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Una Nota Impertinente – 2

Andai a suonare da solo il pomeriggio stesso. Non avevo mai provato un organo e non sapevo neppure cosa fossero tutti quei pulsanti chiamati registri e il motivo di quella pedaliera sotto ai piedi.
“Vuoi mettere la purezza del pianoforte?” pensai dopo aver girato la levetta e mi sedetti in attesa che lo strumento si scaldasse.
“Che sia il momento giusto? No, è ancora presto. Attendiamo”. Sfogliai gli spartiti che c’erano sul leggio, ne scelsi uno dei più semplici, lo studiai con gli occhi e poi lo misi davanti a tutti.
“Adesso lo sento, è il momento buono. Ma cosa disse il prete? – Quando pensare adesso buono, aspettare ancora… lui essere ingannatore… –  aspettiamo!”
E aspettai fino a quando, arci super e straconvinto che fosse il momento giusto, cominciai a suonare.
Ecco, se dovessi descrivere brevemente la differenza tra un pianoforte e l’organo, direi che con il primo, quando lo suoni ti sembra di scivolare su un lungo lenzuolo disteso fra le nuvole. Ad una mente pulita ed ingenua si potrebbe dire che è come quando Babbo Natale vola con le renne. E’ come una buona bevanda, fresca d’estate, calda d’inverno. Un vino leggero e sincero, un paio di jeans comodi, una piroga nel mar dei Sargassi, l’Olanda di Cruijf, il viso smunto di Chopin. E’ come una pioggia fine e sottile che porta refrigerio in una giornata d’agosto. Suonare il pianoforte, sembra strano ma è come scrivere a mano, con la penna stilografica.
Suonare l’organo é da principio qualcosa che sconvolge. Non scivoli sul lungo lenzuolo ma ne sei avvolto e affondi nelle nuvole. Si potrebbe dire che è come una focaccia cotta al forno, un vino liquoroso, un paio di pantaloni di velluto a coste larghe. E’ come un temporale fuori stagione. E’ il rombo dell’Harley Davidson, della 2Cv, del Maggiolino, la Germania di Beckenbauer, il viso pacioccone di Bach. La prima volta che lo suoni, dopo un minuto sudi. Suonare l’organo e come battere a macchina. Senti pure il “ding!” di fine carrello e con la mano destra vorresti sollevare la leva per riportarlo a zero.
Su quell’organo, un vero organo a canne, provai a suonare i pezzi rigorosamente classici cercando in qualche modo di sostituire il LA difettoso con uno in regola. Un pomeriggio piovoso decisi di provare dell’altro e suonai un blues. Poi agganciai subito un pezzo classico e terminai con una Fuga.
Sollevai le mani dalla tastiera, il suono perdurava, come il treno  sfiancato che arriva a destinazione. Restai in ascolto ad occhi chiusi fino a quando anche l’ultima vibrazione si spense. Fino a quando il parroco, che per lungo tempo era rimasto alle mie spalle senza farsi notare mi disse:
“Bravo! Molto bravo”.
“Grazie…”
“Da quanto tempo tu studiare?”
“Circa tre anni”.
Il parroco mi osservò. In due secondi mi fece come una fotografia:
“Tu mica sei tanto normale… alla tua età io andare a caccia di ragazze, correre in moto, bere birra e ubriacarmi, ja. Con miei amici fino in Germania, chitarre, ragazze e anche canne…tu capire canne?”
Sorrisi.
“Canne! Come organo ma più piccole. Ach! Quanto divertirsi…” disse osservando un punto indefinito dell’altare. “E tu qui a studiare! Scommetto che partita finale di calcio tu nemmeno guardare stasera, tu non interessa, ja?”
“Per la verità ho scommesso con mio padre che vincerà l’Italia”.
“Uhm…Germania troppo forte! Germania come panzer, come questo organo!” disse lasciando cadere il pugno sulla tastiera. Questo finì proprio sopra quel LA difettoso che improvvisamente si mise a suonare, un suono stridulo, quasi una pernacchia, una trombetta di carnevale. E non ci fu modo di farlo smettere. Quella nota, come un palloncino lasciato libero di volare prese a girare per la chiesa e per il cimitero giungendo anche alle orecchie delle due signore che curavano i fiori delle tombe. S’ingrossò, assunse un tono più corposo che pareva quasi di vederla e poterla toccare con mano. Il parroco si voltò perfino verso le canne temendo che potessero scoppiare. Quando questo suono abbandonò l’impertinenza della pernacchia per diventare troppo simile ad un roboante peto, be’, a quel punto il parroco girò la levetta blu.
“Ora è proprio kaputt!”
“Come Germania stasera” aggiunsi ironicamente.
“Ach! Tu domani venire qui per suonare, forse meccanico viene oggi a riparare…se Italia vince io fare grosso regalo a te”.
“Ci sarò” gli dissi salutando.
“Ja, ma siccome Italia perde…problema non si presenta!”
Il giorno dopo, verso le 16, con le mani in tasca, la prima pagina del Corriere infilata fra gli spartiti e una certa puzza sotto il naso, m’incamminai verso la piccola chiesa per ritirare il grosso regalo, ja!

Come un frutto maturo

Ai fratelli maggiori occorre essere sempre riconoscenti. E chiudere anche un occhio, sopportare che strofinino le nocche sulla testa e leggano il Topolino prima di te.
Di avere questo debito nei loro confronti si può esserne consapevoli fin da subito, voglio dire, già al momento dei piccoli soprusi, o anche in età matura.
Io non ho mai subito alcun tipo di angherie. Certo, ricordo una volta sola che mio fratello ha strofinato le sue nocche sulla mia testa. Una sola, forse perché l’aveva visto fare e gli interessava capire cosa ci fosse di bello.
Molte volte ha letto il Topolino prima di me, anche se non era il suo turno, ma lui impiegava quindici minuti a leggerlo tutto mentre a me quei minuti servivano solo per la prima pagina. Poi cos’altro? Mi svegliava mettendo il cane sul mio letto e a me dava fastidio, non per il cane ma perché non avevo nessuna voglia di alzarmi.
Poi ricordo solo cose belle, infiniti e disinteressati piaceri e oggi, sentendo una canzone ho pensato che a mio fratello dovrei essere eternamente grato.
Perché quando ero piccolo chiesi ai miei il permesso di studiare musica, principalmente la tastiera. Dissi proprio così:
“Vorrei imparare a suonare la tastiera”.
Mio fratello, che era di sei anni più vecchio di me e capiva come girava il mondo mi disse:
“Ma sei scemo? Studia il pianoforte!”
E io ci pensai a lungo. “Il pianoforte? Quel coso grande… mica me lo prendono… e dove lo mettiamo?”
La tastiera, o l’organo, era molto più pratico. Avevamo già un piccolo organetto Bontempi, bianco e rosso, sul quale si era esercitata tutta la famiglia. Se ripenso al suono e all’odore di quello strumento mi viene da star male. Però in circolazione c’erano degli organi più professionali, addirittura a due tastiere! E poi l’organo aveva anche un bel nome tondo, cominciava per O e finiva per O. C’era solo quella erre in mezzo a rovinare tutto.
Ci pensai tutta un’estate e fu proprio durante quei mesi caldi che il mio gusto, come un frutto maturo cambiò, gettandosi sul pianoforte, perché è così che succede: i consigli dei fratelli grandi sono sempre dei grandi consigli.
E oggi, che alla radio trasmettevano incredibilmente una canzone dei Pooh, ho pensato:
“Diavolo… se non ci fosse stato mio fratello avrei corso il rischio di diventare come Roby Facchinetti”. E mi è venuto un brivido. L’ho scampata proprio bella.
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La mia vicina canta

La mia vicina canta. È arrivata da poco, giusto due anni fa ed è andata a vivere proprio nella casa di fronte, al secondo piano. Ora non la vedo perché il pitosforo, l’olivo ed infine la catalpa mi nascondono la vista, ma c’è e si sente.panirlipe_mamamagò
È arrivata facendo gran chiasso, lei e la famiglia. Dico gran chiasso perché ha una voce grossa e in questo piccolo angolo di paradiso, lontano dai rumori stradali, anche la voce flebile di una vecchietta risuona potente. Non parliamo poi dei gemiti di Loredana, l’altra mia vicina, quando incautamente lascia le finestre aperte.
Questa mia “vicina che canta” si tinge i capelli di biondo ed ha un’aria imbronciata. Assomiglia molto a Maga Magò ma per muoversi, invece di usare la scopa cavalca una bicicletta rossa.
Inizia a cantare al mattino, non appena alza le tapparelle. Spesso si ferma sul balcone a fumare una sigaretta e allora fa una pausa, ma non appena rientra in casa per dare l’avvio alle pulizie, fa ripartire il disco. E canta, fino a sera.
Oggi pomeriggio, mentre raccoglievo le olive, ha intonato il ritornello di “Toda Gioia Gioda Beleza”. Ha continuato così per almeno venti minuti, un susseguirsi ininterrotto di queste quattro parole. Poi si è stancata, non delle parole ma della melodia e si è prodotta così in alcune variazioni: “Toda Gioia Gioda Beleza” sulle note di Caruso e poi su quelle di “Un’estate italiana” ed infine, forse scossa da un impeto patriottico, intonando l’Inno D’Italia.
Canta sempre in questo modo: memorizza il ritornello, la strofa principale e la ripete all’infinito, un loop continuo che non lascia spazio a tutto il resto della canzone.
Lei canta, sempre. Lo ha detto anche all’altra mia vicina, la Rina, che non canta ma mi regala l’insalata, i pomodori e le melanzane.
“Buongiorno signora, come va? La sento spesso cantare” ha detto la Rina.
“Io canto sempre” ha risposto rapida, tra due tiri di sigaretta.
A volte gioco con lei. Socchiudo la finestra, metto da parte gli spartiti di musica classica e intono qualcosa di moderno. All’inizio non mi dava soddisfazione, non voleva cedere, teneva duro, respingeva a colpi di saliva i suoni che stuzzicavano le corde vocali. Ma forse ero io che esageravo: suonavo pezzi in inglese. Tuttavia, la prima breccia la aprii proprio con “New York New York”.
Che cattivo che sono stato. La spiavo tra le fronde del bambù e la vedevo sul balcone, pronta ad aprire la bocca ma forse timorosa di difettare nella pronuncia. Tirava qualche boccata, mormorava “naaa na na na naaaaa” e poi rientrava in casa.
Tempo due notti e finalmente la sentii:
“Start spreading the news
… New York, New York…”

E continuò così a lungo, per almeno un mese, le prime quattro parole con l’aggiunta di New York, New York.
Poi, col passare del tempo l’adescai usando i grandi classici italiani: Modugno, Dalla, De Gregori, fino a diventare un appuntamento quotidiano, non sempre rispettato e con una lunga pausa nei mesi invernali.
Questa sera, quando sono rientrato l’ho sentita intonare per l’ennesima volta Toda Gioia Gioda Beleza, otto volte durante il tragitto dal cancello fino alla porta di casa.
Così, a distanza di molto tempo, ho ripreso lo spartito di “New York New York” e l’ho posato sul leggio. Ho socchiuso la finestra e intonato le prime note, le ho riprese e poi ho proseguito fino alla fine.
Appena il tempo di chiudere la tastiera e la mia vicina, oltre il pitosforo, l’olivo e la catalpa, ha lasciato venir su la voce, arrocchita dalle sigarette e come un Frank Sinatra con la parrucca, sul balcone ha cantato:
“Start spreading the news, I’m leaving today”.
Ha spento la cicca, è rientrata in casa ed ha proseguito:
“I want to be a part of it, New York, New Yoooooork…”
E me la immagino, come Liza Minelli, magari ballando sul tavolo e suo marito, impassibile, con il cruciverba in mano che nemmeno la degna di uno sguardo.

domenica 30 settembre 2007

Trouble Blues

Trouble, trouble
Cares and misery
Already have
The best of poor me.
Some day,
Some day my darlin’ –
I won’t be –
Trouble no more

You’ve heard my story.
I’ll sing my song –
‘Bout you leaving poor me
You know
That’s wrong –
Some day –
Some day my darlin’ –
I won’t be –
Trouble no more.

By John Lee Hooker