Che poi il tuo nome nemmeno iniziava per emme

panirlipe-piano03Te lo dicevo di non toccarmi le mani mentre suonavo e aggiungevo pure di non pizzicarmi i fianchi. Perché a te piaceva fare quello e qualcuno diceva che ti piaceva fare anche molto altro.
“Lasciami suonare, mi fai andare fuori tempo” dicevo schiaffeggiandoti le mani.
Io suonavo la tastiera per stare in disparte, laggiù, dove nessuno ti vede. Mica volevo mettermi in mostra, altrimenti facevo il chitarrista o il cantante, non ti pare? Il guaio è che piaceva anche a te stare in disparte, laggiù, dove nessuno ti vedeva.
“Mimi, lascia perdere, lasciami suonare”.
“Ma a me piace stuzzicarti” dicevi incastrando le dita tra le mie, proprio mentre dovevo fare il Si maggiore.
“Ma se il tuo nome nemmeno inizia per emme!” ti dissi.
“È per questo che mi faccio chiamare Mimì”.

Perché tutti i nomi dovrebbero iniziare così o almeno contenere una iato, un gioco di vocali, tante vocali! Nel nome o nel cognome.
Il tuo invece era una mostarda di suoni duri, tante consonanti secche, indurite come il cemento.
“Mimì, lascia perdere” ti dicevo, anche se avrei volentieri affogato le dita fra i tuoi capelli e cercato quelle note che di sicuro non erano sintetiche come il suono della tastiera.

Di quei giorni non so se sia più bello ricordare tuo fratello che faceva piangere la chitarra come nessun altro, oppure tu che spuntavi sulle scale con l’accappatoio bianco, la testa e i piedi bagnati.
Oppure tua madre, anziana e vedova, ma così bella che avrei voluto perdere i capelli e i denti all’istante, invecchiare di colpo e trascorrere il resto del tempo con lei, a pelare cipolle, tirare la pasta e tastare il culo alle galline per vedere se l’uovo era pronto ad uscire. E lei sì, aveva un nome che iniziava per emme.

Tra le Nuvole

Sono in coda per salire alla stazione di mezzo, situata a circa duemila metri di altezza. Si sale uno alla volta, su seggiolini robusti ma che dimostrano la loro appartenenza al secolo scorso, forse addirittura a quello precedente, se le seggiovie erano state inventate.
Nell’attesa mi giro: dietro di me una ragazza sfoglia la guida e io sfoglio lei con gli occhi: stivaletti neri e robusti ma poco adatti a camminare in montagna; pantaloni aderenti, pratici e comodi; canotta nera, forse traspirante ma incapace di contenere tutto; viso ovale, un sorriso velato e costante, capelli neri e lunghi.
Distolgo subito lo sguardo. In pochi secondi temo di aver assimilato lo struggimento provato da Dante, Petrarca ma pure, nell’ordine, da Teseo, Menelao e Paride di fronte alla bellezza di Elena.
“È un peccato che questo tratto abbia seggiolini individuali” penso mentre passo il tornello. Mi siedo e comincio a salire, fingo di guardare il panorama alle mie spalle e intanto guardo lei che si siede e sale.
Arrivati nella stazione intermedia mi fermo a osservare la città e la vallata e lo stesso fa lei, fino a quando si incammina lungo il breve sentiero per raggiungere la stazione successiva e salire ancora più in alto, dove regnano le nuvole. Mi chiedo se le abbia qualcosa di pesante nella borsa che tiene a tracolla.
Mi porto dietro, mi affianco e le dico:
“Scusa, posso dirti una cosa?”
Lei sorride, forse già lo stava facendo e per dirla tutta sarebbe stato meglio se non l’avesse fatto. Ma ormai non potevo più tirarmi indietro.
“Sì, prego”.
“Non so perché lo faccio ma raggiunta una certa età è necessario tralasciare le paure e qualche volta agire d’istinto. E poi, se le parole restano dentro rischiano di prendere il posto del calcare e intaccare lo smalto dei denti”.
Lei mi guarda disorientata e capisco che mi devo affrettare: la stazione è vicina.
“Non l’ho mai fatto ma ora devo. Posso sembrare folle o dare l’impressione di importunare, ma non è così. Ed è per questo, che una volta detto, subito dopo mi allontanerò”.
Lei mi guarda divertita, in ansiosa attesa.
“Sì?”
“Sei bellissima. Quando ti ho vista laggiù, in attesa di partire, ho sentito il cuore perdere alcuni battiti e ne sono sicuro, non li recupero più. Mi sono venute le palpitazioni, ma quelle sono altra cosa. Ho provato un senso di vertigine e mi si sono appannati gli occhi, come quando per sbaglio osservi il sole senza riparo. All’improvviso ho perso la salivazione, forse pure la forza nelle gambe… per fortuna c’è un altro tratto di seggiovia. Ecco, tutto qui, ora ti lascio. Scusa per il disturbo”.
Siamo ormai davanti all’entrata, davanti a noi sfilano i seggiolini a quattro posti che portano in cima.
Questa volta è lei ad osservarmi, dai piedi fino alla testa. Alzo le mani, come per chiedere scusa se sono stato inopportuno, invece, con un cenno della testa indica la vetta e dice:
“Ti va di salire con me sulle nuvole?”

Il Gino, Marta ed io

Il Gino, Marta ed io

 Il Gino era andato in pensione a trentacinque anni, perché così avevano voluto gli dei. Era allegro e in salute, ma la sera lo assaliva la malinconia e per questo andava al 6Calzoni a vendere tessere della tombola. Il gestore lo ricambiava con tranci di pizza e un bianco malfermo.
Ero lì con lui, mi stavo divertendo e il Gino mi fece vedere quanto era esteso quel locale, così grande che volendo ci si poteva giocare a tamburello.
All’improvviso sentii chiamare il mio nome, mi voltai e seduta ad un banco vidi una ragazza il cui nome se ne stava nascosto da qualche parte ma proprio non mi veniva in mente. Pure lei era allegra, mi divertiva e quando stavo per dirle: “Scusa, mi rincresce ma il tuo nome proprio non lo ricordo”, una signora arcigna, alta come due scope e larga come il frigo delle bevande, gridò:
“Marta! Stai dritta con quella schiena o te la raddrizzo io”.
“Ecco, Marta” mi dissi. “Sì, questo era ed è il suo nome. Ma quanto è piccola, sembra una bambina”
Nonostante il rimprovero continuava a sorridere e per dirla tutta era anche un po’ troppo invadente: si avvicinava con il volto, quasi mi annusava e chissà cosa poteva pensare la gente, se ce ne fosse stata.
“Marta, scusa ma…sei una ragazzina, non sta bene”.
“Macché, sono soltanto dimensionata male. Ora esco dal sogno e rientro nelle giuste dimensioni. Aspettami qui”.
Ordinai una birra, il Gino mi portò un trancio di pizza e una tessera della tombola.
E attesi.

La vicina

Senza alcun permesso e nemmeno la parvenza di un invito, la vicina di pianerottolo è entrata in un mio sogno.
Ho tentato di farle capire che non è buona educazione entrare così, ma lei ha scosso la testa e i suoi capelli- così neri che sembravano dipinti uno ad uno – hanno preso a vorticare come serpenti.
Le ho detto: “Guarda che va a finire male”, senza specificare cosa intendessi e quindi lei mi ha fatto cenno di seguirla e siamo scesi in giardino a raccogliere erbacce e mozziconi di sigaretta.
Poi è uscita dal sogno, senza nemmeno salutare.
Ora vorrei ritrovarla: ci sono cartacce e vasi rovesciati da raccogliere, potrebbe anche finire bene e non mi dilungo a spiegare cosa intendo dire.
Il fatto è che io non dispongo di un pianerottolo e ancor meno di una vicina con i capelli neri, così neri da sembrare dipinti uno ad uno.

Le vocali nel mare

Indossavo il nuovo orologio, l’unica cosa che portavo insieme a un paio di slip. Il mio amico Francesco, che di soprannome faceva Flick mi chiese se il mio Breil fosse subacqueo.
“E certo che lo è, non lo vedi che sto in acqua?”
“Sì, ma quanto subacqueo è? A che profondità va?”
“Che ne so. A quella che riesco ad andare io”.
“Allora immergiamoci” disse.
Fece una piroetta, si tappò il naso e andò sotto come una papera, tenendo il sedere alzato. Io calai la maschera e il boccaglio e quando scesi sotto il livello dell’acqua sentii “flop”.
L’acqua era torbida, non vedevo Flick e nemmeno l’orologio e nell’assenza di immagini mi focalizzai sui suoni: terminavano tutti con una consonante. L’ultima vocale si perdeva tra le onde, forse rapita da un vortice oppure inghiottita da qualche pesce.
Risalii a galla, sentii di nuovo flop e il mio amico Flick sputò l’acqua facendo prrr. Gli slip mi erano scivolati, una ragazza strabuzzò gli occhi e disse “pull up” mentre una vecchia con la cuffia rosellata mi apostrofò: “tu si’ strunz!”

le vocali nel mare - panirlipe

Era il giorno del bucato dei capi rossi.

Seguiva un metodo che non ammetteva discussioni: ogni giorno lavava i capi di un singolo colore e quella domenica toccava ai capi rossi, perché il giorno precedente aveva lavato quelli bianchi e venerdì quelli blu. Giovedì era stato il giorno dei vestiti neri, mercoledì quello delle tinte indefinibili, martedì quello del rosa.
Al lunedì la lavatrice riposava, come fanno tanti bottegai.
La domenica invece, funzionava tutto il giorno perché la corrente costava poco, e pazienza se non c’era nulla da lavare, si poteva anche rilavare il capo pulito.
Mentre riempiva il cestello della lavatrice disse al marito: “Togliti la camicia che devo lavarla”.
“Non serve, l’ho indossata ieri sera ed è ancora pulita”.
“Toglila ho detto! Devo lavare i capi rossi”.
Il marito la osservò stupito.
“Ti ho detto che è pulita, ed è pure bianca. Che ti succede?”
La donna si alzò, mise le mani su fianchi e si piegò all’indietro, fino a sentire uno scrocchio nella schiena. Andò in cucina, prese il coltello della carne dal cassetto e andò dritta dal marito, impegnato nella risoluzione del 42 orizzontale. Gli sferrò una pugnalata, giusto nel fianco, sufficiente per ferirlo ma non ammazzarlo, abbastanza per farlo sanguinare e gridare.
“Dovevi darmi ascolto. Non vedi che la camicia è sporca? Non vedi che è rossa? Suvvia, toglila e dammela che devo fare la lavatrice dei capi rossi”.
Il marito, piegato su se stesso, con la mano che grondava sangue e la camicia che diventava sempre più rossa, disse:
“Tu…tu sei…” e poi svenne.
“Sì, lo so. Sono troppo precisa”.
Spogliò l’uomo della camicia, la mise nella lavatrice insieme ai calzini rossi, alla maglietta rossa da pallacanestro del figlio, al berretto e ai suoi slip con il pizzo.
Il cestello della lavatrice era riempito soltanto fino a metà. Osservò suo marito con cupidigia: i pantaloni erano bianchi. Ancora per poco.