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14 marzo 2020|carestia

14 marzo 2020. Carestia

Si chiamava Abbondanza il paese destinato a morire. La sua parte settentrionale era ricca e prosperosa ma carente di affetti. La parte meridionale, al contrario, era ricca di umanità ma la carestia era sempre in agguato, come un gufo nel bosco. Il centro, che allungava le propaggini in alto e in basso a seconda delle convenienze, era confuso e immobile e paralizzava l’intero paese che, a vederlo da fuori, pareva un gatto, sorpreso di notte in mezzo alla strada, pronto per essere investito.

La signora Berna amava i gatti

Gatto di Maison Laffitte

La signora Berna non era una vicina qualsiasi. Innanzitutto era la vicina della mia fidanzata e poi era una musicista, anzi, una polistrumentista. Se volevi imparare a suonare uno strumento bastava andare da lei. Volevi suonare il corno inglese o diventare un virtuoso del controfagotto? Di sicuro avresti ricevuto da lei dei solidi rudimenti musicali. Ma in genere dava lezioni di canto, pianoforte, violino e arpa e da mattina a sera le tubature del vecchio stabile vibravano per simpatia con le note o i gorgheggi che producevano gli studenti.

Questa signora Berna, quando la conobbi io, era quasi cieca, piccola, curva e se usciva da casa si muoveva con tutta la sua corte dei miracoli. In prima fila il marito Sergio, simile ad un maggiordomo, molto più giovane di lei e che si diceva l’avesse sposata per interesse. Di seguito tutto il nipotame e gli allievi prediletti che s’ingegnavano di farle ombra se c’era il sole, proteggerla se pioveva, sorridere in continuazione come una comitiva di giapponesi. Insomma, una combriccola a dir poco pittoresca.
La Berna era amante dei gatti e in casa ne teneva almeno una decina. A tutti aveva dato un nome che equivaleva ad una nota e così, oltre a Do RE MI FA SOL LA SI ne aveva aggiunti altri man mano che questi morivano.
Il primo a partire fu LA che scivolò dal balcone, si avvinghiò sul filo della biancheria, andò a sbattere proprio sullo scuro aperto del piano inferiore e terminò il volo sulla testa della signora Rigoni che stava sventolando la tovaglia.
“Hai! La me recia, sacranon!” esclamò spaventata.
Il gatto non solo le era piovuto sulla testa ma nell’estremo tentativo di riparare a quelle bizzarre traiettorie, si era aggrappato con gli artigli ad un lobo della Rigoni. Lei se la cavò con qualche punto, un bicchierino di grappa e un po’ di spavento. Lui, il gatto, tradito da quei giochi di sponda non riuscì a gonfiarsi e cadere sulle zampe. Morì dopo i consueti tre giorni di agonia e passione e per una settimana la Berna diede sfogo al proprio dolore eseguendo tutte le marce funebri che conosceva. Trascorso il periodo di lutto prese un nuovo gatto e lo chiamò BEQUADRO.
Il secondo ad andarsene fu RE. Lui partì e basta. Stava rosicchiando un pezzo di pollo quando s’accorse che la porta d’entrata era aperta. Rimase quieto e buono fingendo di lottare con l’astragalo dell’arrosto per poi fuggire senza esitazioni. Scese di corsa le scale, s’infilo fra le gambe della solita Rigoni che stava rientrando con la spesa e si gettò in strada. Non si fece distrarre dai giochi di sponda: carambolò sotto una macchina, ne schivò un’altra e poi fuggì come una lepre.
“Gli piaceva molto Bach” disse la Berna con un pizzico d’ironia. “ E a dire il vero assomigliava tanto a mio marito. Per lui esistono solo toccate e fughe” disse questa volta con sarcasmo.
Un po’ alla volta, o per cause naturali o per decessi forzati la compagnia dei gatti mutava ed ogni nuovo membro prendeva un nome diverso, mai usato prima. La mia fidanzata aveva tenuto il conto di tutti i felini che erano passati a miglior vita e quando arrivai io la composizione era questa: ANDANTE, TRILLO, PP (pronunciato Pipì e stava per pianissimo), CROMA, SEMI (che non era l’abbreviazione di semitono o semicroma ma il diminutivo di SEMIBISCROMA), AD LIBITUM ed infine il MAGGIORE.
Quest’ultimo era proprio un bel gattone nero e paffuto. Se ne stava quasi tutto il giorno ad oziare sul coperchio del pianoforte e non muoveva un baffo, nemmeno se ti mettevi a suonare una rapsodia ungherese. Formava un’unica cosa con il pianoforte tanto che potevi benissimo scambiarlo per una gobba dello strumento, un gioco di ombre oppure non vederlo affatto.
Della Berna poi, essendo una donna un po’ particolare, si dicevano delle cose strane, tipo che si cibava con le scatolette dei gatti, dormisse con tutti questi sulla pancia e altre fantasie ancora più oscene. Ma di lei si diceva pure che avesse l’orecchio assoluto e che fosse capace di indovinare l’altezza di qualsiasi suono.
Ad esempio, se suonava il campanello lei diceva la tonalità, se era calante o crescente. Se passava un’ambulanza ti diceva le tre note ed era anche capace di mettere in musica quello che diceva una persona, sempre che questa avesse avuto una voce ben modulata. Ma nonostante questo orecchio fino era incapace di distinguere un gatto vero da uno falso. La mia fidanzata infatti, si divertiva a “miagolare” dalla finestra e poi, di nascosto, osservare la Berna che apriva la sua, sporgere la testa e dire: “Dove sei bello? Dove sei, vieni qui?” “Miaoooo…” “Dove sei, non ti vedo? Lascio la finestra aperta, entra quando vuoi”.
Un giorno ci provai io a miagolare. Evidentemente ero molto scarso e mi arrivò una scarpa, dritta sulla fronte.