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Racconti Provenzali: La femme du boulanger

Assomiglia ad una mia vecchia amica, Emy, ma quest’ultima non la vedo da vent’anni e quindi la somiglianza può essere svanita.
È la femme du boulanger, o meglio, la ragazza che insieme al suo uomo gestisce il market del campeggio.
Il mio francese è scarso, solo dei ricordi che vengono a galla, frutto degli studi alle scuole medie. Però mi sorprendo di come riesco ancora a formulare qualche frase.
La femme du boulangere oggi aveva sbagliato a contare le cartoline.
“Dix” ha detto contandole.
“No, c’est plus” le ho detto, “c’est douze, oui”.
Il suo sguardo stupito mi ha messo soggezione e quindi, incerto sulla pronuncia e l’esatta traduzione di dodici mi sono messo a contare e poi, per essere ancora più  sicuro le ho detto:
“C’est dix plus deux”.
Lei ha preso di nuovo in mano le cartoline e le ha contate una ad una, come una scolaretta, fino a quando è arrivata a dodici.
Ha riso, si è messa a parlare. Io qualcosa capivo e molto mi sfuggiva ma la lasciavo fare perché mi piaceva quel suono, gli occhi, la boccuccia piegata all’insù per avvolgere le lettere tonde e arrotondare le u.
Osservavo le sue mani, qualche dito rovinato, una cicatrice, mani use a lavorare. E poi la schiena leggermente curva. Piccole stonature che esaltavano ancora di più la sua bellezza e la sua musica.
“C’est tout?”
Sì, non avevo bisogno d’altro. Lei avrebbe infilato le cartoline e i bolli nella busta bianca, io le avrei dato i soldi sfiorandole le dita e ci saremo salutati con un bonjour. E sarebbe stato tutto troppo veloce.
“No…demi baguette s’il vous plaît…”

La Londe 14-06-08

Racconti Provenzali: L’atelier

La giovane donna è seduta sulla panchina e parla con sua madre. È in anticipo per l’appuntamento ma pure sua madre è arrivata presto.

“Passo a riprenderlo verso le ventidue, va bene?”

“Certo, stai tranquilla. Deve mangiare?”

“Ha fatto una merenda abbondante, non credo che abbia molta fame”.

“Be’, qualcosa mangerà”.

Il bambino, Èmile, gioca con la fontanella e poi si sposta per lasciare il posto ad alcuni turisti.

Sua madre lo osserva radiosa, quel figlio è la cosa più preziosa che abbia, ancora più della propria bellezza.

Le botteghe di souvenir stanno chiudendo, qualche turista si ferma a leggere i menù a prezzo fisso nei pochi ristoranti aperti. Il cielo minaccia pioggia e qualche goccia, fine fine, punzecchia il viso.

“È quasi ora, io vado mamma”.

“D’accordo, ci vediamo più tardi”.

“Ciao Èmile, comportati bene” dice a suo figlio che è tornato a giocare con la fontanella.

S’affretta a passi veloci verso la porta a fianco del negozio di saponette e profumi.

Suona il campanello ma non apre nessuno. Attende e poco dopo arriva un uomo che dietro di sé lascia una scia di trementina e olio di lino.

“C’est moi, madame!”

Lei sorride, lui apre la porta e salgono. Poco dopo, al secondo piano s’accende la luce dell’atelier. Qualche ombra si muove, la finestra si apre:

“Il pleuvra, madame?”

Lei si toglie la maglietta nera, il reggiseno, i pantaloncini ed infine i sandali. Rimane nuda, sdraiata su un’ottomana.

“Era questa la posa, maestro?”

“Sì, proprio questa”.

Una lacrima le scende dagli occhi.

“Oui, il pleuvra, monsieur”.

La Londe, 19-06-08

Racconti provenzali: Oui, c’est perfect

Era stato sufficiente uno sguardo. E poi un sorriso.
Il giovane uomo capì e andò a sdraiarsi vicino alla signora, una bionda di sessant’anni che di sicuro, con gli abiti addosso faceva ancora la sua bella figura.
Il tessuto che mancava lasciava capire che la sua pelle non era più giovane, tonica, liscia. Abbronzata sì, ma permeata di sottili rughe.
“Je suis Patrick” disse il giovane uomo.
“Moi c’est Armelle” rispose la donna.
Trascorsero tutto il pomeriggio al sole, parlando e ridendo. Lei si portava la mano alla bocca quando le risate diventavano troppo aperte. Lui le dava dei piccoli buffetti sulla spalla, come per farle coraggio, come per dire:
“Su, su, ridi senza paura, non nasconderti”.
Verso sera lei riavvolse il telo, calzò i sandali, prese la borsa gialla e tornò all’albergo.
“Vorrei prenotare un tavolo per due” disse all’impiegato della reception. “Mio nipote è venuto a trovarmi”.
“Oui madame” rispose l’impiegato, senza alcuna espressione.
La cena fu rapida, fatta di piccoli assaggi e buon vino del Var.
Patrick si alzò e chiese al pianista di suonare una canzone, un evergreen.
“Il peut être Moon River?”
“Oui, c’est perfect”.
Tornò al tavolo dove Armelle lo attendeva con curiosità.
Non appena partirono le prime note Patrick le disse:
“Cette music est pour toi, c’est toi”.
Dopo la champagne si alzarono, lei lo prese per mano e lo guidò fino alla propria stanza.
Rimase immobile, ferma come una quindicenne impaurita.
Lui prese a spogliarla con calma, baciando la pelle che tornava alla luce, in modo da rendere meno dura l’esposizione.
Con la lingua lisciava ogni ruga, come un vento impetuoso che spiana i castelli di sabbia e toglie le impronte dalla sabbia.
Infine la sdraiò sul letto.
Mentre si muoveva, lento e delicato, osservava il volto di Armelle, le pupille che roteavano, le labbra che si inturgidivano.
Pensò a quanto fosse potente l’amore, a come riusciva a ringiovanire le persone.
Quandò sentì le unghie di lei affondare nella schiena, pensò egoisticamente di aver compiuto la sua buona azione e poco dopo glielo disse:
“Sono stato bravo?”
“Alla tua età si è bravi per forza” replicò Armelle un po’ piccata per quella domanda che aveva spezzato l’incanto.
“Sì…ma non con…”
“Con? Continua”.
“Volevo dire che si è bravi con un partner giovane” rispose impacciato.
Lei si sollevò, si coprì il seno con il lenzuolo e indicò la porta.
“Esci”.

La Londe, 18-06-08