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Come una rigorosa partitura – 2

segue da qui:

Suor Ludovica invece se ne stava pacifica nel salone e suonava, suonava. Lasciava scorrere le mani sulla tastiera e chiudeva gli occhi. Sembrava che pure lei solfeggiasse le zeta ma il suo non era sonno: era una forma di appagamento simile all’estasi. Ogni tanto sollevava una mano e la portava alla fronte, come per scostarsi i capelli che però erano racchiusi nel velo.
Aveva un viso liscio, senza peduncoli e peli e le labbra erano sempre piegate all’insù, come una legatura di valore. A me piaceva sedermi lì vicino, stare zitto zitto ed ascoltarla. Confesso che un giorno pensai:
“Quasi quasi da grande farò la suora”.
Perché mi sembrava che non ci fosse niente di più bello che alzarsi la mattina e mettersi a suonare. Certo, per qualche ora suor Ludovica doveva anche farci cantare e forse, durante il resto della giornata chissà quante altre occupazioni aveva. Ma a me sembrava che l’intera sua vita fosse dedicata a quell’organo che puzzava tremendamente ed ogni volta aveva un suono diverso.
E probabilmente lo dissi anche a mia madre.
“Mamma, da grande voglio fare la suora per suonare l’organo tutto il giorno”.
Ed è forse a causa di questa frase che dopo qualche giorno mi trasferirono all’asilo comunale, dove non mi occupavo di mettere in ordine le zeta, non testavo i motori e non ero neppure ossessionato da gigantesche tonache nere.
Qualche giorno, fa entrando a casa di un compagno di classe di mio figlio, ho risentito quella strana musica suonata su quello strano coso puzzolente che è l’Hammond.
“Chi è che suona?” ho chiesto meravigliato.
“Mia nonna”.
“Posso vederla?”
Il bambino mi ha preso per mano, cosa che fa sempre una certa impressione quando non sei tu a fare da guida, e mi ha portato in un’altra stanza. E qui mi sono accorto che la vita è come uno spartito, con un pentagramma ben tracciato e un tempo definito all’inizio. Ogni tanto questo cambia, diventa più movimentato. Le note presentano trilli e acciaccature, si spazia dai toni acuti a quelli più gravi. Le battute occupano uno spazio preciso e assomigliano agli anni sche scorrono.A volte credi che il pezzo sia terminato invece giri pagina e davanti a te hai ancora molte righe. E poi ci sono i ritornelli che esegui con piacere se la musica ti convince, tiri dritto se non vedi l’ora di terminare.
Quello che mi si presentava davanti in quel momento era un ritornello. Senza parlare osservavo questa nonna che suonava: un viso semplice, “senza peli e peduncoli” pensai. Una pelle ancora liscia, lo sguardo assente, quasi in estasi e ogni tanto quel gesto, quel sollevare la mano verso la fronte e sistemarsi i capelli.
Che questa volta però, non erano racchiusi nel velo.

Come una rigorosa partitura

Tra le cose vecchie e dolorose ho trovato questo racconto di quattro paginette.  Ne pubblico  la prima parte.

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Io ancora non lo sapevo ma con quel coso strano, che aveva anche un certo odore, in giro per il mondo c’era gente che componeva musiche bellissime.
Quel coso strano era un organo Hammond e lo suonava suor Ludovica. Questo è l’unico ricordo positivo che ho di quei pochi mesi, o forse giorni, che trascorsi all’asilo parrocchiale. Oddio, ricordo anche che mi fidanzai con una certa Paola e già allora dovevo avere le idee ben chiare in fatto di bellezza. La rividi dopo vent’anni e giuro che era diventata uno schianto. E non dico altro per non mordermi le dita.
Gli altri ricordi sono tutti nebulosi e rotondi. Dico rotondi perché le suore che gestivano l’asilo erano tutte di corporatura robusta e facevano una certa impressione. Forse i miei occhi erano troppo piccoli oppure non erano abituati a focalizzare le grandi misure. Però, anche se il paragone sembra eccessivo, tra suor Amabile e la Seicento Multipla nera di mia zia Clelia non percepivo grosse differenze. E tutte le altre sorelle erano uguali a suor Amabile.
Dopo pranzo ci radunavano intorno al tavolone per dormire. Ogni bambino doveva chinare il capo oppure sorreggerlo con i pugni. A me non dispiaceva: per almeno trenta minuti, un’ora, avrei pensato ai cavoli miei, senza occupare la mente in stupidi lavori di colla e cartone. Senza intonare canzoni dal significato oscuro o mettersi in riga e pregare i santi. Quindi appoggiavo il mento sopra i pugnetti e pensavo.
A volte succedeva che riuscivo a prendere sonno, cominciavo a solfeggiare le zeta, ad accompagnare gli altri bambini… zzz…zzz…zzz…testavo i motori… ron…ron…e ci aggiungevo pure un bel sospiro perché faceva tanta tenerezza.
Mi succedeva anche di vedere le pecorelle saltare lo steccato oppure toccare con mano i soldatini che avrebbe portato Santa Lucia. Mi sembrava di disporli in formazione e dare l’avvio a battaglie infinite. Il trombettiere suonava la carica, i cavalli scalpitavano e poi si sentiva il sibilio delle frecce unito a quello delle pallottole. Vedevo la gru telecomandata, bruum, bruum brumm, la PISTOLA! la pistola con i pallini rossi…zzz…zzz… il trenino Lima del fratello… ron…ron…ron…
Lo sentivi sferragliare questo trenino, ciuff ciuff, sembrava quasi di sentirlo. Gli abbassavi i finestrini e il vento ti scompigliava i capelli. Sì, la locomotrice verde ce l’avevi in mano, tuo fratello te l’aveva regalata. Sapevi che era solo un sogno, un’immagine appoggiata su tante zzz…zzz…zzz… ma sembrava vero, lo toccavi, faceva rumore, ciuff ciuff e tran tran. Eri piccolo ma ti rendevi conto che una volta sveglio tutto questo sarebbe sparito e quindi insistevi, continuavi a solfeggiare le zeta, deciso a non aprire gli occhi.
Invece ti svegliavi di soprassalto e vedevi sfilare tra le sedie quel donnone di suor Carmela, un rodomonte di donna che assomigliava a nonna Abelarda e che se non ricordo male, sul naso adunco aveva anche un grosso bubbone. Con gli occhi appannati seguivi gli scartamenti di questa locomotiva, il suo sciabattare tra un bambino e l’altro, la brezza che sollevava la tonaca, quell’odore che rimaneva nell’aria.
“Borotalco? Sudore? Minestrone?” ti chiedevi sollevando il naso.
Cercavi di riprendere sonno ma non era facile. Non dopo quella visione e lo strano odore che si era infilato nelle narici.

continua

Scarabocchi #2

Quando ero piccolo e in grado di tenere in mano una matita mio papà mi aveva insegnato un trucco per disegnare : scarabocchiava a caso su un foglio e poi, evidenziando alcune linee e nascondendone altre, come per magia faceva saltare fuori un volto, un viso spesso strano e buffo. Ci ho provato, ci provo tuttora ma non ho mai eguagliato i suoi risultati. Mio padre ha il dono della pittura e secondo me usa qualche altro trucco.

Come ho già detto, nei miei anni di scuole superiori mi sono applicato nell’arte dello scarabocchio, coprendo i margini dei quaderni (quasi il bianco mi facesse paura), le pagine iniziali o finali, a volte gli appunti stessi.

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Quando le ore di scuola divennero sempre più noiose ed inutili e distanti dal mio sentire, cominciai a riempire piccoli taccuini, moleskine che ora stanno sull’ultimo scaffale della libreria. Pagine intere di disegni che per adesso lascio là. Da come li ho curati, riempiti, colorati, ne deduco che quella scuola a me non sia servita molto

Come un frutto maturo

Ai fratelli maggiori occorre essere sempre riconoscenti. E chiudere anche un occhio, sopportare che strofinino le nocche sulla testa e leggano il Topolino prima di te.
Di avere questo debito nei loro confronti si può esserne consapevoli fin da subito, voglio dire, già al momento dei piccoli soprusi, o anche in età matura.
Io non ho mai subito alcun tipo di angherie. Certo, ricordo una volta sola che mio fratello ha strofinato le sue nocche sulla mia testa. Una sola, forse perché l’aveva visto fare e gli interessava capire cosa ci fosse di bello.
Molte volte ha letto il Topolino prima di me, anche se non era il suo turno, ma lui impiegava quindici minuti a leggerlo tutto mentre a me quei minuti servivano solo per la prima pagina. Poi cos’altro? Mi svegliava mettendo il cane sul mio letto e a me dava fastidio, non per il cane ma perché non avevo nessuna voglia di alzarmi.
Poi ricordo solo cose belle, infiniti e disinteressati piaceri e oggi, sentendo una canzone ho pensato che a mio fratello dovrei essere eternamente grato.
Perché quando ero piccolo chiesi ai miei il permesso di studiare musica, principalmente la tastiera. Dissi proprio così:
“Vorrei imparare a suonare la tastiera”.
Mio fratello, che era di sei anni più vecchio di me e capiva come girava il mondo mi disse:
“Ma sei scemo? Studia il pianoforte!”
E io ci pensai a lungo. “Il pianoforte? Quel coso grande… mica me lo prendono… e dove lo mettiamo?”
La tastiera, o l’organo, era molto più pratico. Avevamo già un piccolo organetto Bontempi, bianco e rosso, sul quale si era esercitata tutta la famiglia. Se ripenso al suono e all’odore di quello strumento mi viene da star male. Però in circolazione c’erano degli organi più professionali, addirittura a due tastiere! E poi l’organo aveva anche un bel nome tondo, cominciava per O e finiva per O. C’era solo quella erre in mezzo a rovinare tutto.
Ci pensai tutta un’estate e fu proprio durante quei mesi caldi che il mio gusto, come un frutto maturo cambiò, gettandosi sul pianoforte, perché è così che succede: i consigli dei fratelli grandi sono sempre dei grandi consigli.
E oggi, che alla radio trasmettevano incredibilmente una canzone dei Pooh, ho pensato:
“Diavolo… se non ci fosse stato mio fratello avrei corso il rischio di diventare come Roby Facchinetti”. E mi è venuto un brivido. L’ho scampata proprio bella.
panirlipe_mat

Insoliti ricordi spagnoli #1

Ispirato dal bi-blog  Libroaperto di Alerika.
Foto by Alessandra Fermi
Foto by Alessandra Fermi

“Dovevamo proprio indossare questi buffi copricapi ?” dice lei a denti stretti.
“Certo! Servono per rendere più realistica la foto”.
“Realistica? Ti sembra realtà questa?”
“Sst…non ti muovere, altrimenti viene mossa”.
“Señora…tiene la boca muy enfandada!” dice il fotografo togliendosi il mantello nero. Si avvicina a lei, le sistema il ciuffo di capelli e la invita a sorridere. Poi ritorna dietro all’obiettivo, si piega e scatta la foto.
Mara sta pensando a quel giorno di pochi mesi prima, quando Francesco le regalò una scatoletta di velluto blu e le chiese di sposarlo. E lei, provando l’anello aveva risposto:
“Te lo dirò domani”.
Una risposta, secca e veloce, tanto per tenerlo sulle spine perché sapeva già che avrebbe accettato. Poco convinta ma lo avrebbe fatto.
“Mi aveva promesso un viaggio di nozze alle Maldive. Questo mi aveva promesso. E invece eccoci qui, tre giorni velocissimi a Madrid. Solo perché i suoi impegni di lavoro non gli permettono di restare via a lungo”.
Francesco la stringe. E’ curioso di vedere il risultato dello scatto.
“Vedrai, sarà molto più bello delle centinaia di foto che ci hanno scattato durante la cerimonia”.
Mara non ne è convinta e quella stretta le pare adesso soffocante.
“Señor, ecco qui la foto? Magnifica, non le pare?”
Francesco la osserva con attenzione. Immagina già la faccia che faranno i suoi futuri figli quando avranno abbastanza anni per valutare l’età di una fotografia.
“Incredibile! Sembra veramente una foto d’epoca”.
Mara osserva la foto di sbiego, la sfiora con un dito, passa sopra al tono virato in seppia.
“Già, sembra una foto vecchia, consumata”.
Come questo amore, le viene da dire. Invece, divincolandosi dalla stretta prende una banconota dal borsellino e la dà al fotografo.
“Tenga pure il resto” dice, “se lo merita, oggi mi ha aperto gli occhi”.

Gli anni sulle mani


Dai denti.
L’età dei cavalli ma anche degli altri animali, si stima osservandone le arcate dentali. E’ stato studiando la dentatura delle mummie che gli antropologi hanno stabilito l’età di alcuni faraoni.
Chi non è caro agli dei ed ha la fortuna di invecchiare, facilmente non ci arriva con i suoi denti e già in vita è possibile capire se una persona ha le sue punte originali, se dispone di protesi o se ha effettuato sbiancamenti al perossido.
È anche facile capire se una donna è ricorsa a qualche ritocco estetico. Basta che abbia le labbra a canotto e un’espressione che ricordi qualche personaggio televisivo.
E lo stesso vale per gli uomini: non c’è parrucchino, toupè o tinta che sfugga al mio occhio clinico.
Tuttavia c’è una parte del nostro corpo che invecchia e sulla quale non si possono fare ritocchi. A poco valgono le creme e i chirurghi plastici non se ne sono mai occupati in termini di bellezza: le mani.
Le dieci dita rivelano l’età di una persona. Una splendida cinquantenne può anche mantenersi in forma e giovane, avere un aspetto sbarazzino e solare ma le mani sono impietose. Fanno le grinze, si macchiano, s’ingrossano. Le dame di gran classe una volta indossavano i guanti per questo.
Ricordo molte mani. Quelle di Chiara erano piccole e paffute. Qualche volta le aveva ancora impiastricciate di inchiostro e sulla tastiera lasciava delle piccole macchie blu.
Sua cugina Virginia le aveva più sottili ma spesso arricchite di gomma pane, pongo, das o caccole del naso. Suo fratello Luca le teneva più in ordine e profumavano di sapone. Le mani dei bambini dicono tante cose, ti raccontano quello che hanno fatto durante la mattina, se hanno giocato in palestra o se hanno disegnato con le tempere. Ti dicono se sono bambini vivaci o tranquilli.
Cecilia le aveva piene di anelli e appesantite da una decina di braccialetti. Le dicevo che con tutto quel peso le sarebbe venuta la tendinite. Mentre suonava io osservavo gli anelli, uno ad uno. Quello d’argento, liscio e sottile. Quello con il brillante e l’altro dorato. E poi l’anello doppio che avvolgeva l’intera falange del medio. Mi piaceva quello verde e poi l’altro artigianale, quello che le avevo regalato io, portato a casa dal viaggio di nozze. Non mi piacevano quelli che teneva alle estremità, sui pollici e mignoli. Osservavo gli anelli i quali però offuscavano la bellezza delle dita, ben calibrate, di una misura adeguata, non troppo sfacciata.
Mara aveva le mani di una splendida cinquantenne, cioè di una donna invidiabile per il fisico, l’aspetto ancora giovanile, la scollatura generosa ma purtroppo, con le dita che portavano i segni del tempo, dei numerosi ammolli, qualche macchia, delle grinze.
Suo marito Carlo le aveva ben curate, senza cuticole. Le mani di un direttore di banca, con le immancabili lentiggini che rivelavano la sua età pensionabile. Eppure ancora toniche, mature ma non cadenti.
Lisa le aveva bagnate, rivelavano la sua tensione e passava ripetutamente un panno sopra la tastiera per togliere il sudore.
Lui, Alberto, aveva le mani da vero uomo, da pugile. E lo era. L’avevo visto demolire con un pugno un cestino dei rifiuti e poi sbrecciare il muro della palestra. L’avevo anche visto sollevare di peso un uomo, prendendolo per il bavero. Aveva due mani che erano badili, un po’ secche, bisognose di cure, creme emmolienti. Sulla tastiera slittavano bene, con qualche problema sui tasti neri che compensava con l’agilità.
Lucia aveva delle mani perfette. Sono passati vent’anni e di sicuro ha le stesse dita di allora. Sottili, lisce, perfette, arricchite da un solo anello. Per quelle mani il tempo non passa mai.

Colleziono mani…su, avanti, speditemene qualcuna.

I suoni e gli odori del mio pianoforte

Uno dei tre uomini mi chiese: “Quale vuoi?”
A me sembravano tutti uguali e non sapevo quale scegliere.
Mi trovavo in un laboratorio dal soffitto altissimo, un edificio che con tutta probabilità doveva essere stato una stalla, qualche decennio prima. Le interiora dei pianoforti erano accatastate da un lato mentre i loro mobili dall’altro.
“Ti consiglio questo” disse il signor De Vecchi mostrandomi uno strumento che presentava una forma abbastanza riconoscibile e paragonabile ad un pianoforte.
“Dobbiamo solo dargli il colore e incollare qualche cornice. Ti piace questa, sottile e tonda?”
Il signor De Vecchi era un artigiano che acquistava pianoforti di terza mano in Germania. Partiva con un camion vuoto e ritornava dopo un mese con lo stesso pieno. A quel tempo per me la Germania era qualcosa di buio e misterioso. Per arrivarci bisognava attraversare la Foresta Nera e restare via parecchi giorni. E se il signor De Vecchi affrontava un viaggio del genere per acquistare vecchi pianoforti, un motivo doveva esserci. E forse anche più di uno.
“Vuoi la tastiera di plastica o di avorio?”
Vedendomi incerto la scelta la fece lui:
“E’ meglio di plastica, costa meno e i tasti non diventano gialli”.
“Ma che fine hanno fatto i tasti originali?” chiesi incuriosito.
“Mah! In Germania ci fanno le dentiere per gli animali da compagnia e forse anche per le mucche da latte”.
Io strabuzzai gli occhi, come feci quando venne la mia insegnante a provare il pianoforte.
“Dovevi chiedere a me! Ti portavo io nel negozio giusto. Questo strumento non durerà a lungo”.
Sono passati venticinque anni e il pianoforte è ancora con me. Abbiamo traslocato due volte e subìto qualche riparazione. Da un decennio non chiamo l’accordatore e cerco di arrangiarmi da solo. Gli accordatori non sono gente normale: il primo indossava delle scarpette rosa mentre il secondo era logorroico, appassionato di formula uno ma soprattutto suonava in un locale per spogliarelliste.
Quando non mi esercito per molto tempo le corde si rattristano. Me ne accorgo appena inizio a suonare: sembrano delle educande al loro primo incontro galante. Hanno quasi paura a farsi toccare, non rispondono, esitano. Anche l’odore del mobile, quando scopri la tastiera, non è dei migliori: profuma da sacrestia, da casa costruita in tufo.
Dopo qualche giorno si lasciano andare, il suono diventa corposo, pulito. Tutto lo strumento interagisce, anche il mobile emana un buon profumo. Dovessi descrivere questa sensazione con un’immagine prenderei una ragazza dai capelli lunghi e i seni scoperti, affacciata ad una finestra sul mare. Poi, dopo un uso costante, le corde si stancano. Lo si avverte dal suono: qualche corda stride, un martelletto scricchiola, il pedale del forte s’allenta. Sembra quasi un’amante stanca.
Tra i nostri ricordi più belli c’è una notte d’agosto del’98, quando mi alzai e approfittando del fatto che in casa non c’era nessuno, suonai in perfetta solitudine per qualche ora. Sul pianoforte, sotto il leggio, c’è una targhetta d’ottone con inciso il nome del costruttore:

J.Reissmann Kgl.b. Hoflieferant Nurnberg

A seconda delle musiche immagino che il pianoforte sia appartenuto ad una bambina della Baviera, con le trecce bionde e i piedi che non arrivavano ai pedali; oppure ad un gerarca nazista scampato al processo di Norimberga. Periodicamente, quando lo smonto per pulirlo o ammorbidire i feltri dei martelletti, ripenso a quell’edificio pieno di interiora e quarti di pianoforte. Controllo sempre l’interno, gli spazi fra l’arpa e la struttura di legno nella speranza di trovarci qualcosa, un segno, un segreto. Poi, prima di chiuderlo, lo pulisco con delle lozioni di mia creazione a base di lavanda o melissa.
E pulisco anche i tasti, non si sa mai, un giorno potrebbero andare bene per la dentiera di qualche cavallo.

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Il primo bacio

bacio

“Ti arrabbi se ti do un bacio?”
Dissi così, senza preavviso, anche se tutti e due sapevamo che sarebbe successo.
“No” mi rispose.
La baciai sulla guancia. Era gennaio e il suo viso profumava di fresco.
“Ti arrabbi se te ne do un altro?”
“No”.
Le diedi un altro bacio, sempre sulla guancia.
Ora le sue guance erano meno fresche: un leggero rossore le riscaldava.
Noi due, chiusi nell’ascensore di un palazzo alto dieci piani, ci scambiavamo i primi innocenti baci.
Non c’era stato nessun motivo particolare per entrare in quel palazzo, nessuna persona d’andare a trovare, neppure un conoscente. Era solamente un palazzo che distava trecento metri da casa sua e prima di lasciarci avevamo pensato di andare a vedere quanto impiegava un ascensore a salire là sopra.
“Andiamo al decimo?”
“Certo”
Fortunatamente era vuoto e quando arrivammo al quarto o quinto piano ebbi l’idea geniale di darle il primo bacio, poi il secondo, poi il terzo.
Io la baciavo durante la salita, lei contraccambiava durante la discesa.
Al decimo piano si sentiva la musica di un pianoforte, le note che sfumavano lentamente.
Dopo due giri di giostra uscimmo dal palazzo, l’accompagnai alla porta e poi rincasai, ubriaco di felicità. Era il mio quindicesimo compleanno, il giorno in cui avevo baciato una ragazza, la mia prima vera ragazza.
Quattordici anni dopo ripresi quell’ascensore. Salii fino al decimo piano e mi ricordai di quel giorno, delle guance fresche di Lucia. Sembrava che fosse lì. Forse mimai anche il gesto, il movimento della testa che si abbassa fino a raggiungere un ipotetico volto.
Ripensai a quei momenti fino a quando l’ascensore s’arrestò. Ero arrivato al decimo piano ed una porta s’aprì. Mi accolse l’accordatore che aveva restaurato la meccanica del pianoforte: ero andato a saldare il conto.
Quando scesi, nuovamente con l’ascensore, non so se mi fece più male il ricordo di quel primo bacio o i soldi che avevo appena lasciato a quell’uomo.

Impennate

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La settimana scorsa sono andato a trovare i miei. Anche a distanza di anni scopro che non ho dimenticato certe abitudini tipo alzare gli occhi sul secondo piano della casa sul retro, per vedere se c’è la ragazza tedesca, oppure osservare dalla finestra della cucina le persone che passeggiano. Talvolta mi sembra che non sia cambiato nulla: la magnolia è sempre della stessa altezza, la signora dai capelli viola porta a spasso lo stesso cane e la tedesca ormai ha una figlia di vent’anni ma fa sempre piacere vederla.
Quel giorno ho visto anche il mio amico Marcello. Siamo cresciuti insieme, dalle elementari alle superiori e poi ci siamo persi. Lui è tornato a vivere nel condominio dove è nato, nell’appartamento proprio sopra a quello dei genitori.
Lo osservavo mentre usciva dal garage con suo figlio Martino. Sorridevo pensando ai loro nomi. Un tipo metodico come Marcello al proprio figlio poteva dare solamente un nome che iniziava  con la lettera emme. Li osservavo mentre uscivano con le biciclette. Martino (avrà dieci anni) è proprio uguale a suo padre quando aveva la stessa età. Mi pareva di vedere lo stesso bambino che mi rubava i soldatini, il mio migliore amico con il quale raramente ho fatto a botte e che quando saliva in bicicletta dava sempre un’impennata. Non troppo elevata, perché una volta si era cappottato. Giusto una piccola impennata, sufficiente ad alzare di dieci centimetri la ruota davanti.
Li osservavo controllare la pressione delle gomme. Marcello era di nuovo dimagrito. Lo vedo una volta all’anno e ogni volta è diverso. E’ il classico uomo che gioca sui dieci chili in più o in meno.
Martino è salito sulla bici ed è uscito in strada. Marcello ha inforcato la sua (grigia, come quella che aveva trent’anni fa), ha fatto una pedalata e poi… sì, inarcando la schiena e forzando sui reni ha dato un’impennata, leggera, sufficiente ad alzare di dieci centimetri la ruota davanti.

Per Elisa

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“Ho bisogno del bagno” disse Chiara.
Eravamo io e lei in una sala di un vecchio convento. Un’ampia vetrata ci permetteva di godere della vista del lago e allo stesso tempo sentire i raggi amplificati del sole.
Io avevo appena terminato uno dei pezzi più inflazionati per pianoforte, una sonata che prima o poi qualsiasi studente impara: “Fur Elise” di Beethoven.
Lei ne rimase estasiata e alla fine, rossa in volto mi disse:
“Mentre la suonavi sentivo il cuore battere”.
Ricordo che indossavo un maglione grigio. Stranamente eravamo soli, tutti i nostri amici erano nelle altre stanze a giocare a biliardino.
Io non risposi o forse dissi qualche sciocchezza tipo:
“Succede anche a me, a volte”.
Provai a suonare dell’altro, forse Muzio Clementi, poi lei disse:
“Ho bisogno del bagno” ed uscì.
Io mi aspettavo che sarebbe tornata per farle battere il cuore ancora una volta.
Le avrei espresso qualcosa anche a parole, senza il pianoforte. Anzi, appena tornata avrei chiuso il pianoforte e insieme a lei avrei magnificato le bellezze del lago visto da quelle vecchie mura. E poi la profondità dei suoi occhi, due bottoni.
Dalle finestre vedevo un vecchio prete quasi centenario, un ex padre generale della congregazione, passeggiare nel cortile. Sgranava il rosario e ogni dieci ave marie faceva una pausa.
Chiara non tornava.
Chiusi il pianoforte e andai a cercarla: stava ridendo e giocando a biliardino.
E io mi chiesi se veramente aveva un cuore che batteva.