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I treni non erano in orario

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La prima a parlare sei stata tu e io ti voltavo le spalle mentre eravamo tra un vagone e l’altro, in attesa di scendere.
“È inutile correre, tutti i treni sono in ritardo di un’ora”.
Io mi sono girato, ti avevo già riconosciuta dalla voce e poi dal viso. Mi aspettavo che tu facessi altrettanto, pensavo di vedere una sguardo stupito, due occhi sgranati, la bocca aperta, pronta a far uscire due parole, due soltanto:
“Ma tu…”
E io avrei risposto con altre due, due soltanto:
“Sì, io”.
Ma non mi hai riconosciuto, eri preoccupata di più per la coincidenza ferroviaria che non la nostra, assolutamente fortuita.
Ho cercato di farmi riconoscere muovendo la testa in tutte le direzioni, pronunciando parole che lo so, ti avrebbero colpito ma la tua resistenza ha generato in me qualche dubbio.
“Sto forse sbagliando? Sì, è vero, adesso ha il volto un po’ più affilato ma è lei, gli stessi capelli, lo stesso naso con le narici larghe. E poi quelle ballerine ai piedi, che io ho sempre trovato orribili. Lo zaino! Sì, quello che usava per i viaggi in moto e il piumino bianco, facile a sporcarsi. Forse i chili persi li ha messi sulle cosce, non la ricordavo così”.
Un gesto ha fugato ogni dubbio ed è successo quando hai calcato sulla testa il cappello di feltro grigio, quello che avevi preso durante un viaggio in Germania.
“Sei sicura che tutti i treni lo siano?”
“Lo dice l’app. Non so se sbaglia. Ad ogni modo, se la coincidenza parte puntuale io l’ho già persa”.
Hai alzato gli occhi, mi hai guardato e pensavo che da te uscissero tre parole, tre soltanto:
“Ma tu sei…”
E io avrei risposto con altre tre:
“Sì, sono io”.
Invece siamo scesi, i nostri treni, anche se in orari diversi partivano tutti dallo stesso binario e quindi abbiamo camminato lentamente. Il tabellone parlava chiaro, dovevamo restare lì, a guardarlo, con la speranza che questa azione facesse diminuire il ritardo.
“Ha guadagnato qualche minuto?” ti ho chiesto.
“No, ma l’importante è che non aumenti”.
Abbiamo trascorso un’ora tra un binario e l’altro, congiungendoci e allontanandoci, sorridendo e scambiando qualche informazione con altri pendolari.
“Adesso sì, adesso mi ha riconosciuto” ho pensato mentre l’altoparlante annunciava il treno in arrivo. Mi aspettavo quattro parole, anzi cinque:
“Tu sei Michele, vero?”
E io ti avrei risposto con altre quattro:
“È vero, sono Michele”.
Invece sei solo venuta a salutarmi:
“Ecco il mio treno, mi avvicino…arrivederci allora”.
“Ciao”.
Sei andata sotto il cartello che indicava il punto di fermata del vagone cinque e io ho riavvolto il mio calendario personale, andando indietro di oltre dieci anni, per capire come abbiamo fatto a diventare così indifferenti, quale sia stata la causa della nostra mancata coincidenza, cosa ci ha fatto deragliare, quale sia stato il guasto lungo la linea. Forse fu solo uno sbalzo di tensione, una diverso potenziale. E infine, abbiamo preso treni diversi.

Retour a paris

Lo scorso anno eravamo andati qui.
Quest’anno si continua con qualcosa di più leggero ma sempre entusiasmante.
Chi l’avrebbe mai detto che sarei tornato a Parigi dopo nemmeno due anni?

Le persone della Terrasanta

Ho trovato i muri ma ne ho demoliti altri. Pur non avendo pregiudizi mi sono reso conto di persona che una kefiah in testa non vuol dire pasdaran, hezbollah, kamikaze. Troppi telegiornali ci fanno credere che il Medio Oriente e i paesi arabi in genere siano allevamenti, serbatoi di terroristi. Sarebbe come dire che in Sicilia sono tutti mafiosi, nel nord tutti leghisti e negli anni Ottanta si ascoltava solo discomusic.
Ho conosciuto l’antica storia dei beduini, l’ingenuità di alcune donne che pensavano di poter salire sul Monastero di Petra con le ciabattine. E anche l’onesta furbizia di un massaggiatore del Mar Morto, il sorriso dei bambini, la bellezza di molte ragazze col capo velato. Ho visto militari israeliani prendere troppo sul serio il loro lavoro e altri invece che ti invitavano a sorridere.
Ho trovato allegria dove pensavo che ci fosse tristezza, e viceversa.
E come sempre, le cose più belle, i volti più incantevoli li ho scattati con gli occhi e non sono riproducibili.

Non cercare i luoghi ma le persone

Dice così Paolo Rumiz nel suo “La Gerusalemme Perduta”.

Io li ho trovati tutti e due. I luoghi migliori sono quelli dove non c’è nulla o poco. Quelli dove riesci a pensare e dire: “Qui, su questa terra ci hanno camminato i profeti, qui, da questo punto hanno osservato, parlato, compiuto…”
Luoghi rimasti intatti o quasi, dove nessuno ci ha eretto templi, chiese, sigilli. O campi minati, come sulle rive del Giordano.
E persone bellissime. Fra tutte ricordo una ragazza fotografa, armata di cavalletto, che mi ha sorriso mentre uscivo definitivamente dalla porta dei Leoni di Gerusalemme. Una ragazza orientale, con il velo in testa, un paio di scarponcini alla moda. Per un attimo ero tentato di chiederle una foto. Dopotutto, lei mi aveva appena fotografato. Poi ho preferito tenere questa immagine dentro la testa, come faccio sempre con le migliori.

E poi l’espressione ingenua, incredula, come di uno che sta pensando: “Questi mi prendono in giro”. La faccia strana e stupita della guida giordana che ci ha accolto una volta passati il confine con Israele.

“Mi hanno detto che voi siete un gruppo, una famiglia. Siete mariti con moglie?”
“No, noi siamo tutti fratelli e loro due i nostri genitori”.
Sorriso, sguardo di cui dicevo prima e poi:
“Non ci credo”.

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Le moulin di Villebaudon

Ancora prima di partire avevo preso nota di questo posto qui. A dire il vero, avevo preso nota di molte cose. Come diceva il mio meccanico, “se giochi a scacchi e non puoi attaccare con i cavalli puoi servirti degli alfieri”, un modo come un altro per dire che la borsa degli attrezzi è sempre meglio averla piena.
Comunque, non trovando altre sistemazioni, da Parigi prenotai cinque notti in questo vecchio mulino ristrutturato che, dopo alcuni giorni nell’alta Normandia divenne la base per visitare i luoghi più frequentati della bassa: Le spiagge del D-Day, Caen, Bayeux, Mont Saint Michel,  fino a sconfinare in Bretagna, a Saint Malò.

Che dire di questo posto, governato da due simpatiche e vitalissime signore inglesi, Kay e Sylvia? La prima è una poetessa ma anche abile cuoca. La seconda direttrice di coro ma anche giardiniera e tuttofare. Hanno preso il mulino dieci anni fa e noi siamo stati i primi italiani ad alloggiarvi. Eppure, il loro cane (“Whisky è un cane piccolo e socievole” amava dire Sylvia, che voleva imparare un alto numero di parole per le sue prossime vacanze in Sardegna) sembrava capirci alla perfezione:

“Wihsky, mostrami la pancia” gli dicevo, e lui si metteva di schiena, zampe per aria, pronto a farsi coccolare.
“Whisky, vieni qui!” e lui arrivava di corsa, ancora prima  che terminassi la frase.

Un posto fuori dal tempo, fuori dalla storia nel quale era bello tornare la sera, giocare con Whisky, sfogliare qualche libro inglese, guardare Amelie in francese e le comiche di Stanlio e Ollio in lingua originale.

Era bello anche solo salire e scendere le scale, scoprire i fori tra le travi, stare seduti ed ascoltare la cascata addossata alla casa, la melodia dell’acqua. Seguire il ruscello ed inoltrarsi nel bosco, ascoltando versi di mille animali, immaginare che forse, in quel bosco si nascosero partigiani francesi, tedeschi fuggiaschi, americani liberatori e poi risalire la storia, sempre più indietro, fino a Mago Merlino, incontrare i romani e perfino Asterix e Obelix a caccia di cinghiali.
“Devi finire di scrivere un libro, devi terminare un lavoro? Per noi è una missione: tu vieni qui e pensa solo a scrivere. Per mangiare ci pensiamo noi” mi ha detto Sylvia. E verrebbe proprio voglia di farlo: prendersi un mese, due, tre, magari anche d’inverno ed andare là a produrre qualcosa di impalpabile ma bello.

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Il cimitero di Sandefjord

Quando si viaggia per turismo, o quando si viaggia per lavoro e resta qualche scampolo di tempo, ci sono sempre alcune cose da fare:

  1. accendere il televisore. Negli hotel, come succede in Italia, l’apparecchio è sempre impostato sui canali a pagamento e intrattenimento per adulti. Occorre una certa perizia per uscire dal percorso guidato e trovare le reti televisive in chiaro;
  2. un salto nelle botteghe, non per il gusto di fare shopping ma per vedere cosa compera la gente del posto, osservare come sono disposti i prodotti, i grembiuli delle commesse, le corsie, gli scaffali, la merce. Da quello che mangia la gente si capiscono molte cose;
  3. un salto in tabaccheria, per vedere quali sono le sigarette del popolo, il nome, il colore del pacchetto. Soprattutto, annnusare. In certi posti, è incredibile, esistono ancora le drogherie!
  4. una visita al cimitero,  per vedere la disposizione delle lapidi e cercare di leggere quanto c’è scritto, per approfondire, verificare se in ogni latitudine coloro che muoiono sono sempre state buone persone,  strappate prematuramente all’affetto dei propri cari e poi vedere quale importanza si danno alle proprie spoglie mortali.

A Sandefjord, come in tutta la Norvegia, credo, c’è la buona abitudine di terminare presto il lavoro, per cui, venerdì pomeriggio le botteghe erano chiuse, il centro commerciale pure, il museo delle balene mi ha concesso una rapida visita di quindici minuti… mi è rimasto solo il punto 4 da approfondire.

Un bel cimitero, con le lapidi disposte quasi a caso, sparpagliate. Niente di monumentale, semplici pietre affogate nella terra, nell’erba.  Poche scritte e sembra quasi che chi è seppellito si stia scusando per il disturbo arrecato. Un cimitero vero insomma.

Infine, ho avuto ancora una volta la conferma che i nostri palinsesti televisivi sono tutti appiattiti su culi, tette e trasmissioni ipnotizzanti.
Da quelle parti invece, esiste ancora questo: