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Terra di conquista

panirlipe-donnavolanteSiamo fermi al semaforo, davanti a tutti, come piloti di formula uno: io nella corsia di sinistra, tu in quella a destra. Ti vedo mentre ripassi il trucco, controlli il telefono, sbuffi e regoli il volume della radio. Sembri impaziente di partire, forse sei in ritardo ma dobbiamo aspettare, c’è qualche lavoro in corso.
Io non ho fretta, non l’ho mai avuta, tu invece sì.
Per mesi mi avevi assillato con proposte, messaggi, lettere, cartoline, due telefonate. Avevi assoldato anche Luca, il tuo migliore amico, che suonava il basso con me. Ed era stato lui a dirmi:
“Perché non vuoi metterti con Francesca?”
“Perché sono appena stato lasciato e non voglio impegnarmi di nuovo”.
“Dimenticheresti più in fretta…”
“È questo il problema: forse non voglio dimenticare”.
Lui era rimasto zitto, non aveva più armi a disposizione. Alla fine ne tirò fuori una ad effetto.
“Guarda che Francesca è una che pompa bene” e mi fece l’occhiolino.
Con me non poteva usare un’espressione peggiore, rifiutai di nuovo, senza difficoltà.
Ma poi arrivò l’autunno, iniziarono a cadere le foglie e anche le mie resistenze. Non so come sia successo, ricordo che eravamo rimasti da soli in un boschetto, io con la mia Vespa, tu con la Graziella, e tra un salice e un pioppo nero ti dissi:
“Va bene, ci sto”.
Giusto il tempo di ricevere un bacio sulla guancia, un’altra telefonata, un’uscita in compagnia e poi iniziarono le scuole.
Durante la prima ricreazione, Luca, il tuo migliore amico, il mio bassista, si avvicinò e mi disse:
“Sai, Francesca ha detto che forse è meglio lasciare perdere. Tu sei a scuola tutto il giorno, non avete tempo per vedervi, siete sempre distanti e quindi…”
E quindi finì lì. Io ero stato terra di conquista e il tuo scopo l’avevi raggiunto. E adesso, con il semaforo verde e i bassi dello stereo che fanno vibrare i sedili, parti veloce.
Sì, pompi bene, sull’acceleratore e sul volume.

Camminavamo

Camminavamo. Non ce lo aveva ordinato il medico ma suo padre, che era stanco di vederci sotto casa, “attaccati ai muri come manifesti” diceva lui. E quindi andavamo in giro per il quartiere, in centro città o dove capitava e quando faceva buio tornavamo ad incollarci alle pareti.
Camminavamo, e lo si faceva tenendosi per mano, io con la destra e lei con la sinistra, fino a quando per il sudore la presa si allentava e allora ci davamo il cambio: io le prendevo la sinistra e lei mi porgeva la destra.
In casa sua ci entrai solo una volta, forse due e per pochi minuti. In casa mia lei ci entrò due volte: la prima perché dovevo prendere dei dischi e prestarglieli. La seconda per mangiarci una pizza insieme ad una comune amica.
Ma a noi piaceva camminare, fino a quando ci sudavano i piedi e pure le mani. E ci piaceva restare incollati come lucertole alle pareti sotto casa, giocare con le correnti d’aria e qualche volta pure con l’ascensore.
Camminavamo senza essere mai stanchi, fino a quando giunti ad un bivio le nostre mani sgusciarono, come solo i pesci sanno fare. Io presi una direzione e lei l’altra, e ci lasciammo così,  con le mani umide e appiccicose.

Un sacco di oggetti strani e guarnizioni bianche


Il bambino stava osservando la borsa magica dell’idraulico dalla quale uscivano gli oggetti più misteriosi. Voleva chiedere quale funzione avesse la guarnizione avvolta in una custodia trasparente ma fu interrotto dalla madre.
“Vai a giocare con i tuoi amici, non vedi che l’idraulico sta lavorando? Non può lavorare bene se gli stai sempre alle spalle e continui a fare domande. Su, vai!”
“Solo cinque minuti, mamma”.
“E va bene, cinque minuti. Quando vedi la lancetta grande sul sette e quella piccola sul dieci, devi uscire. Intesi?”
Trascorso il tempo, il bambino indossò le scarpe ma prima di uscire disse: “Domani torna, vero mamma?”
“Sì, domani torna e ti farà giocare con le chiavi inglesi”.
Sceso in cortile si unì al gioco che altri bambini stavano facendo.
“Sei in anticipo oggi, cosa succede?” gli chiese un amico.
“E’ arrivato un idraulico e mamma non vuole che lo disturbi”.
“Ancora? Ma quante volte viene l’idraulico a casa tua? A quest’ora poi…”
“Mamma dice che la nostra casa è vecchia. Un giorno si è rotto il tubo del bagno, ieri il rubinetto gocciolava, poi la lavatrice… non capisco però perché mia mamma chiama sempre un idraulico diverso. E tutti hanno la medesima valigetta, con le stesse formidabili chiavi, un sacco di oggetti strani e guarnizioni bianche”.
Alzò lo sguardo, vide le tende della stanza di sua madre che si tiravano e rimase per qualche istante con i pensieri sospesi. Poi, dopo aver fatto una smorfia e scosso la testa si mise a giocare.

– 2006-

I Cieli di Damasco

Sollecitato da questo post di Petronilla, sono tornato ad uno dei miei divertimenti

La voce incomprensibile del comandante dice qualcosa che cattura la mia attenzione. Non so cosa ma nel fiume di parole allungate e diluite un suono mi ha svegliata dal torpore. Sollevo la benda dagli occhi, guardo fuori dal finestrino e osservo il lenzuolo blu che si estende all’infinito, fino ad arriciolarsi su qualche striscia di luce.

“We are above Damascus” dice il paffuto uomo al mio fianco. Lo dice alla moglie che sta seguendo l’ultimo film della Kidman, ed è piuttosto soddisfatta perché si è resa conto che il tempo passa per tutti, anche per i divi del cinema.

I cieli di Damasco, di Petronilla

“Dear, we are above Damascus, these are the skies of Damascus”.

Lui allunga il collo verso il finestrino, incurante di me. Gli posso contare i peli delle orecchie, le ferite lasciate dalla varicella, le basette tinte. Poi lascia il posto a sua moglie. Anche lei mi passa davanti, senza scusarsi, senza chiedere il permesso. Potrei misurarle lo strato di trucco e pure le cicatrici sopra le palpebre.

“Sorry” dice infine, e si ritira lasciandomi sotto il naso lo stesso profumo dozzinale usato dal marito.

Finalmente libera posso riflettere. Damasco, ecco qual era la parola che mi aveva colpito. Un suono dolce e duro, tenero ma resistente, soffice eppure stabile, come una stecca di torrone. Come eri tu.
Prendo il cellulare, rileggo i tuoi ultimi messaggi e li interpreto. Termini formali, asettici, privi di sfumature. Sì, tutta la tua dolcezza era svanita, la tua anima indurita, come un mandorlato che mette alla prova i denti.
In questo momento vorrei aprire il finestrino, salire sul primo tappeto volante e sparire, tuffarmi in quella striscia di luce. Preferirei non fossi mai tornato da me. Di più: in questo momento vorrei non averti mai conosciuto.

Quando le donne erano uniche

Mi è bastata la visione di un film (Australia) per dire:
“Uh! Ma chi è quest’attrice? Ride come la Parietti e poi anche come la Marini e ha gli stessi zigomi della Brigliadori, le stesse espressioni della Gruber…uh! Ma guarda un po’…è Nicole Kidman.
Sì, insomma, anche lei si è fumata il cervello e tutta l’originalità che aveva  è andata a farsi benedire.

Mi è bastata la visione distratta di un film di Truffaut (Effetto Notte) per dire: “Ah…guarda come erano belle le attrici, una volta. Tutte incantevoli, uniche, singolari, da innamorarsene”.

Da oggi non prenderò più in considerazione i film prodotti dagli anni novanta in poi.

Come di uno stato incerto

Esitare,
perché troppo affetto
ispessisce le arteriepanirlipe_pausa
libera umori stipati
calpesta recinti
sulle alture
dove congreghe
di pensieri criniti
alimentano
viottoli
scalzano
ciottoli
rendono le parole
simili a ninnoli
poco più utili
di una martingala.
Indugiare,
come di fronte al buio
e chiudere gli occhi
per godere meglio
l’oscurità.

13/02/2004

Divertimenti #7

Quel che resta del sogno

panirlipe- magritte-Le thérapeute
Renè Magritte-Le thérapeute

“Dottore…” esordì la paziente distesa sul lettino. La stanza era oscurata da una tenda grigia che rendeva cupo l’ambiente  ma allo stesso tempo regalava protezione.
“Sì, mi dica” rispose il professore che sedeva poco distante.
“Questa notte l’ho sognata” continuò la donna e subito dopo si lasciò scappare un sospiro.
“Chi ha sognato?”
“Lei, ho sognato lei”.
“Ah, ora capisco. Mi racconti”.
“Ero entrata in questa stanza ma lei non c’era. Seduta alla sua scrivania c’era una donna che mi disse di essere la  domestica. Io trovai la cosa molto strana perché in genere le domestiche non si mettono alla scrivania. Stava scrivendo qualcosa al computer”.
“Non le disse altro?”
“No, disse solo che lei non c’era ma mentiva”.
“Perché dice questo? Come fa ad esserne certa?”
“Perché lei era proprio alle sue spalle. Era in piedi dietro la domestica”.
“Allora non mentiva. Se ero dietro non poteva vedermi”.
“Ma la sua mano era appoggiata su una sua spalla e dava l’impressione di parlarle”.
“Capisco. Quindi…questa domestica  non le fece una buona impressione?”
“No, proprio no. Non gradisco le persone che mentono, soprattutto se non ce n’è bisogno. Voglio dire: una grande menzogna posso anche comprenderla, può avere un motivo valido ma le piccole bugie no, sono inutili, sono un dispetto”.
“Ma nei sogni è concesso mentire” disse sicuro il professore.
“Davvero?” chiese la donna mettendosi a sedere.
“Sì, il sogno è menzogna, o meglio, è un po’ discolo, va lasciato borbottare, come se fosse la macchinetta del caffè. Quello che serve a noi è altro”.
“Cioè?” chiese la donna incuriosita.
Quel che resta del sogno, quello ci interessa e quella è la verità”.
La donna si rimise sdraiata.
“Ora glielo racconto” disse, e le parole le vennero fuori, senza alcuna fatica.

orrore!

Sabato scorso, mentre camminavo per una via del centro, inavvertitamente ho sbattuto la mano contro la borsetta di una donna. Sempre camminando mi sono voltato per scusarmi e mi sono rigirato subito, non dico inorridito ma quasi.panirlipe_pitti
Se fossi stato una donna un po’ schizzinosa, di quelle delicate ma di buone maniere, mi sarei portata la mano davanti alla bocca e con voce stridula ma soffocata avrei detto:
“Odddio! Che orrrroree!”
Anche la regina Elisabetta II avrebbe reagito così, portandosi la punta di tre dita sulle labbra per nascondere un blurp! e sussurrare:
“Oh my God! She is awful!”
Ho pensato a come avrebbe reagito mia nonna. Lei avrebbe detto:
“Oggesumariasignor! Che sguisso che ho tirà”
Uno scaricatore di porto o l’ubriaco del Bar Centrale avrebbero usato qualche aggettivo poco elegante e forse avrebbero anche apprezzato. Io invece, siccome sono Pan, ho solamente detto:

Uh!”

Perché quella donna era rifatta e come l’ho vista mi si sono proiettati davanti agli occhi non uno ma cento volti, tutti diversi ma con la stessa matrice. Una lunga carrellata di personaggi pubblici, fotocopiati, ricalcati, sovrapposti. E allora, un conto è vedere queste mostruosità in uno schermo televisivo, altro discorso e ritrovarsele davanti al naso. Si reagisce diversamente. Un omicidio in tv ti fa sobbalzare e forse ti ruba un po’ il sonno ma se sparano in fronte al tuo vicino di casa, cominci a farti delle domande. Così mi succede quando sbatto davanti ad un orrore come quello di sabato scorso.

Pochi metri tra Artemisia e lo Spadarino

Domenica mattina l’hotel offriva ai suoi ospiti tre quotidiani diversi e io non ho fatto complimenti, in certe cose sono molto goloso. Dopo una colazione pantagruelica  ho sfogliato il primo giornale, sorvolando rapidamente sulle pagine dedicate al nostro comico nazionale. Mi sono fermato qualche secondo sulla notizia che avevo già visto qualche giorno prima  in rete e che, essendo privo di tendenze voyeuristiche avevo evitato di guardare:  parlo della ragazza di 17 anni frustata perché era uscita con un uomo che non era suo marito.

Ora, premesso che:

  • pur essendoci un video, testimoni e conferme, le notizie sono spesso costruite a regola d’arte e magari, si spera, quella è solo propaganda o controinformazione.
  • non è tanto una questione di religione islamica, talebani o integralisti perché cose simili accadono anche nell’Occidente capitalista e cristiano.
  • a mio parere non esiste alcuna religione, credo, pensiero, etica, morale, uso, tradizione, consuetudine che giustifichi di mettere le mani addosso ad una persona non consenziente.

Concludo che, pur essendo un non violento, nel pomeriggio, quando mi sono trovato davanti a questo dipinto, di una delle più grandi e poco riconosciute artiste italiane, ho pensato che quella ragazza di 17 anni avrebbe diritto di fare questo, non all’estremo, fino alla soluzione finale, ma fermandosi un attimo prima, lasciando sul collo dei suoi carnefici tante cicatrici quante le frustate ricevute: una collana di 34 fili rossi.

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Artemisia Gentileschi: Giuditta e Oloferne – Galleria degli Uffizi, Firenze

Artemisia Gentileschi aveva sfogato con un dipinto la sua rabbia. E’ lei che sta decapitando Oloferne e bisogna andare vicino alla tela per vedere il sangue che schizza sui suoi vestiti, sul seno. E osservare i lineamenti del volto: duri, severi e allo stesso tempo sereni, come solo una vendetta eseguita su carta o tela può dare.

A pochi metri da lì ho trovato un dipinto che mi ha fatto riappacificare con il genere umano e che purtroppo riesco a proporre solo in bianco e nero: quella gonna alzata e quei pochi centimetri di pelle sopra il ginocchio sono tra le immagini più sensuali che abbia mai visto.

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Giovanni Antonio Galli detto Lo spadarino:Dei che bevono l'ambrosia ('Brindisi in Olimpo') - Galleria degli Uffizi, Firenze

Insoliti ricordi spagnoli #1

Ispirato dal bi-blog  Libroaperto di Alerika.
Foto by Alessandra Fermi
Foto by Alessandra Fermi

“Dovevamo proprio indossare questi buffi copricapi ?” dice lei a denti stretti.
“Certo! Servono per rendere più realistica la foto”.
“Realistica? Ti sembra realtà questa?”
“Sst…non ti muovere, altrimenti viene mossa”.
“Señora…tiene la boca muy enfandada!” dice il fotografo togliendosi il mantello nero. Si avvicina a lei, le sistema il ciuffo di capelli e la invita a sorridere. Poi ritorna dietro all’obiettivo, si piega e scatta la foto.
Mara sta pensando a quel giorno di pochi mesi prima, quando Francesco le regalò una scatoletta di velluto blu e le chiese di sposarlo. E lei, provando l’anello aveva risposto:
“Te lo dirò domani”.
Una risposta, secca e veloce, tanto per tenerlo sulle spine perché sapeva già che avrebbe accettato. Poco convinta ma lo avrebbe fatto.
“Mi aveva promesso un viaggio di nozze alle Maldive. Questo mi aveva promesso. E invece eccoci qui, tre giorni velocissimi a Madrid. Solo perché i suoi impegni di lavoro non gli permettono di restare via a lungo”.
Francesco la stringe. E’ curioso di vedere il risultato dello scatto.
“Vedrai, sarà molto più bello delle centinaia di foto che ci hanno scattato durante la cerimonia”.
Mara non ne è convinta e quella stretta le pare adesso soffocante.
“Señor, ecco qui la foto? Magnifica, non le pare?”
Francesco la osserva con attenzione. Immagina già la faccia che faranno i suoi futuri figli quando avranno abbastanza anni per valutare l’età di una fotografia.
“Incredibile! Sembra veramente una foto d’epoca”.
Mara osserva la foto di sbiego, la sfiora con un dito, passa sopra al tono virato in seppia.
“Già, sembra una foto vecchia, consumata”.
Come questo amore, le viene da dire. Invece, divincolandosi dalla stretta prende una banconota dal borsellino e la dà al fotografo.
“Tenga pure il resto” dice, “se lo merita, oggi mi ha aperto gli occhi”.