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Wir walked: la versione di 黒子 くろこ kuroko

Wir walked. The Artzt nous l’avez pas bestellt but sein padre, who was fatigué de vederci under the house, “attachés zu les parois like manifesti” sagte lui. と (to) then wir walked around par le quartier, in center ville o dove capitava et quand faceva dunkel wir came back zu nous coller zu les parois.
Wir walked, et lo si faisait tenendosi par 手 (te), moi with the destra e elle with the sinistra, jusquand per the sweat la pris si allentava und dann wir gaben uns the change: je le prennait the sinistra e elle me porgeva la destra.
In sa casa j’entrai only one fois, 多分 (tabun) two et per peu minuten. In ma casa elle entrò two fois: la prima どうして (doushite) j’have to take des dischi e le prester. La seconda per nous manger eine pizza ensemble ad une commune amica. でも (demo) wir like camminare, jusquand ci sweat les piedi et pure les mani. Et wir like restés glued comme lizards zu les parois under the house, giocare mit des correnti d’air et some fois pure mit der ascensore.
Wir walked sans jamais essere stanchi, jusquand giunti z’un bivio notres 手 (te) sgusciarono, comme seulemente les 魚 (sakana) wissen faire. Je presi une direzione e elle l’other, et wir ci verließen so, mit des 手 (te) humides e appiccicose.

by 黒子 くろこ kuroko

Camminavamo

Camminavamo. Non ce lo aveva ordinato il medico ma suo padre, che era stanco di vederci sotto casa, “attaccati ai muri come manifesti” diceva lui. E quindi andavamo in giro per il quartiere, in centro città o dove capitava e quando faceva buio tornavamo ad incollarci alle pareti.
Camminavamo, e lo si faceva tenendosi per mano, io con la destra e lei con la sinistra, fino a quando per il sudore la presa si allentava e allora ci davamo il cambio: io le prendevo la sinistra e lei mi porgeva la destra.
In casa sua ci entrai solo una volta, forse due e per pochi minuti. In casa mia lei ci entrò due volte: la prima perché dovevo prendere dei dischi e prestarglieli. La seconda per mangiarci una pizza insieme ad una comune amica.
Ma a noi piaceva camminare, fino a quando ci sudavano i piedi e pure le mani. E ci piaceva restare incollati come lucertole alle pareti sotto casa, giocare con le correnti d’aria e qualche volta pure con l’ascensore.
Camminavamo senza essere mai stanchi, fino a quando giunti ad un bivio le nostre mani sgusciarono, come solo i pesci sanno fare. Io presi una direzione e lei l’altra, e ci lasciammo così,  con le mani umide e appiccicose.

Io voglio essere come te

Lui era un ripetente. Lo si capiva da pochi particolari: era più alto di tutti, arrivò qualche giorno dopo e prese posto in fondo all’aula.
Ma dire ripetente non è corretto, lui proveniva da un’altra scuola e basta.
Si affezionò subito a me, forse per la vicinanza fra i banchi, forse perché ero alto quasi quanto lui. Oppure perché io ero biondo e lui moro, io pallido e lui dal colorito quasi africano. C’erano molti altri motivi ma a me piaceva pensare che i nostri due nomi richiamavano una celebre coppia di poeti maledetti e pure i nostri cognomi potevano facilmente essere pronunciati alla francese ed assomigliare così ai celebri Rimbaud e Verlaine.
Un giorno mi disse:
“Dove hai comperato quel giaccone a scacchi?”
“Perché?”
“Ne voglio uno anche io”.
“Proprio come questo?”
“Sì, uguale, perché io voglio essere come te”.
In quel momento capii che la nostra amicizia non sarebbe durata a lungo. Sarebbe stata intensa ma solo il tempo necessario, gli anni scolastici che avremmo percorso insieme.
“Proprio uguale a me?” gli chiesi.
“Sì, voglio essere proprio come te”.
“Uhm…ti avverto, non vado d’accordo con me stesso”.

Running on empty

Si trattava di fare cinquanta chilometri, non erano molti ma neppure pochi. In auto ci si poteva  impiegare quasi un’ora, con la vecchia Vespa Gran Turismo qualche decina di minuti in più.
“Io ci sto” mi disse Lorenzo.
La sua risposta mi sorprese, perché non aveva la minima idea di cosa si trattasse ma sembrava convinto.
Partimmo nel pomeriggio con un paio di borse, qualche lattina di birra e coca cola e gli spolverini per la sera. Percorremmo questi cinquanta chilometri a velocità ridotta, io davanti e lui dietro, parlando poco perché attraversavamo campi di tabacco e se aprivo bocca, i denti si annerivano di moscerini e cimici.
Cinquanta chilometri per andare al concerto di Jackson Browne che chissà perché, aveva deciso di suonare così fuori mano.
Mentre guidavo, tenendo la bocca serrata e gli occhi semichiusi, il mio amico canticchiava le uniche canzoni che conosceva, le uniche di cui aveva i 45 giri e che infilava nel mangiadischi arancione di sua madre.
Vengo a prenderti stasera con la mia torpedo blu”.
Io scuotevo la testa. Lo conoscevo da tre anni e da tre anni mi cantava la stessa canzone.
Quando accelerai si sfogò con il secondo pezzo del suo vasto repertorio:
Goganga goganga goganganghinga ghe gogongogangangonga ghegogongogangango”.

Il concerto volò in un attimo. Ricordo tutto e nulla, anzi, soprattutto il nulla. Ricordo che per motivi di sicurezza non potevamo portare dentro le lattine chiuse e un militare ci ordinò di aprirle.
“Dobbiamo davvero?”
“Sì”
Il mio amico aprì la sua e lavò completamente la divisa del soldato.
Ricordo che ci sedemmo sul prato e il prato era tanto, forse troppo e insomma, pensavo ci fosse più gente. Ma noi ce ne stemmo lì tranquilli, vicino al palco del mixer, dove si sentiva bene.
Forse mi chiesi se quei cinquanta chilometri avessero avuto un senso, se ne era valsa la pena, se ero soddisfatto. Mi chiesi se il godimento maggiore consistesse nell’attesa, nell’ascolto o nel tempo successivo, quando ne avrei coccolato il ricordo.

Il ritorno fu al buio, l’oscurità più totale, su una strada priva di illuminazione, il piccolo faro della vespa che pareva il culo di una lucciola. Moscerini, zanzare e un principio di nebbia, che da quelle parti c’è quasi sempre e quando arriva quella invernale è densa come il latte.
Così, per provare spensi il fanale e il mio amico, dietro, cominciò a cantare:
Running on emptyyy…running blind
E allora sì, mi dissi che tutto quello aveva avuto un senso.

Per chi non è entrato nello squarcio

Uno sgorbio, due date

Quando e dove lo seppelliranno, scriveranno che il suo ultimo giorno da vivo è stato il 25 novembre 2009. Ma lui, Ignazio Lombardo, che avrebbe compiuto settantadue anni dopo sette giorni, aveva cominciato a morire almeno tre mesi prima, una domenica di agosto così torrida e afosa, che del caldo se ne avvertiva perfino l’odore.

Nella bara, oltre al bastone da passeggio, ci metteranno anche la tavolozza dei colori, le matite preferite e forse sulla lapide aggiungeranno qualche riga dicendo che Ignazio aveva una mano delicata che sapeva incidere bene.

Quello che non diranno è che la delicatezza della sua mano era dovuta ai ripetuti pestaggi subiti in gioventù, scontri e bastonate che in più riprese gli avevano fratturato le dita, spezzato le unghie, slogato il polso. Perché a quel tempo il suo accento suonava strano, e pure la carnagione, il ricciolo dei capelli e il profumo della pelle. E allora le prendeva, senza alcun motivo e se reagiva ne prendeva ancora, questa volta per un motivo. I ripetuti soprusi lo avevano ferito nel corpo e indurito nel carattere ma gli avevano addolcito la mano.

Quello che non diranno è che lui era un argentino di Mar del Plata, terra del tango, dove con gli intrecci delle gambe si disegnano lettere, si formano frasi. Era arrivato in Italia a soli due anni e fin da subito si era dimostrato un bambino molto chiacchierone.

Amava le parole, ci giocava, se le faceva rotolare in bocca e le masticava come se fossero caramelle. Ne imparò molte, selezionandole con cura nel dizionario ma tutte quelle buone le apprese in fretta ed io penso che ad un certo punto non gli bastarono più per esprimere tutto quello che sentiva. E credo pure che non avesse la pazienza di attendere che qualcuno ne inventasse di nuove. Per questo prese in mano una matita e iniziò a disegnare.

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Il racconto è un po’ troppo lungo per il web, solo due pagine abbondanti ma sempre troppe per il video. Chi vuole proseguire la lettura può scaricare il file pdf qui sotto.

Uno sgorbio due date

Un sacco di oggetti strani e guarnizioni bianche


Il bambino stava osservando la borsa magica dell’idraulico dalla quale uscivano gli oggetti più misteriosi. Voleva chiedere quale funzione avesse la guarnizione avvolta in una custodia trasparente ma fu interrotto dalla madre.
“Vai a giocare con i tuoi amici, non vedi che l’idraulico sta lavorando? Non può lavorare bene se gli stai sempre alle spalle e continui a fare domande. Su, vai!”
“Solo cinque minuti, mamma”.
“E va bene, cinque minuti. Quando vedi la lancetta grande sul sette e quella piccola sul dieci, devi uscire. Intesi?”
Trascorso il tempo, il bambino indossò le scarpe ma prima di uscire disse: “Domani torna, vero mamma?”
“Sì, domani torna e ti farà giocare con le chiavi inglesi”.
Sceso in cortile si unì al gioco che altri bambini stavano facendo.
“Sei in anticipo oggi, cosa succede?” gli chiese un amico.
“E’ arrivato un idraulico e mamma non vuole che lo disturbi”.
“Ancora? Ma quante volte viene l’idraulico a casa tua? A quest’ora poi…”
“Mamma dice che la nostra casa è vecchia. Un giorno si è rotto il tubo del bagno, ieri il rubinetto gocciolava, poi la lavatrice… non capisco però perché mia mamma chiama sempre un idraulico diverso. E tutti hanno la medesima valigetta, con le stesse formidabili chiavi, un sacco di oggetti strani e guarnizioni bianche”.
Alzò lo sguardo, vide le tende della stanza di sua madre che si tiravano e rimase per qualche istante con i pensieri sospesi. Poi, dopo aver fatto una smorfia e scosso la testa si mise a giocare.

– 2006-

Lezioni serali

Non mi sembravano una coppia ben assortita.
Lui, Roberto era un patito dello sport e le sue passioni riguardavano solamente tutto ciò che riguardava la forza fisica. Non c’era attività che non praticasse e anche quando era a riposo manteneva una fibrillazione corporea che ad uno sconosciuto avrebbe fatto sorgere strani pensieri.
Federica, sua moglie era l’opposto: mingherlina, fragile, quasi asessuata, seguiva il marito in tutte le sue imprese sportive. Rimaneva ai bordi della piscina con un libro in mano o sul traguardo della maratona con l’asciugamano e una bottiglia di acqua. A volte portava con sé il lavoro ad uncinetto.
Mi sembrava che suonassero due accordi diversi, pareva di assistere ad un duetto di trombone e violino ma dopotutto non era affare mio e si volevano bene.
Le loro abitudini non cambiarono con l’arrivo del piccolo Giorgio però, dopo frequenti discussioni sulle priorità, decisero che al loro figlio, oltre ad un sano vigore fisico dovevano impartire una cultura.
Così, già dall’età di tre anni, Giorgio iniziò a seguire il padre sulle pareti rocciose o lungo i pendii nevosi. Verso i sei anni cominciò a praticare un’arte marziale e seguire dei corsi di lingua inglese e di musica. E qui arrivai io.
Subito trovai strano l’orario che mi chiesero: alle venti di sera.
“Sai, di giorno è impegnato a scuola e nello sport” mi disse Roberto, “lo siamo un po’ tutti, a dire il vero”.
Durante la prima lezione, il piccolo Giorgio poco ci mancò che spiattellasse la testa sulla tastiera. La seconda volta lo trovai un po’ più sveglio. La terza volta, quando entrai in casa, i genitori stavano per uscire:
“Abbiamo pensato di fare quattro passi. Se per caso s’addormenta puoi pure portarlo a letto”.
Poi mi chiesero se ero disponibile a delle lezioni supplementari da tenere il sabato sera. A quel punto, tardi ma con chiarezza, capii che forse non avevano bisogno di un insegnante di piano ma di una baby sitter. E li salutai, rallegrato perché finalmente erano riusciti a suonare le stesse note, quelle giuste.

Tra subbuteo e pentagrammi

La casa di Francesco non era come tutte le altre: era una villa del Settecento, requisita dai tedeschi durante la guerra. Quando entrai la domestica mi fece attraversare il salone, ricco di tappeti, quadri, busti e pure un paio di armature.
“Ecco, qui hanno brindato i gerarchi del fascio” pensai osservando con discrezione la stanza. Nello stesso tempo misuravo la lunghezza, la quantità di sedie, l’ampiezza delle finestre.
“Sì, qui si potrebbe tranquillamente girare un film”.
Infine, la domestica aprì una porta e mi fece entrare in un’altra stanza, quella dei giochi e della musica. Era piccola rispetto al salone ma probabilmente grande quanto il mio appartamento. Sul tappeto c’era Francesco impegnato in una partita a Subbuteo.
“Francesco, questo signore è Pani. E’ venuto per insegnarti a suonare il pianoforte”.
Silenzio. Forse eravamo in una fase cruciale della partita. Pensai questo perché Francesco stava misurando con un righello la distanza che separava la pallina dalla porta.
“Ciao” gli dissi.
Lui scagliò la palla in rete con un colpo secco del pollice, alzò le braccia al cielo ma non disse nulla.
“Francesco, vieni a salutare!” gli ordinò la domestica.
Finalmente s’alzò da terra, mi venne incontro, fece una specie di inchino e a testa bassa mi salutò.

Non so perché avevo dato retta a Giovanna. Mi aveva detto:
“Ho un’amica che vorrebbe che suo figlio suonasse il pianoforte…le ho parlato di te”.
“Non si fa niente” le dissi.
Rimasi di quell’opinione per almeno cinque minuti, perché si sa, è difficile dire di no alle donne.
Però in quel momento, davanti a Francesco e alla domestica mi sentivo veramente fuori posto, come un violino in una banda d’ottoni. Se avessi saputo che quella sua amica era una signora altolocata, con tanto di domestica, maggiordomo e una villa infinita, non dico che avrei indossato il frac ma almeno una pulita alle scarpe da ginnastica l’avrei data. E poi mi sembrava tutto così irreale, perfino la luce che veniva riflessa dagli specchi.

“Bene, proviamo a suonare qualcosa”.
Feci sedere Francesco alla tastiera. Qualcosa sapeva ma la sua insegnante precedente aveva gettato la spugna dopo un paio di mesi.
Trascorremmo la prima mezzora a fare qualche esercizio poi lui uscì con una frase:
“Posso finire la partita?”
“Quale partita?”
“Quella che stavo giocando quando sei arrivato”.
“Non l’avevi terminata?”
“No”.
“Mi pareva che fosse così, stavi anche esultando”.
“Solo perché la mia squadra aveva segnato”.
Guardai l’orologio, mancavano altri trenta minuti.
“E non puoi continuarla dopo, quando abbiamo finito la lezione?”
“Temo che i giocatori si raffreddino i muscoli…”
Gli scombinai il ciuffo sulla fronte. “Giusto, andiamo a finire la partita ma dopo si riprende da dove abbiamo lasciato”.
“Bisogna solo sperare che non si vada ai tempi supplementari” sottolineò.
“È una partita di campionato?”
“Sì”.
“E allora non ci sono i tempi supplementari”.
Gli diedi un’altra scombinata al ciuffo e lasciai che proseguisse la partita che aveva interrotto. E non mi lasciai sedurre quando disse:
“Vuoi fare l’arbitro?”

Una Nota Impertinente – 2

Andai a suonare da solo il pomeriggio stesso. Non avevo mai provato un organo e non sapevo neppure cosa fossero tutti quei pulsanti chiamati registri e il motivo di quella pedaliera sotto ai piedi.
“Vuoi mettere la purezza del pianoforte?” pensai dopo aver girato la levetta e mi sedetti in attesa che lo strumento si scaldasse.
“Che sia il momento giusto? No, è ancora presto. Attendiamo”. Sfogliai gli spartiti che c’erano sul leggio, ne scelsi uno dei più semplici, lo studiai con gli occhi e poi lo misi davanti a tutti.
“Adesso lo sento, è il momento buono. Ma cosa disse il prete? – Quando pensare adesso buono, aspettare ancora… lui essere ingannatore… –  aspettiamo!”
E aspettai fino a quando, arci super e straconvinto che fosse il momento giusto, cominciai a suonare.
Ecco, se dovessi descrivere brevemente la differenza tra un pianoforte e l’organo, direi che con il primo, quando lo suoni ti sembra di scivolare su un lungo lenzuolo disteso fra le nuvole. Ad una mente pulita ed ingenua si potrebbe dire che è come quando Babbo Natale vola con le renne. E’ come una buona bevanda, fresca d’estate, calda d’inverno. Un vino leggero e sincero, un paio di jeans comodi, una piroga nel mar dei Sargassi, l’Olanda di Cruijf, il viso smunto di Chopin. E’ come una pioggia fine e sottile che porta refrigerio in una giornata d’agosto. Suonare il pianoforte, sembra strano ma è come scrivere a mano, con la penna stilografica.
Suonare l’organo é da principio qualcosa che sconvolge. Non scivoli sul lungo lenzuolo ma ne sei avvolto e affondi nelle nuvole. Si potrebbe dire che è come una focaccia cotta al forno, un vino liquoroso, un paio di pantaloni di velluto a coste larghe. E’ come un temporale fuori stagione. E’ il rombo dell’Harley Davidson, della 2Cv, del Maggiolino, la Germania di Beckenbauer, il viso pacioccone di Bach. La prima volta che lo suoni, dopo un minuto sudi. Suonare l’organo e come battere a macchina. Senti pure il “ding!” di fine carrello e con la mano destra vorresti sollevare la leva per riportarlo a zero.
Su quell’organo, un vero organo a canne, provai a suonare i pezzi rigorosamente classici cercando in qualche modo di sostituire il LA difettoso con uno in regola. Un pomeriggio piovoso decisi di provare dell’altro e suonai un blues. Poi agganciai subito un pezzo classico e terminai con una Fuga.
Sollevai le mani dalla tastiera, il suono perdurava, come il treno  sfiancato che arriva a destinazione. Restai in ascolto ad occhi chiusi fino a quando anche l’ultima vibrazione si spense. Fino a quando il parroco, che per lungo tempo era rimasto alle mie spalle senza farsi notare mi disse:
“Bravo! Molto bravo”.
“Grazie…”
“Da quanto tempo tu studiare?”
“Circa tre anni”.
Il parroco mi osservò. In due secondi mi fece come una fotografia:
“Tu mica sei tanto normale… alla tua età io andare a caccia di ragazze, correre in moto, bere birra e ubriacarmi, ja. Con miei amici fino in Germania, chitarre, ragazze e anche canne…tu capire canne?”
Sorrisi.
“Canne! Come organo ma più piccole. Ach! Quanto divertirsi…” disse osservando un punto indefinito dell’altare. “E tu qui a studiare! Scommetto che partita finale di calcio tu nemmeno guardare stasera, tu non interessa, ja?”
“Per la verità ho scommesso con mio padre che vincerà l’Italia”.
“Uhm…Germania troppo forte! Germania come panzer, come questo organo!” disse lasciando cadere il pugno sulla tastiera. Questo finì proprio sopra quel LA difettoso che improvvisamente si mise a suonare, un suono stridulo, quasi una pernacchia, una trombetta di carnevale. E non ci fu modo di farlo smettere. Quella nota, come un palloncino lasciato libero di volare prese a girare per la chiesa e per il cimitero giungendo anche alle orecchie delle due signore che curavano i fiori delle tombe. S’ingrossò, assunse un tono più corposo che pareva quasi di vederla e poterla toccare con mano. Il parroco si voltò perfino verso le canne temendo che potessero scoppiare. Quando questo suono abbandonò l’impertinenza della pernacchia per diventare troppo simile ad un roboante peto, be’, a quel punto il parroco girò la levetta blu.
“Ora è proprio kaputt!”
“Come Germania stasera” aggiunsi ironicamente.
“Ach! Tu domani venire qui per suonare, forse meccanico viene oggi a riparare…se Italia vince io fare grosso regalo a te”.
“Ci sarò” gli dissi salutando.
“Ja, ma siccome Italia perde…problema non si presenta!”
Il giorno dopo, verso le 16, con le mani in tasca, la prima pagina del Corriere infilata fra gli spartiti e una certa puzza sotto il naso, m’incamminai verso la piccola chiesa per ritirare il grosso regalo, ja!

Come una rigorosa partitura – 2

segue da qui:

Suor Ludovica invece se ne stava pacifica nel salone e suonava, suonava. Lasciava scorrere le mani sulla tastiera e chiudeva gli occhi. Sembrava che pure lei solfeggiasse le zeta ma il suo non era sonno: era una forma di appagamento simile all’estasi. Ogni tanto sollevava una mano e la portava alla fronte, come per scostarsi i capelli che però erano racchiusi nel velo.
Aveva un viso liscio, senza peduncoli e peli e le labbra erano sempre piegate all’insù, come una legatura di valore. A me piaceva sedermi lì vicino, stare zitto zitto ed ascoltarla. Confesso che un giorno pensai:
“Quasi quasi da grande farò la suora”.
Perché mi sembrava che non ci fosse niente di più bello che alzarsi la mattina e mettersi a suonare. Certo, per qualche ora suor Ludovica doveva anche farci cantare e forse, durante il resto della giornata chissà quante altre occupazioni aveva. Ma a me sembrava che l’intera sua vita fosse dedicata a quell’organo che puzzava tremendamente ed ogni volta aveva un suono diverso.
E probabilmente lo dissi anche a mia madre.
“Mamma, da grande voglio fare la suora per suonare l’organo tutto il giorno”.
Ed è forse a causa di questa frase che dopo qualche giorno mi trasferirono all’asilo comunale, dove non mi occupavo di mettere in ordine le zeta, non testavo i motori e non ero neppure ossessionato da gigantesche tonache nere.
Qualche giorno, fa entrando a casa di un compagno di classe di mio figlio, ho risentito quella strana musica suonata su quello strano coso puzzolente che è l’Hammond.
“Chi è che suona?” ho chiesto meravigliato.
“Mia nonna”.
“Posso vederla?”
Il bambino mi ha preso per mano, cosa che fa sempre una certa impressione quando non sei tu a fare da guida, e mi ha portato in un’altra stanza. E qui mi sono accorto che la vita è come uno spartito, con un pentagramma ben tracciato e un tempo definito all’inizio. Ogni tanto questo cambia, diventa più movimentato. Le note presentano trilli e acciaccature, si spazia dai toni acuti a quelli più gravi. Le battute occupano uno spazio preciso e assomigliano agli anni sche scorrono.A volte credi che il pezzo sia terminato invece giri pagina e davanti a te hai ancora molte righe. E poi ci sono i ritornelli che esegui con piacere se la musica ti convince, tiri dritto se non vedi l’ora di terminare.
Quello che mi si presentava davanti in quel momento era un ritornello. Senza parlare osservavo questa nonna che suonava: un viso semplice, “senza peli e peduncoli” pensai. Una pelle ancora liscia, lo sguardo assente, quasi in estasi e ogni tanto quel gesto, quel sollevare la mano verso la fronte e sistemarsi i capelli.
Che questa volta però, non erano racchiusi nel velo.