Tag: mani

Camminavamo

Camminavamo. Non ce lo aveva ordinato il medico ma suo padre, che era stanco di vederci sotto casa, “attaccati ai muri come manifesti” diceva lui. E quindi andavamo in giro per il quartiere, in centro città o dove capitava e quando faceva buio tornavamo ad incollarci alle pareti.
Camminavamo, e lo si faceva tenendosi per mano, io con la destra e lei con la sinistra, fino a quando per il sudore la presa si allentava e allora ci davamo il cambio: io le prendevo la sinistra e lei mi porgeva la destra.
In casa sua ci entrai solo una volta, forse due e per pochi minuti. In casa mia lei ci entrò due volte: la prima perché dovevo prendere dei dischi e prestarglieli. La seconda per mangiarci una pizza insieme ad una comune amica.
Ma a noi piaceva camminare, fino a quando ci sudavano i piedi e pure le mani. E ci piaceva restare incollati come lucertole alle pareti sotto casa, giocare con le correnti d’aria e qualche volta pure con l’ascensore.
Camminavamo senza essere mai stanchi, fino a quando giunti ad un bivio le nostre mani sgusciarono, come solo i pesci sanno fare. Io presi una direzione e lei l’altra, e ci lasciammo così,  con le mani umide e appiccicose.

Divertimenti #6 – 1° variazione

Accappatoio – attesa – insultipanirlpie_cuffsb1

Stava impastando dei muffin al cioccolato quando sentì dei rumori nell’appartamento di sopra. All’inizio un calpestio rapido, come quello dei tacchi a spillo, poi del trambusto, risate e musica ad alto volume.
“I miei amici fanno festa” disse lavandosi le mani.
Dopo aver infilato i dolci nel forno si diresse verso il guardaroba. Scelse un abito chiaro, un cappellino con la veletta e lunghi guanti. Prima di uscire si osservò allo specchio. Sì, il filo di trucco le donava.
Salì al piano di sopra, suonò alla porta e venne accolta dai numerosi amici:
“Madam Blanche! Finalmente…”
Distribuì baci a tutti, conversò con i vecchi amici e con quelli appena arrivati.
“Madame, il tuo ultimo lavoro è eccezionale” le disse Nerval, “un’ottima interpretazione”.
“Tsk! Se mi volevi bene come una volta, avresti usato parole più carine. Comunque vieni qui, ti do un bacio” disse quasi con disappunto.
Dopo qualche ora salutò la padrona di casa.
“Ciao Maga, devo scendere”.
“Mi dispiace che te ne vai… tu porti la pace. Vedi, adesso stanno già volando degli insulti” disse indicando una coppia che litigava.
“Tornerò presto, ciao”.
Scese nel suo appartamento, fece una doccia e poi indossò un accappatoio bianco.  Si profumò di vaniglia, addolcì le labbra con del burro cacao e per cinque minuti valutò la sua figura davanti allo specchio.
Di sopra la festa continuava ma lei scese al piano di sotto, premette un minuscolo pulsante vicino al campanello e poi aprì la porta.
“Tesoro?”
Con disinvoltura andò verso la camera da letto. Ammanettato alle sponde del letto c’era un uomo.
“E’ da tanto che stavi in attesa?”
“Abbastanza”.
“Non succederà più, te lo prometto. Purtroppo ho avuto una riunione di lavoro. Il nuovo direttore mi fa impazzire”.
Si sfilò l’accappatoio e gli salì sopra.
“Sei tutto bagnato! Cosa hai fatto? Ti sei alzato? Uhm…impossibile” disse, sincerandosi però che le manette fossero ben chiuse.
“E’ sudore, mi manca l’aria, il respiro…dovresti abbassare…”
Affondò le unghie sul suo collo, fino quasi a farlo sanguinare.
“Mi vuoi bene? Mi vuoi sempre bene? Dimmelo”.
“S-sì, ti voglio bene, perché non dovrei?”
“Bravo, non te ne pentirai”.
Tirò fuori la lingua, leccò il sangue e poi scese lentamente.
“Sei caldo…quasi scotti” gli disse.
“E’ solo la temperatura, devi abbassare il termostato. Sembra di essere in un forno” sussurrò l’uomo.
Lei alzò la testa, rimase un attimo sovrappensiero.
“Ops…i muffin! Li ho dimenticati nel forno. Tesoro, devo andare, ci vediamo più tardi”.
“Aspetta! Liberami, ti prego! Non ce la faccio…non ce la faccio più…”
Riprese in fretta l’accappatoio e fece per uscire, ignorando le suppliche dell’uomo. Prima di chiudere la porta si fermò davanti alla centralina del riscaldamento. E mise la temperatura al massimo.

Divertimenti #5

Cinque – passione – ascolto.

L’uomo stava in piedi e fumava una sigaretta, anche se i cartelli appesi nel locale parlavano chiaro: fumare era vietatpanirlipe_sewingo, per legge e anche per buon senso. Ma lui era il figlio del padrone e come aveva imparato fin da piccolo, le leggi si possono anche ignorare.
Osservava dall’alto la ragazza che piegata sul tavolo cuciva due pezzi di cuoio. Per lei era il primo giorno di lavoro, sudava freddo ma non lo faceva capire.
“Cerca di metterci un po’ di passione” le disse.
“Come?” chiese la ragazza con un forte accento straniero.
“Più passione! Capisci cosa voglio dire?”
“No, io non capire”.
L’uomo osservò la scollatura inesistente della ragazza e i suoi seni che protestavano sotto il grembiule.
“Qui” disse l’uomo allentando il secondo bottone della camicia.
Lei non disse nulla, le scappò un sorriso di circostanza, come è solito vedere nelle ragazze orientali.
“Quante dita hai nella mano?”
Cinque” rispose sbalordita per l’insulsa domanda.
L’uomo si guardò intorno per vedere se c’era qualcuno. Le altre ragazze avevano appena lasciato il locale, la sirena era suonata da poco. Lui prese le cinque dita della ragazza e le appoggiò sulla patta dei proprio pantaloni.
Lei capì.
“Ti sei svegliata finalmente! Se mi dai ascolto vedrai che la tua vita cambierà”.
Gli allentò la cintura e poi abbassò i pantaloni. Lo tirò verso di sé, giusto per infilare la cintura sotto la cucitrice e poi mettere al massimo dei giri la macchina.
“Più passione signore, deve metterci più passione con le ragazze”.
Si tolse il grembiule e glielo avvolse stretto intorno al volto, fino a fargli mancare il respiro. Poi uscì, ridendo di quell’uomo che goffamente sobbalzava sulla macchina da cucire.

Gli anni sulle mani


Dai denti.
L’età dei cavalli ma anche degli altri animali, si stima osservandone le arcate dentali. E’ stato studiando la dentatura delle mummie che gli antropologi hanno stabilito l’età di alcuni faraoni.
Chi non è caro agli dei ed ha la fortuna di invecchiare, facilmente non ci arriva con i suoi denti e già in vita è possibile capire se una persona ha le sue punte originali, se dispone di protesi o se ha effettuato sbiancamenti al perossido.
È anche facile capire se una donna è ricorsa a qualche ritocco estetico. Basta che abbia le labbra a canotto e un’espressione che ricordi qualche personaggio televisivo.
E lo stesso vale per gli uomini: non c’è parrucchino, toupè o tinta che sfugga al mio occhio clinico.
Tuttavia c’è una parte del nostro corpo che invecchia e sulla quale non si possono fare ritocchi. A poco valgono le creme e i chirurghi plastici non se ne sono mai occupati in termini di bellezza: le mani.
Le dieci dita rivelano l’età di una persona. Una splendida cinquantenne può anche mantenersi in forma e giovane, avere un aspetto sbarazzino e solare ma le mani sono impietose. Fanno le grinze, si macchiano, s’ingrossano. Le dame di gran classe una volta indossavano i guanti per questo.
Ricordo molte mani. Quelle di Chiara erano piccole e paffute. Qualche volta le aveva ancora impiastricciate di inchiostro e sulla tastiera lasciava delle piccole macchie blu.
Sua cugina Virginia le aveva più sottili ma spesso arricchite di gomma pane, pongo, das o caccole del naso. Suo fratello Luca le teneva più in ordine e profumavano di sapone. Le mani dei bambini dicono tante cose, ti raccontano quello che hanno fatto durante la mattina, se hanno giocato in palestra o se hanno disegnato con le tempere. Ti dicono se sono bambini vivaci o tranquilli.
Cecilia le aveva piene di anelli e appesantite da una decina di braccialetti. Le dicevo che con tutto quel peso le sarebbe venuta la tendinite. Mentre suonava io osservavo gli anelli, uno ad uno. Quello d’argento, liscio e sottile. Quello con il brillante e l’altro dorato. E poi l’anello doppio che avvolgeva l’intera falange del medio. Mi piaceva quello verde e poi l’altro artigianale, quello che le avevo regalato io, portato a casa dal viaggio di nozze. Non mi piacevano quelli che teneva alle estremità, sui pollici e mignoli. Osservavo gli anelli i quali però offuscavano la bellezza delle dita, ben calibrate, di una misura adeguata, non troppo sfacciata.
Mara aveva le mani di una splendida cinquantenne, cioè di una donna invidiabile per il fisico, l’aspetto ancora giovanile, la scollatura generosa ma purtroppo, con le dita che portavano i segni del tempo, dei numerosi ammolli, qualche macchia, delle grinze.
Suo marito Carlo le aveva ben curate, senza cuticole. Le mani di un direttore di banca, con le immancabili lentiggini che rivelavano la sua età pensionabile. Eppure ancora toniche, mature ma non cadenti.
Lisa le aveva bagnate, rivelavano la sua tensione e passava ripetutamente un panno sopra la tastiera per togliere il sudore.
Lui, Alberto, aveva le mani da vero uomo, da pugile. E lo era. L’avevo visto demolire con un pugno un cestino dei rifiuti e poi sbrecciare il muro della palestra. L’avevo anche visto sollevare di peso un uomo, prendendolo per il bavero. Aveva due mani che erano badili, un po’ secche, bisognose di cure, creme emmolienti. Sulla tastiera slittavano bene, con qualche problema sui tasti neri che compensava con l’agilità.
Lucia aveva delle mani perfette. Sono passati vent’anni e di sicuro ha le stesse dita di allora. Sottili, lisce, perfette, arricchite da un solo anello. Per quelle mani il tempo non passa mai.

Colleziono mani…su, avanti, speditemene qualcuna.

Racconti provenzali: Il Duetto

Lei è stupenda. Con l’abito da sera scollato dietro, le scarpe con un tacco adeguato all’occasione e i capelli raccolti, dimostra molto meno dei suoi possibili cinquant’anni.
È una prolunga del pianoforte ma non ne ha soggezione. Non si abbandona a quei movimenti che caratterizzano i pianisti in estasi. È lei a mandare in visibilio il pianoforte, a farlo rabbrividire, a fargli tremare ogni fibra del legno, a solleticare i filamenti più brevi di ogni corda.
Lui, il violinista ci sa fare. È corpulento, massiccio ma dal baricentro alto. Si muove con grazia abbracciando lo strumento ma è una serata sfortunata: un forte raffreddore lo condiziona e durante le sue pause, o al termine di ogni pezzo deve ripetutamente soffiarsi il naso o imboccare una caramella.
Il teatro, recentemente ristrutturato, è famoso per la sua eccezionale acustica e si inebria dei vapori dell’olio balsamico, gocce di eucalipto e pastiglie al mentolo.
” Qual è il sinonimo di acustica riferito agli odori?” mi chiedo mentre il pubblico applaude e il violinista s’inchina.
In lui qualcosa non mi convince. Nel suo caso è l’abito che fa il monaco. Se indossasse un grembiule bianco e il berretto sarebbe un perfetto salumiere. Con una giacca militare verde sarebbe un guardiacaccia severo e rigoroso.
Con la giusta divisa farebbe la sua perfetta figura in ogni situazione, anche al pianoforte, e scommetto che è capacissimo di suonarlo, forse in maniera esuberante, pestando sui tasti ma di sicuro se la cava egregiamente.
Al termine del concerto segue il rinfresco nel foyer del teatro.
Mi avvicino a lei. Potrebbe avere cinquantacinque anni e dimostrarne dieci di meno. Ma potrebbe anche avere quarantacinque anni e portarli con disinvoltura.
Mi dilungo ad osservare le sue mani che reggono la coppa di champagne o che s’intrecciano dietro la schiena, prolungando otticamente la profonda scollatura. Le mani sono impietose, non nascondono l’età e quelle dita dicono tutto.
In questa accurata osservazione vengo distolto dal violinista. Su una mano tiene lo champagne, sull’altra una tartina, per poi prendere una pizzetta, un’oliva, dei rissoles ai funghi, un salatino, soufflè e timballi. Al ritmo di un Allegretto ingoia senza pause, senza ritornelli.
Il raffreddore gli è passato.

La londe 14.06.08