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Attese

5 maggio 2020 | Attese

A ripensarci bene, quel treno che ci condusse a Venezia doveva aver compiuto un tragitto particolare: non ricordo di aver rivisto quei paesi, quegli scorci, quei caselli e le stazioni vuote. Come se per un giorno il treno fosse dirottato dai consueti binari per farsi un giro largo, ad ampio respiro, dilatare le distanze e il tempo.
E non raccogliere nessuno, perché oltre a Luca e alla sua ingombrante radio militare, c’era soltanto una ragazza con un pacco di spartiti sulle ginocchia. Con la mano destra pennellava le note nell’aria e seguiva un ritmo tutto suo, distante da quello di Walking on the Moon della radio.
Erano i nostri verdi anni delle tante aspettative, ora sono diventati quelli delle attese.

I treni non erano in orario

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La prima a parlare sei stata tu e io ti voltavo le spalle mentre eravamo tra un vagone e l’altro, in attesa di scendere.
“È inutile correre, tutti i treni sono in ritardo di un’ora”.
Io mi sono girato, ti avevo già riconosciuta dalla voce e poi dal viso. Mi aspettavo che tu facessi altrettanto, pensavo di vedere una sguardo stupito, due occhi sgranati, la bocca aperta, pronta a far uscire due parole, due soltanto:
“Ma tu…”
E io avrei risposto con altre due, due soltanto:
“Sì, io”.
Ma non mi hai riconosciuto, eri preoccupata di più per la coincidenza ferroviaria che non la nostra, assolutamente fortuita.
Ho cercato di farmi riconoscere muovendo la testa in tutte le direzioni, pronunciando parole che lo so, ti avrebbero colpito ma la tua resistenza ha generato in me qualche dubbio.
“Sto forse sbagliando? Sì, è vero, adesso ha il volto un po’ più affilato ma è lei, gli stessi capelli, lo stesso naso con le narici larghe. E poi quelle ballerine ai piedi, che io ho sempre trovato orribili. Lo zaino! Sì, quello che usava per i viaggi in moto e il piumino bianco, facile a sporcarsi. Forse i chili persi li ha messi sulle cosce, non la ricordavo così”.
Un gesto ha fugato ogni dubbio ed è successo quando hai calcato sulla testa il cappello di feltro grigio, quello che avevi preso durante un viaggio in Germania.
“Sei sicura che tutti i treni lo siano?”
“Lo dice l’app. Non so se sbaglia. Ad ogni modo, se la coincidenza parte puntuale io l’ho già persa”.
Hai alzato gli occhi, mi hai guardato e pensavo che da te uscissero tre parole, tre soltanto:
“Ma tu sei…”
E io avrei risposto con altre tre:
“Sì, sono io”.
Invece siamo scesi, i nostri treni, anche se in orari diversi partivano tutti dallo stesso binario e quindi abbiamo camminato lentamente. Il tabellone parlava chiaro, dovevamo restare lì, a guardarlo, con la speranza che questa azione facesse diminuire il ritardo.
“Ha guadagnato qualche minuto?” ti ho chiesto.
“No, ma l’importante è che non aumenti”.
Abbiamo trascorso un’ora tra un binario e l’altro, congiungendoci e allontanandoci, sorridendo e scambiando qualche informazione con altri pendolari.
“Adesso sì, adesso mi ha riconosciuto” ho pensato mentre l’altoparlante annunciava il treno in arrivo. Mi aspettavo quattro parole, anzi cinque:
“Tu sei Michele, vero?”
E io ti avrei risposto con altre quattro:
“È vero, sono Michele”.
Invece sei solo venuta a salutarmi:
“Ecco il mio treno, mi avvicino…arrivederci allora”.
“Ciao”.
Sei andata sotto il cartello che indicava il punto di fermata del vagone cinque e io ho riavvolto il mio calendario personale, andando indietro di oltre dieci anni, per capire come abbiamo fatto a diventare così indifferenti, quale sia stata la causa della nostra mancata coincidenza, cosa ci ha fatto deragliare, quale sia stato il guasto lungo la linea. Forse fu solo uno sbalzo di tensione, una diverso potenziale. E infine, abbiamo preso treni diversi.

Divertimenti #1

Fico Ferroviere Stendipanni

La signora Giardini, come d’abitudine, ogni mattina alle 10,19 si affacciava alla finestra che dava sul retro. Erano due i motivi: quello era il lato più esposto della casa, dove batteva il sole per quasi tutto il giorno e sullo stendipanni che il condomino precedente aveva attacpanirlipe_stendinocato sotto la finestra, lei appendeva il bucato della giornata.
E poi, a quell’ora passava il treno diretto a Venezia, guidato da suo marito ferroviere. Quando sfrecciava davanti a casa, lui dava due colpi con la sirena e lei sventolava un fazzoletto rosso.
Era un attimo, un piccolo fotogramma. Lei vedeva questo lungo serpente strisciare sulle rotaie e lui quel piccolo e sfuocato rettangolo rosso.
E questo era anche un segnale: Giacomo, il meccanico dell’officina sapeva che poteva arrampicarsi sul fico e salire al piano della signora Giardini. E rimanere, fino a quando il sole faceva il giro e andava a riscaldare l’altro lato della casa.