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Quello che dicono le gambe

Quando venivo a prenderti, per poi accompagnarti a casa, potevo scegliere fra tre strade: la Liscia, la Gassata e la Ferrarelle.
La prima correva in pianura, attraversava i campi, si perdeva nelle nebbie e poi sfociava di nuovo nella civiltà.
La seconda imboccava la tangenziale ed era carica di furgoni, autotreni e alta velocità. Non mi piaceva molto perché richiedeva attenzione, verso lo specchietto retrovisore e sui pedali.
La terza saliva in collina e ti portava a respirare l’aria più pura.
Io ti prendevo proprio all’inizio della salita. Mi aspettavi con le gambe incrociate, a volte tutte due, a volte una sola. Con le gambe disegnavi lettere e parole, come un ballerino di tango e io, dalle figure che disegnavi capivo subito come la pensavi, come era andata la giornata, come mi avresti accolto.
Poi hai cominciato a stare zitta, con la voce e anche con le gambe. Mi attendevi seduta sulla panchina e io non capivo.
Poi non mi hai più aspettata.

panirlipe-gambe incrociate

 

Inizia così

Quando e dove lo seppelliranno, scriveranno che il suo ultimo giorno da vivo è stato il 25 novembre 2009. Ma lui, Ignazio Lombardo, che avrebbe compiuto settantadue anni dopo sette giorni, aveva cominciato a morire almeno tre mesi prima, una domenica di agosto così torrida e afosa, che del caldo se ne avvertiva perfino l’odore.
Nella bara, oltre al bastone da passeggio, ci metteranno anche la tromba argentata e forse sulla lapide aggiungeranno qualche riga dicendo che Ignazio era un ottimo trombettista dalle labbra delicate.
Quello che non diranno è che la fragilità delle sue labbra era dovuta ai ripetuti pestaggi subiti in gioventù, scontri e bastonate che in più riprese gli avevano fatto saltare gli incisivi, i canini, i premolari e perfino un dente del giudizio.
Quello che non diranno è che lui, argentino di Mar del Plata, era salito sul piroscafo per fare lo stesso viaggio compiuto da suo padre cinquant’anni prima, ma al contrario. Suo padre piangeva e cantava inni al duce, mentre osservava  la scia delle nave con il contorno dei gabbiani e le case sulla costa rimpicciolirsi . Lui invece, guardava il filo di terra diventare sempre più spesso e cantava Balada para mi muerte.
Non era venuto per vedere la casa dei nonni, i prati sui quali suo padre aveva giocato, lavorato e forse fatto l’amore. No, lui era arrivato per chiedere perdono.

Tango Y sudore

Grattano le fruste,

al ritmo di luci coerenti

e il tuo fianco sfiora

il braccio del barista

che schiaccia i moccoli

con scorze di aspri limoni.

I gatti ingrassati con la polenta

passeggiano tra avanzi

di cose infrante,

seguono i nostri passi

annusano le scarpe

del tenente a riposo

che mischia i dadi nel bussolotto

e poi che fa?

Raccoglie briciole di pane

con i polpastrelli unti

e osserva il cuoco

dai riccioli corvini duri come il ferro

seduto al tavolo di quercia nel retrobottega.

Di nuovo qui,

tra sigari di paglia e calze a rete

gambe incrociate a disegnare lettere

e tracciare solchi

inarcare schiene

e poi via su scarpe sfondate

tirate a lucido

a sentire l’odore del sole

che batte sul selciato della piazza.