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Era il giorno del bucato dei capi rossi.

Seguiva un metodo che non ammetteva discussioni: ogni giorno lavava i capi di un singolo colore e quella domenica toccava ai capi rossi, perché il giorno precedente aveva lavato quelli bianchi e venerdì quelli blu. Giovedì era stato il giorno dei vestiti neri, mercoledì quello delle tinte indefinibili, martedì quello del rosa.
Al lunedì la lavatrice riposava, come fanno tanti bottegai.
La domenica invece, funzionava tutto il giorno perché la corrente costava poco, e pazienza se non c’era nulla da lavare, si poteva anche rilavare il capo pulito.
Mentre riempiva il cestello della lavatrice disse al marito: “Togliti la camicia che devo lavarla”.
“Non serve, l’ho indossata ieri sera ed è ancora pulita”.
“Toglila ho detto! Devo lavare i capi rossi”.
Il marito la osservò stupito.
“Ti ho detto che è pulita, ed è pure bianca. Che ti succede?”
La donna si alzò, mise le mani su fianchi e si piegò all’indietro, fino a sentire uno scrocchio nella schiena. Andò in cucina, prese il coltello della carne dal cassetto e andò dritta dal marito, impegnato nella risoluzione del 42 orizzontale. Gli sferrò una pugnalata, giusto nel fianco, sufficiente per ferirlo ma non ammazzarlo, abbastanza per farlo sanguinare e gridare.
“Dovevi darmi ascolto. Non vedi che la camicia è sporca? Non vedi che è rossa? Suvvia, toglila e dammela che devo fare la lavatrice dei capi rossi”.
Il marito, piegato su se stesso, con la mano che grondava sangue e la camicia che diventava sempre più rossa, disse:
“Tu…tu sei…” e poi svenne.
“Sì, lo so. Sono troppo precisa”.
Spogliò l’uomo della camicia, la mise nella lavatrice insieme ai calzini rossi, alla maglietta rossa da pallacanestro del figlio, al berretto e ai suoi slip con il pizzo.
Il cestello della lavatrice era riempito soltanto fino a metà. Osservò suo marito con cupidigia: i pantaloni erano bianchi. Ancora per poco.

Nebbia

Paolo Perlini - Nebbia

 

 

10.02.2020 | nebbia

Ti era caduto l’occhio su di me e non sei stata l’unica.
Ti avevano avvertita, ti avevano messa in guardia, te lo avevano detto di non indugiare troppo nello sguardo.
Ma tu ti sei incaponita, hai fatto di testa tua e l’occhio ti è caduto, ha rotolato, è rimbalzato, ha giocato di sponda con il muretto del marciapiede, è salito sull’idrante rosso e mi è saltato addosso.
Girava, pulsava, in pochi minuti mi ha incantato e reso prigioniero, avvolto in una nuvola soffice ma penetrante come la nebbia di campagna.
E ora vuoi andartene?
Mi spiace, l’occhio me lo tengo, lo affetto con cura, come faccio con le cipolle e non verserò una lacrima.

Febbraio

05_febbraio501.02.2020 | Febbraio

Lui dormiva, aveva il respiro pesante, quello dei gatti quando stanno per morire. Lei si mise in piedi sopra di lui e impugnò la pistola con entrambe le mani perché così aveva visto fare. C’era solo un punto a cui mirare ed era quella ruga d’espressione in mezzo alla fronte. Chiuse gli occhi e sparò.
La prima a gridare fu lei e subito dopo la pistola le cadde dalle mani. Poi gridò lui, terrorizzato per l’esplosione e per quella cosa che gli era passata vicino all’orecchio.
“Ma che hai fatto, sei impazzita?”
“Ho sbagliato, volevo solo vedere come era fatta una pistola” si scusò.
“Volevi vedere? Mentre io dormo tu vuoi vedere come è fatta una pistola? E ti metti a cavalcioni sopra di me? Tu volevi ammazzarmi!”
“Hai ragione, volevo ammazzarti”.
“Perché? Dimmi perché?”
“Perché è febbraio, fuori fa freddo ma tu sei ancora più gelido. E io non voglio congelare. Avevo mirato alla ruga che hai in mezzo alla fronte ma devo essermi distratta”.
Lui si alzò, prese la pistola e gliela puntò contro.
“Io non mi faccio distrarre” disse.
Invece, quando la scollatura della vestaglia fece un sospiro, lui perse la testa e la pistola gli sfuggì dalla mano.
“Conosci altri modi per spianarmi la ruga?” le chiese.
“Forse sì”.
“Sono disposto a correre questo rischio”.

Terra di conquista

panirlipe-donnavolanteSiamo fermi al semaforo, davanti a tutti, come piloti di formula uno: io nella corsia di sinistra, tu in quella a destra. Ti vedo mentre ripassi il trucco, controlli il telefono, sbuffi e regoli il volume della radio. Sembri impaziente di partire, forse sei in ritardo ma dobbiamo aspettare, c’è qualche lavoro in corso.
Io non ho fretta, non l’ho mai avuta, tu invece sì.
Per mesi mi avevi assillato con proposte, messaggi, lettere, cartoline, due telefonate. Avevi assoldato anche Luca, il tuo migliore amico, che suonava il basso con me. Ed era stato lui a dirmi:
“Perché non vuoi metterti con Francesca?”
“Perché sono appena stato lasciato e non voglio impegnarmi di nuovo”.
“Dimenticheresti più in fretta…”
“È questo il problema: forse non voglio dimenticare”.
Lui era rimasto zitto, non aveva più armi a disposizione. Alla fine ne tirò fuori una ad effetto.
“Guarda che Francesca è una che pompa bene” e mi fece l’occhiolino.
Con me non poteva usare un’espressione peggiore, rifiutai di nuovo, senza difficoltà.
Ma poi arrivò l’autunno, iniziarono a cadere le foglie e anche le mie resistenze. Non so come sia successo, ricordo che eravamo rimasti da soli in un boschetto, io con la mia Vespa, tu con la Graziella, e tra un salice e un pioppo nero ti dissi:
“Va bene, ci sto”.
Giusto il tempo di ricevere un bacio sulla guancia, un’altra telefonata, un’uscita in compagnia e poi iniziarono le scuole.
Durante la prima ricreazione, Luca, il tuo migliore amico, il mio bassista, si avvicinò e mi disse:
“Sai, Francesca ha detto che forse è meglio lasciare perdere. Tu sei a scuola tutto il giorno, non avete tempo per vedervi, siete sempre distanti e quindi…”
E quindi finì lì. Io ero stato terra di conquista e il tuo scopo l’avevi raggiunto. E adesso, con il semaforo verde e i bassi dello stereo che fanno vibrare i sedili, parti veloce.
Sì, pompi bene, sull’acceleratore e sul volume.

Come una spumiglia

“Ci siamo già incontrati?” mi chiede la brand manager mentre ci fa accomodare.
Vorrei dirle di sì, certo, ci siamo già incontrati. Ma come? Non ti ricordi più i baci nell’androne del palazzo, gli abbracci nel sottoscala, le lettere, le camminate? Non ti ricordi di quella volta, che la luna era già visibile e piena nel primo pomeriggio?
“ Sembra una spumiglia” avevi detto.
Ma è passato troppo tempo e io sono cambiato. Anche lei è cambiata: quei capelli lunghi di cui mi ero innamorato li ha tagliati corti e li tiene così ormai da trent’anni. Lunghi un centimetro, forse poco più. Un taglio che poche donne possono concedersi, quasi da infestazione di pidocchi. Un taglio che, quando l’ho vista, dopo due anni che mi aveva lasciato, mi aveva fatto inorridire. Tuttavia lei è rimasta ancora uguale, quell’acconciatura l’ha invecchiata di colpo e così è rimasta.
“Non credo” le dico, “è la prima volta che le nostre aziende lavorano insieme.
“Uhm…forse in passato. Vabbè, non ha importanza” dice tagliando l’aria con la mano.
Il mio collega le introduce il progetto, lei lo segue con attenzione ma ogni tanto getta lo sguardo su di me.
Poi arriva il mio turno. Inizio a spiegarle il nostro lavoro, quello che abbiamo studiato per la sua azienda e me ne accorgo, sta ricordandosi di me, per come parlo, per come mi muovo, per come lascio cadere le parole.
Ad un certo punto appare rapita, come lo era quando stava con me e mi fissava a lungo, con lo sguardo bloccato sui miei occhi. Si slaccia il primo bottone della camicia, si alza e va a prendere una bottiglietta d’acqua. Sì, è imbarazzata.
Alla fine, quando ho concluso la spiegazione ed è ormai tempo di andarsene, dice:
“Eppure…no, non fa nulla. Mi lasciate i vostri biglietti da visita? Me li avete già dati?”
“No, ecco il mio” dice il collega.
“Purtroppo io li ho terminati” dico fingendo di cercarli nel portafogli, “ma faccia pure riferimento a lui”. Per evitare di ripeterle il nome faccio una battuta sul panorama che si gode dalla vetrata, vicino alla porta d’uscita.
“Sì, è uno spettacolo. Alla sera, prima di tornare a casa mi fermo spesso a guardare le stelle”.
“Adesso c’è pure la luna!” dico indicandola con un dito.
“È piena” aggiunge il mio collega.
“È bellissima” mormora lei, e sembra sul serio incantata. La lasciamo lì, noi apriamo la porta e non riesco a trattenermi.
“Pare una spumiglia” dico.
Lei si volta di scatto ma io sono uscito, sono già sulle scale.

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