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La paura del silenzio

Oggi ho pranzato in pizzeria con un vecchio amico.

Tempo fa volevo eliminare questa pizzeria dai miei preferiti. Volevo farlo perché non c’era più la cameriera da film, la ragazza con il viso cinematografico, quella che potrebbe interpretare qualsiasi parte, dalla bidella alla vamp, dalla guerriera alla donna in carriera. Un viso che non so perché, mi ricorda la liquirizia.
Non c’era più lei e nemmeno la sua dolcezza e simpatia. Dunque, perché tornare in quel posto durante la pausa pranzo?

Forse perché la pizza è discreta e l’ambiente abbastanza tranquillo, nonostante in due sale campeggino un paio di monitor sintonizzati sempre su Italia Uno.

Oggi ho scoperto che anche loro  hanno paura del silenzio: la tranquilla pizzeria si è trasformata in un ambiente del tutto uguale agli altri, con musica altissima o comunque ad un volume tale da compromettere la conversazione.  Musica che non ho chiesto, che non mi piace, che non sopporto subire. Un’abitudine che è andata a compensare il divieto di fumo imposto dalla legge Sirchia.

Ecco, a dirla tutta anche la pizza faceva schifo ma non so quanto la mia sensazione sia influenzata dalle considerazioni precedenti. Però, se qualcuno propone una legge che vieti l’abuso di musica negli ambienti pubblici, io sono il primo firmatario.

Dori Pamper and The Meleagrina Blues Band

Ultimamente sono stato piuttosto occupato nel realizzare questo.

Credevo di impiegarci mesi, almeno due o tre. Invece, con sorpresa ho scoperto che dall’idea al prodotto finale sono trascorsi appena trenta giorni. Certo, è migliorabile ma la sua imperfezione mi appaga. E poi…mi sono divertito un sacco!

panirlipe_Dori Pamper

La mia vicina canta

La mia vicina canta. È arrivata da poco, giusto due anni fa ed è andata a vivere proprio nella casa di fronte, al secondo piano. Ora non la vedo perché il pitosforo, l’olivo ed infine la catalpa mi nascondono la vista, ma c’è e si sente.panirlipe_mamamagò
È arrivata facendo gran chiasso, lei e la famiglia. Dico gran chiasso perché ha una voce grossa e in questo piccolo angolo di paradiso, lontano dai rumori stradali, anche la voce flebile di una vecchietta risuona potente. Non parliamo poi dei gemiti di Loredana, l’altra mia vicina, quando incautamente lascia le finestre aperte.
Questa mia “vicina che canta” si tinge i capelli di biondo ed ha un’aria imbronciata. Assomiglia molto a Maga Magò ma per muoversi, invece di usare la scopa cavalca una bicicletta rossa.
Inizia a cantare al mattino, non appena alza le tapparelle. Spesso si ferma sul balcone a fumare una sigaretta e allora fa una pausa, ma non appena rientra in casa per dare l’avvio alle pulizie, fa ripartire il disco. E canta, fino a sera.
Oggi pomeriggio, mentre raccoglievo le olive, ha intonato il ritornello di “Toda Gioia Gioda Beleza”. Ha continuato così per almeno venti minuti, un susseguirsi ininterrotto di queste quattro parole. Poi si è stancata, non delle parole ma della melodia e si è prodotta così in alcune variazioni: “Toda Gioia Gioda Beleza” sulle note di Caruso e poi su quelle di “Un’estate italiana” ed infine, forse scossa da un impeto patriottico, intonando l’Inno D’Italia.
Canta sempre in questo modo: memorizza il ritornello, la strofa principale e la ripete all’infinito, un loop continuo che non lascia spazio a tutto il resto della canzone.
Lei canta, sempre. Lo ha detto anche all’altra mia vicina, la Rina, che non canta ma mi regala l’insalata, i pomodori e le melanzane.
“Buongiorno signora, come va? La sento spesso cantare” ha detto la Rina.
“Io canto sempre” ha risposto rapida, tra due tiri di sigaretta.
A volte gioco con lei. Socchiudo la finestra, metto da parte gli spartiti di musica classica e intono qualcosa di moderno. All’inizio non mi dava soddisfazione, non voleva cedere, teneva duro, respingeva a colpi di saliva i suoni che stuzzicavano le corde vocali. Ma forse ero io che esageravo: suonavo pezzi in inglese. Tuttavia, la prima breccia la aprii proprio con “New York New York”.
Che cattivo che sono stato. La spiavo tra le fronde del bambù e la vedevo sul balcone, pronta ad aprire la bocca ma forse timorosa di difettare nella pronuncia. Tirava qualche boccata, mormorava “naaa na na na naaaaa” e poi rientrava in casa.
Tempo due notti e finalmente la sentii:
“Start spreading the news
… New York, New York…”

E continuò così a lungo, per almeno un mese, le prime quattro parole con l’aggiunta di New York, New York.
Poi, col passare del tempo l’adescai usando i grandi classici italiani: Modugno, Dalla, De Gregori, fino a diventare un appuntamento quotidiano, non sempre rispettato e con una lunga pausa nei mesi invernali.
Questa sera, quando sono rientrato l’ho sentita intonare per l’ennesima volta Toda Gioia Gioda Beleza, otto volte durante il tragitto dal cancello fino alla porta di casa.
Così, a distanza di molto tempo, ho ripreso lo spartito di “New York New York” e l’ho posato sul leggio. Ho socchiuso la finestra e intonato le prime note, le ho riprese e poi ho proseguito fino alla fine.
Appena il tempo di chiudere la tastiera e la mia vicina, oltre il pitosforo, l’olivo e la catalpa, ha lasciato venir su la voce, arrocchita dalle sigarette e come un Frank Sinatra con la parrucca, sul balcone ha cantato:
“Start spreading the news, I’m leaving today”.
Ha spento la cicca, è rientrata in casa ed ha proseguito:
“I want to be a part of it, New York, New Yoooooork…”
E me la immagino, come Liza Minelli, magari ballando sul tavolo e suo marito, impassibile, con il cruciverba in mano che nemmeno la degna di uno sguardo.

domenica 30 settembre 2007

Sunday Morning #1

Sunday morning, praise the dawning
Its just a restless feeling by my side
Early dawning, sunday morning
Its just the wasted years so close behind

Watch out, the worlds behind you
Theres always someone around you who will call
Its nothing at all

Sunday morning and Im falling
Ive got a feeling I dont want to know
Early dawning, sunday morning
Its all the streets you crossed, not so long ago

Watch out, the worlds behind you
Theres always someone around you who will call
Its nothing at all

Watch out, the worlds behind you
Theres always someone around you who will call
Its nothing at all

Sunday morning
Sunday morning
Sunday morning

Il Colore dei Suoni

Forse pochi lo sanno ma anche le note hanno un colore. Qualche musicista, quando glielo dico, mi osserva in tralice trattenendo un sorriso. Anche io mi trattengo dal farlo: probabilmente quell’uomo suona la musica per mestiere, non per passione.
Se dovessi dire quali sono le mie note preferite risponderei senza esitazioni: il MI e il LA. Quando apro il pianoforte e faccio cadere la mano sinistra sulla tastiera, il mignolo va sempre a finire su una di queste due. Sono note blu, rilassanti, malinconiche, da meditazione. Con queste due note si possono comporre pezzi ipnotici, musiche sinuose nelle quali perdersi, suoni malinconici e ammalianti, come il canto delle sirene di Ulisse.
Il RE ha il colore della terra. Sta alla base, vicino al DO. Ha il colore del grano, dei campi coltivati. Mi ha sempre dato fastidio perché sul mio pianoforte, quando è perfettamente accordato e con il pedale del forte premuto, il RE centrale si rifiuta di suonare.
Il FA è viola. Mi ricorda tanto le marce funebri, pezzi tristi, canti dell’addio. Una nota che spesso si intona bene con il LA.
Il SOL, ovviamente è giallo come il sole. I primi pezzi che ho imparato (il canto del pastorello, la canzone del mulino…) erano sempre in questa tonalità. E’ la nota dell’allegria, della vitalità, dell’estate. Suoni il SOL e dal pianoforte sembra uscire un barattolo di vernice gialla.
Il SI è la nota bianca, quella che con la sua purezza osa arrivare in alto fino a lambire il DO.
Un piccolo appunto merita il LA# o SI b, quella nota celestina, indecisa su quale parte stare ma di questa indecisione a volte se ne fa vanto, come nel Bolero di Ravel.
Infine il DO: il nome dice già tutto. Due lettere belle tonde e grasse che risultano corpose in bocca e anche alla vista. Il DO è simile ad Arlecchino, racchiude i colori in tutte le sue sfumature e tonalità. E’ L’Alfa e L’Omega. La prima scala che viene insegnata inizia e termina con il DO e quasi sempre gli esercizi iniziano dal Do “vicino al buco della serratura del piano”, quasi fosse lui a decidere chi deve entrare. E’ come un corposo bicchiere di vino rosso dal quale l’intenditore capisce su che terra è cresciuta la vite.
Avevo un DO che vibrava e l’accordatore mi disse che l’unico sistema per farlo smettere era quello di togliergli una corda.
“Vedi, ci sono due corde: togliamo questa, che vibra perché è a contatto con il perno e tu non ti accorgerai di nulla”.
“Però mancherà una corda”.
“Ma il pianoforte mica muore. Se a te tolgono un polmone, un rene, una mano, vivi ancora”.
“Pensavo che lei fosse un accordatore, non un chirurgo” gli dissi.
Mi Sono tenuto la corda e ho tolto dalle spese l’accordatore. Non oserei mai mutilare una nota, soprattutto il DO, colui che sta sopra tutto, il dio delle note, se ce ne fosse bisogno.
Ma io mi accontenterei delle sole note blu con le loro sfumature. Quando le suono, perfino le pareti della stanza profumano di cielo e di mare.