presentò a casa sua con un cofanetto di legno intarsiato.
“Oggi sono tre anni” gli disse.
“Sì, sono tre anni”.
“Ti ricordi quando mi hai detto che io assomigliavo a un tre?”
“Sì, lo ricordo. È stato proprio tre anni fa. Te lo dissi per la bocca, per la forma delle tue labbra, sottili quelle superiori e morbide quelle inferiori”.
Lei sorrise e appoggiò il cofanetto sul tavolo.
“Cosa c’è lì dentro?”
“Il tuo cuore”.
Istintivamente lui si portò la mano al petto. Batteva ancora, fece un sospiro e poi si passò la mano sulla fronte.
“Ma che stai dicendo? È ancora qui!”
“Sciocco. Ci sono tutti i tuoi regali preziosi: anelli, collane, bracciali”.
“E perché?”
“Per la regola del tre”.
“Non capisco. Che c’entra le regola del tre?” disse portandosi di nuovo la mano sul petto. Questa volta lo sentiva battere forte. Gli pulsava anche la gola e le parole uscivano a fatica.
“La regola del tre dice che un amore dura tre anni. Il primo è fantastico, il secondo mediocre, il terzo da incubo”.
“Continuo a non capire”.
“È finita, mi dispiace. Forse era meglio se avessi avuto le labbra a forma di otto. Ma non preoccuparti, fra tre anni mi dimenticherai. La regola del tre vale anche per questo”.

Ascoltando Federica Flavoni

Quello che raccomandano illustri letterati o anonimi cinesi, io l’ho fatto: ho piantato un albero, ho fatto un figlio, ho scritto un libro. Siccome mi è piaciuto tanto, queste cose le ho fatte almeno due volte.
Però nella vita ho fatto anche dell’altro. Ad esempio:

  • ho tagliato da solo un albero alto quindici metri;
  • ho passeggiato sui vecchi coppi di casa e non sono caduto;
  • ho percorso con mio figlio il Camino Ingles verso Santiago;
  • ho mangiato un gelato in Norvegia;
  • ho visto Napoli e non sono morto;
  • ho imparato almeno 5 Notturni di Chopin;
  • ho dimenticato almeno 2 Notturni di Chopin;
  • ho suonato l’organo a un matrimonio, ho fatto il fotografo a un altro matrimonio e alla fine hanno divorziato tutti;
  • ho intervistato un regista.

Recentemente mi sono superato e per CrunchED ho intervistato un’attrice, Federica Flavoni.

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Terra di conquista

panirlipe-donnavolanteSiamo fermi al semaforo, davanti a tutti, come piloti di formula uno: io nella corsia di sinistra, tu in quella a destra. Ti vedo mentre ripassi il trucco, controlli il telefono, sbuffi e regoli il volume della radio. Sembri impaziente di partire, forse sei in ritardo ma dobbiamo aspettare, c’è qualche lavoro in corso.
Io non ho fretta, non l’ho mai avuta, tu invece sì.
Per mesi mi avevi assillato con proposte, messaggi, lettere, cartoline, due telefonate. Avevi assoldato anche Luca, il tuo migliore amico, che suonava il basso con me. Ed era stato lui a dirmi:
“Perché non vuoi metterti con Francesca?”
“Perché sono appena stato lasciato e non voglio impegnarmi di nuovo”.
“Dimenticheresti più in fretta…”
“È questo il problema: forse non voglio dimenticare”.
Lui era rimasto zitto, non aveva più armi a disposizione. Alla fine ne tirò fuori una ad effetto.
“Guarda che Francesca è una che pompa bene” e mi fece l’occhiolino.
Con me non poteva usare un’espressione peggiore, rifiutai di nuovo, senza difficoltà.
Ma poi arrivò l’autunno, iniziarono a cadere le foglie e anche le mie resistenze. Non so come sia successo, ricordo che eravamo rimasti da soli in un boschetto, io con la mia Vespa, tu con la Graziella, e tra un salice e un pioppo nero ti dissi:
“Va bene, ci sto”.
Giusto il tempo di ricevere un bacio sulla guancia, un’altra telefonata, un’uscita in compagnia e poi iniziarono le scuole.
Durante la prima ricreazione, Luca, il tuo migliore amico, il mio bassista, si avvicinò e mi disse:
“Sai, Francesca ha detto che forse è meglio lasciare perdere. Tu sei a scuola tutto il giorno, non avete tempo per vedervi, siete sempre distanti e quindi…”
E quindi finì lì. Io ero stato terra di conquista e il tuo scopo l’avevi raggiunto. E adesso, con il semaforo verde e i bassi dello stereo che fanno vibrare i sedili, parti veloce.
Sì, pompi bene, sull’acceleratore e sul volume.

Come una spumiglia

“Ci siamo già incontrati?” mi chiede la brand manager mentre ci fa accomodare.
Vorrei dirle di sì, certo, ci siamo già incontrati. Ma come? Non ti ricordi più i baci nell’androne del palazzo, gli abbracci nel sottoscala, le lettere, le camminate? Non ti ricordi di quella volta, che la luna era già visibile e piena nel primo pomeriggio?
“ Sembra una spumiglia” avevi detto.
Ma è passato troppo tempo e io sono cambiato. Anche lei è cambiata: quei capelli lunghi di cui mi ero innamorato li ha tagliati corti e li tiene così ormai da trent’anni. Lunghi un centimetro, forse poco più. Un taglio che poche donne possono concedersi, quasi da infestazione di pidocchi. Un taglio che, quando l’ho vista, dopo due anni che mi aveva lasciato, mi aveva fatto inorridire. Tuttavia lei è rimasta ancora uguale, quell’acconciatura l’ha invecchiata di colpo e così è rimasta.
“Non credo” le dico, “è la prima volta che le nostre aziende lavorano insieme.
“Uhm…forse in passato. Vabbè, non ha importanza” dice tagliando l’aria con la mano.
Il mio collega le introduce il progetto, lei lo segue con attenzione ma ogni tanto getta lo sguardo su di me.
Poi arriva il mio turno. Inizio a spiegarle il nostro lavoro, quello che abbiamo studiato per la sua azienda e me ne accorgo, sta ricordandosi di me, per come parlo, per come mi muovo, per come lascio cadere le parole.
Ad un certo punto appare rapita, come lo era quando stava con me e mi fissava a lungo, con lo sguardo bloccato sui miei occhi. Si slaccia il primo bottone della camicia, si alza e va a prendere una bottiglietta d’acqua. Sì, è imbarazzata.
Alla fine, quando ho concluso la spiegazione ed è ormai tempo di andarsene, dice:
“Eppure…no, non fa nulla. Mi lasciate i vostri biglietti da visita? Me li avete già dati?”
“No, ecco il mio” dice il collega.
“Purtroppo io li ho terminati” dico fingendo di cercarli nel portafogli, “ma faccia pure riferimento a lui”. Per evitare di ripeterle il nome faccio una battuta sul panorama che si gode dalla vetrata, vicino alla porta d’uscita.
“Sì, è uno spettacolo. Alla sera, prima di tornare a casa mi fermo spesso a guardare le stelle”.
“Adesso c’è pure la luna!” dico indicandola con un dito.
“È piena” aggiunge il mio collega.
“È bellissima” mormora lei, e sembra sul serio incantata. La lasciamo lì, noi apriamo la porta e non riesco a trattenermi.
“Pare una spumiglia” dico.
Lei si volta di scatto ma io sono uscito, sono già sulle scale.

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