Tag: bianco e nero

Attesa tra controfigure

Non sempre si ha voglia di tirare fuori carta e penna. A me piace anche starmene lì, con le braccia conserte e le gambe incrociate.
Poi vedi qualche volto interessante e pensi che vale la pena fermarlo.

Pareva di essere a Cinecittà, c’erano controfigure di personaggi famosi e “sfamosi”. Quando è entrato il figlio di Amilcare Barca la mia attesa è finita.

L’uomo con la sporta

Ieri l’ho rivisto e devo dire che non mi piace: quello che non muta mi insospettisce.
A me in una persona piace vedere il cambiamento, mi piace vederla invecchiare e magari poi un giorno ritrovarla più giovane. Mi piace rimanere sorpreso, disorientato, perplesso.
Ad esempio, la signora Bisignini ha lo stesso taglio di capelli e lo stesso vestito da 15 anni. Potrebbe fare la statua o il manifesto. La osservo e lo so, è triste ma la considero una persona morta.

Dicevo che ieri l’ho rivisto. Abito in questa zona da 19 anni e l’ho sempre visto così. E’, un ragazzo (ormai uomo credo) abbastanza corpulento che cammina per le vie del quartiere, sempre da solo e sempre con una sporta* in mano. Non mi è mai stato simpatico, sia per l’aspetto che ha sia per l’uso delle sporte di plastica. Ci vuole poco a comperare una borsa, una tracolla, uno zainetto, qualcosa di più elegante ma lui sembra prediligere la praticità dei sacchetti.
Non è mai cambiato e anche se indossa capi diversi hai l’impressione che sia sempre vestito uguale. Ad esempio, ieri aveva un berrettino bianco eppure non si notava. Quello che si vedeva era solamente lui, con la sua sporta.
Forse è nato così, già vecchio e con la sporta in mano. Per l’aspetto che ha potrebbe fare il nano.
Nei giorni scorsi mi chiedevo:
“Ma il tipo della sporta…ora che le borse di plastica sono fuorilegge, con cosa va in giro?”
Ebbene, ieri l’ho verificato: usa i sacchetti di tela.
Un piccolo cambiamento l’ha fatto, bisogna dargliene atto.


* n.f. [pl. -e] 1 sacca larga e robusta, fatta di vimini, paglia, tela o plastica, con due manici, usata per fare la spesa |

Panirlipe Replay: Dori Pamper and The Meleagrina Blues Band

Dagli archivi

e a grande richiesta, ripropongo la breve esecuzione di Dori Pamper and The Meleagrina Blues Band, tenutasi a Vema nel settembre del 2009.

Vorrei essere poeta

Vorrei essere poeta, mi dico
in certi giorni mavì che eludono il grigio,
raccontare le cose di sempre
con parole note
musica così, adiacente al verbo
fare poesie normali, d’amore, di guerra
di silenzio per sentire il tuono,
vibrazioni postume
di un big bang interiore,
intrecciare versi, sciogliere nodi,
come quel tale che ho conosciuto:
ne faceva canestri
per raccogliere ciò che va perduto.

Magari vorrei un libro tutto mio
fatto di cose semplici, un piccolo figlioccio
di carta profumata di toscani,
come i quaderni di scuola
che usavo io,
con le note a margine
per raccontare  quel che non si vede
nelle pagine bianche dove disegni
ciò che tu sai e io non trovo.
Vorrei essere de Isla Nigra
frequentare il Café Brasileira
mangiare madeleinettes
ma per come mi è estranea questa vita
per il suo dardeggiare alterno
tra giorni che sanno di zucchero
o miele di castagno biondo
e quelli corvini e storpi
disossati di ogni bene
mi riduco a malapena
a un sorriso posticcio
a una sulfurea smorfia
sotto la bombetta della vanità.

Donatella Righi

Scarabocchi #2

Quando ero piccolo e in grado di tenere in mano una matita mio papà mi aveva insegnato un trucco per disegnare : scarabocchiava a caso su un foglio e poi, evidenziando alcune linee e nascondendone altre, come per magia faceva saltare fuori un volto, un viso spesso strano e buffo. Ci ho provato, ci provo tuttora ma non ho mai eguagliato i suoi risultati. Mio padre ha il dono della pittura e secondo me usa qualche altro trucco.

Come ho già detto, nei miei anni di scuole superiori mi sono applicato nell’arte dello scarabocchio, coprendo i margini dei quaderni (quasi il bianco mi facesse paura), le pagine iniziali o finali, a volte gli appunti stessi.

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Quando le ore di scuola divennero sempre più noiose ed inutili e distanti dal mio sentire, cominciai a riempire piccoli taccuini, moleskine che ora stanno sull’ultimo scaffale della libreria. Pagine intere di disegni che per adesso lascio là. Da come li ho curati, riempiti, colorati, ne deduco che quella scuola a me non sia servita molto

Cromatismi in bianco e nero

Ho appena terminato di divertirmi e mia figlia pure. Da destra entrava la luce del sole al tramonto che, filtrata dalle tende gialle assumeva un tono a tratti caldo, qualche volta neutro.
Dall’alto o da sinistra pioveva una luce rossa: il mirino della fotocamera digitale. I tasti bianchi si arlecchinavano, quelli neri non si scomponevano.
Ma mia figlia non era interessata ai cromatismi sonori o luminosi ed ha fermato il tempo in bianco e nero.

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Come un frutto maturo

Ai fratelli maggiori occorre essere sempre riconoscenti. E chiudere anche un occhio, sopportare che strofinino le nocche sulla testa e leggano il Topolino prima di te.
Di avere questo debito nei loro confronti si può esserne consapevoli fin da subito, voglio dire, già al momento dei piccoli soprusi, o anche in età matura.
Io non ho mai subito alcun tipo di angherie. Certo, ricordo una volta sola che mio fratello ha strofinato le sue nocche sulla mia testa. Una sola, forse perché l’aveva visto fare e gli interessava capire cosa ci fosse di bello.
Molte volte ha letto il Topolino prima di me, anche se non era il suo turno, ma lui impiegava quindici minuti a leggerlo tutto mentre a me quei minuti servivano solo per la prima pagina. Poi cos’altro? Mi svegliava mettendo il cane sul mio letto e a me dava fastidio, non per il cane ma perché non avevo nessuna voglia di alzarmi.
Poi ricordo solo cose belle, infiniti e disinteressati piaceri e oggi, sentendo una canzone ho pensato che a mio fratello dovrei essere eternamente grato.
Perché quando ero piccolo chiesi ai miei il permesso di studiare musica, principalmente la tastiera. Dissi proprio così:
“Vorrei imparare a suonare la tastiera”.
Mio fratello, che era di sei anni più vecchio di me e capiva come girava il mondo mi disse:
“Ma sei scemo? Studia il pianoforte!”
E io ci pensai a lungo. “Il pianoforte? Quel coso grande… mica me lo prendono… e dove lo mettiamo?”
La tastiera, o l’organo, era molto più pratico. Avevamo già un piccolo organetto Bontempi, bianco e rosso, sul quale si era esercitata tutta la famiglia. Se ripenso al suono e all’odore di quello strumento mi viene da star male. Però in circolazione c’erano degli organi più professionali, addirittura a due tastiere! E poi l’organo aveva anche un bel nome tondo, cominciava per O e finiva per O. C’era solo quella erre in mezzo a rovinare tutto.
Ci pensai tutta un’estate e fu proprio durante quei mesi caldi che il mio gusto, come un frutto maturo cambiò, gettandosi sul pianoforte, perché è così che succede: i consigli dei fratelli grandi sono sempre dei grandi consigli.
E oggi, che alla radio trasmettevano incredibilmente una canzone dei Pooh, ho pensato:
“Diavolo… se non ci fosse stato mio fratello avrei corso il rischio di diventare come Roby Facchinetti”. E mi è venuto un brivido. L’ho scampata proprio bella.
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Filosofia e motori

panirlipe-meccanico2Il mio meccanico ci sa fare. Non glielo dico ma lui lo sa. Quando aggiusta una cosa quella non si rompe più. Può danneggiarsi dell’altro, allentarsi la frizione e scaricare la batteria ma sei sicuro che dove ha messo le mani, poi non ce le metterà più.
Il mio meccanico è un filosofo, quando entro nell’officina, così, solo per fare un saluto, ci resto anche un paio d’ore. Se è impegnato in qualche lavoro dopo dieci minuti prende uno straccio, si toglie l’unto dalle mani e poi le lava con la pasta grossa.
“Andiamo a bere qualcosa” dice.
Usciamo dall’officina e dopo due minuti entriamo nel bar di Davide, un ragazzo che ingrassa sempre di più e che qualche volta vedo troppo vivace.
“Mai fidarsi dell’oste ubriaco” diceva qualcuno, ma io, di questo Davide non ho mai avuto molta stima, anche quando era magro e sobrio.
Il meccanico mi parla del Cilento, la terra che ha lasciato da giovane per trovare lavoro qui al nord e della sua famiglia poverissima, che non ha mai potuto offrirgli nulla di più dell’affetto.
Con il solito sorriso, ironico e beffardo allo stesso tempo, osserva Davide che prepara un caffè e parla con la lingua impastata.
“Vedi…i suoi genitori gli hanno regalato questo bar” mi sussurra.
“Invece tu, l’officina l’hai comperata da solo” gli dico, leggendo i suoi pensieri.
Mi guarda, il sorriso non muta.
“C’è una bella differenza, o no?”
Usciamo, torniamo tra i veicoli in riparazione e con la testa immersa nel cofano o le braccia incastrate sotto la scocca mi illustra i grandi quesiti dell’umanità, il mistero della vita, i segreti della felicità. Compie dei link arditi ma efficaci, passa dalla meccanica al calcio, dall’elettronica alla filosofia, dai carburanti alla religione. E io, quando esco ne so sempre qualcosa di più.meccanico1

Dori Pamper and The Meleagrina Blues Band

Ultimamente sono stato piuttosto occupato nel realizzare questo.

Credevo di impiegarci mesi, almeno due o tre. Invece, con sorpresa ho scoperto che dall’idea al prodotto finale sono trascorsi appena trenta giorni. Certo, è migliorabile ma la sua imperfezione mi appaga. E poi…mi sono divertito un sacco!

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