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Lo Zen e l’arte della manutenzione del pianoforte #4

Se le vostre dita corrono più veloci di quanto la partitura lo consente, più veloci di quanto i tasti lo permettano, aggiungete un po’ di lentezza sui tasti.

Le strane voci che giravano su Jenny

“Non durerò a lungo”.
Fu questo che pensai quando il bassista disse: “Cominciamo con qualcosa dei Pooh” e mi diede lo spartito di “Regina Troubador”.
Il mio complesso faceva musica folk. Non il folk americano alla Dylan, Baez o Mitchell, che magari potrebbe anche entusiasmare e farti sognare verdi praterie e strade lunghe e diritte che si perdono solo all’orizzonte.
Il nostro era il folk romagnolo alla Casadei, roba da tortellini e piadine e se propri dovevi immaginare qualcosa di bello dovevi sforzarti, chiudere gli occhi e ricordare il gelato a doppia cialda di Viserba.
Fortunatamente il bassista e leader del gruppo, un meccanico che aspirava a suonare il liscio nelle sagre di paese, collocò in stato molto interessante la fidanzata. Di giorno aggiustava i motori, abbandonò la musica e passò al matrimonio riparatore perché a quel tempo si usava ancora così.
Il passaggio alla musica rock fu spontaneo: bastò un riff di chitarra, un registro diverso alla tastiera e qualche sigaretta in più per irruvidire la gola del cantante.
Facevamo le prove in una villetta che fino a qualche anno prima aveva ospitato i bambini dell’asilo. Poi, complice la denatalità di quel piccolo paese, l’asilo chiuse e il parroco ci offrì gentilmente le sale per esercitarci.
Suonavamo solo per stare in compagnia, fare una spaghettata serale e poi accompagnare a casa la Tilly, sperando che fosse la volta giusta.
Io ero l’ultimo arrivato ma un po’ alla volta presi il posto del capo. Venivo dalla città a cavallo di un vespone e facevo colpo, quasi come Sting in Quadrophenia. Non saltavo mai una prova e sfidavo ogni intemperia per raggiungere l’asilo disperso nella campagna.
Portavo gente nuova, chitarristi strepitosi come Claudio che con la sua Fender mi accompagnava nella Fuga di Bach. Oppure suonavamo Santana, ci attaccavamo Giochi Proibiti e se ci girava bene riuscivamo ad incastrarci un blues, i Pink e concludevamo con l’Adagio di Albinoni. Gli altri posavano gli strumenti e ci stavano ad ascoltare, in religioso silenzio.

il luogo del concerto
il luogo del concerto

Dopo qualche anno di studi, finalmente arrivò il momento della nostra prima esibizione. Dovevamo suonare alla sagra del paese ma era urgente trovare un nome. Ed io ci pensai a lungo, come se si trattasse di dare un nome al proprio bambino. Mi sarebbe piaciuta qualche citazione letteraria, tipo “I battelli ebbri” oppure “Le Illuminazioni“. Invece lo ritrovai già fatto, stampato sulla locandina: “Gli Assenti“.
“Perché questo nome?” chiesi contrariato al cantante.
“Perché quando facciamo le prove manca sempre qualcuno. Quando abbiamo deciso mancavi tu”.
Già, era stata l’unica volta, poi tenni sempre duro, non mancai nemmeno una volta anche perché c’era la Jenny e su di lei giravano strane voci che mi sarebbe piaciuto verificare. A dire il vero ne avrei avuto anche l’occasione ma io ero troppo ingenuo e romantico per approfondire.
Facemmo un’esibizione anche nella mia scuola in occasione della festa di Natale. Come suonò la campanella scapparono tutti. Nella sala rimasero solo gli studenti cinesi e il direttore che ci disse:
“E’ stata un’esecuzione… forte”.
L’anno seguente il parroco ci negò il permesso di suonare: l’asilo doveva riaprire. L’ex bassista aveva messo in cantiere un altro bambino e sembrava che in paese molti uomini tirassero giù le culle dal granaio.
Trasferimmo tutti gli strumenti nella mansarda del cantante ma qualcosa si era rotto: un nuovo chitarrista aveva introdotto l’heavy metal. E poi le strane voci che giravano su Jenny erano vere, troppo vere per innamorarsene.
Un po’ alla volta diventammo assenti del tutto, come l’asilo: ora ci hanno costruito sopra una casa a tre piani.

Lo Zen e l’arte della manutenzione del pianoforte #1

Se le vostre dita non scivolano più bene sui tasti del pianoforte, può essere che:

  • Il criceto ci abbia fatto una passeggiata.

    criceto
  • La gatta l’abbia seguito

  • I vostri figli abbiano suonato con le dita sporche di plastilina, das, pennarello e forse anche di terra, caccole e biscotti.
  • Vostra moglie abbia sperimentato un nuovo prodotto per la pulizia.
  • Sia semplicemente trascorso molto tempo dall’ultima volta che avete suonato.
  • Le unghie siano da tagliare. Vogliamo tagliarle o no?

    unghie
    unghie

La patina di nero che si deposita sui tasti può avere origini diverse. A me piace pensare che siano le note dello spartito che si smaterializzano e cadono.

Comunque sia, siccome non tutti formulano i miei bei pensieri, per pulire la tastiera si può usare un batuffolo di cotone imbevuto di una sostanza poco alcolica, ad esempio acqua di lavanda.

Poi, una volta terminato questo primo passaggio, è bene passare con un pennello fra i tasti, per togliere quello sporco che si è appallottolato.
Insomma, le piccole e petulanti semibiscrome cadute dallo spartito, quelle che non vogliono andarsene.

I suoni e gli odori del mio pianoforte

Uno dei tre uomini mi chiese: “Quale vuoi?”
A me sembravano tutti uguali e non sapevo quale scegliere.
Mi trovavo in un laboratorio dal soffitto altissimo, un edificio che con tutta probabilità doveva essere stato una stalla, qualche decennio prima. Le interiora dei pianoforti erano accatastate da un lato mentre i loro mobili dall’altro.
“Ti consiglio questo” disse il signor De Vecchi mostrandomi uno strumento che presentava una forma abbastanza riconoscibile e paragonabile ad un pianoforte.
“Dobbiamo solo dargli il colore e incollare qualche cornice. Ti piace questa, sottile e tonda?”
Il signor De Vecchi era un artigiano che acquistava pianoforti di terza mano in Germania. Partiva con un camion vuoto e ritornava dopo un mese con lo stesso pieno. A quel tempo per me la Germania era qualcosa di buio e misterioso. Per arrivarci bisognava attraversare la Foresta Nera e restare via parecchi giorni. E se il signor De Vecchi affrontava un viaggio del genere per acquistare vecchi pianoforti, un motivo doveva esserci. E forse anche più di uno.
“Vuoi la tastiera di plastica o di avorio?”
Vedendomi incerto la scelta la fece lui:
“E’ meglio di plastica, costa meno e i tasti non diventano gialli”.
“Ma che fine hanno fatto i tasti originali?” chiesi incuriosito.
“Mah! In Germania ci fanno le dentiere per gli animali da compagnia e forse anche per le mucche da latte”.
Io strabuzzai gli occhi, come feci quando venne la mia insegnante a provare il pianoforte.
“Dovevi chiedere a me! Ti portavo io nel negozio giusto. Questo strumento non durerà a lungo”.
Sono passati venticinque anni e il pianoforte è ancora con me. Abbiamo traslocato due volte e subìto qualche riparazione. Da un decennio non chiamo l’accordatore e cerco di arrangiarmi da solo. Gli accordatori non sono gente normale: il primo indossava delle scarpette rosa mentre il secondo era logorroico, appassionato di formula uno ma soprattutto suonava in un locale per spogliarelliste.
Quando non mi esercito per molto tempo le corde si rattristano. Me ne accorgo appena inizio a suonare: sembrano delle educande al loro primo incontro galante. Hanno quasi paura a farsi toccare, non rispondono, esitano. Anche l’odore del mobile, quando scopri la tastiera, non è dei migliori: profuma da sacrestia, da casa costruita in tufo.
Dopo qualche giorno si lasciano andare, il suono diventa corposo, pulito. Tutto lo strumento interagisce, anche il mobile emana un buon profumo. Dovessi descrivere questa sensazione con un’immagine prenderei una ragazza dai capelli lunghi e i seni scoperti, affacciata ad una finestra sul mare. Poi, dopo un uso costante, le corde si stancano. Lo si avverte dal suono: qualche corda stride, un martelletto scricchiola, il pedale del forte s’allenta. Sembra quasi un’amante stanca.
Tra i nostri ricordi più belli c’è una notte d’agosto del’98, quando mi alzai e approfittando del fatto che in casa non c’era nessuno, suonai in perfetta solitudine per qualche ora. Sul pianoforte, sotto il leggio, c’è una targhetta d’ottone con inciso il nome del costruttore:

J.Reissmann Kgl.b. Hoflieferant Nurnberg

A seconda delle musiche immagino che il pianoforte sia appartenuto ad una bambina della Baviera, con le trecce bionde e i piedi che non arrivavano ai pedali; oppure ad un gerarca nazista scampato al processo di Norimberga. Periodicamente, quando lo smonto per pulirlo o ammorbidire i feltri dei martelletti, ripenso a quell’edificio pieno di interiora e quarti di pianoforte. Controllo sempre l’interno, gli spazi fra l’arpa e la struttura di legno nella speranza di trovarci qualcosa, un segno, un segreto. Poi, prima di chiuderlo, lo pulisco con delle lozioni di mia creazione a base di lavanda o melissa.
E pulisco anche i tasti, non si sa mai, un giorno potrebbero andare bene per la dentiera di qualche cavallo.

panirlipe_mano