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Vacanze trentine: Cecilia

Piove,
sono le diciotto e la biblioteca chiude. Mi riparo sotto il gazebo esterno, per godere della connessione wifi e della comodità della poltrona. Arrivano due ragazzi, una ragazza e un altro giovane più maturo che se ne sta per i fatti suoi, come me del resto.
La ragazza si chiama Cecilia, milanese da nove generazioni, che da piccola era grassa e non c’è niente di male ad essere grassi da piccoli, soprattutto se poi l’eccesso viene tolto come si deve.
Cecilia, una ragazzina che tiene testa ai due amici, insegna loro che i nomi non si pronunciano interi, si dice Ricky, non Riccardo. Il nome intero è esagerato, come scrivere in maiuscolo su web. Fra di loro si anima una piccola discussione perché alcuni nomi non hanno diminutivo.
“Ugo non puoi accorciarlo!”
“Puoi sempre dire uh” vorrei suggerire.
Ma Cecilia sottolinea che non è necessario accorciare il nome, si può anche usare un vezzeggiativo, un soprannome.
Poi bisticcia con Ricky e l’amico i quali giocano con le sue foto e vorrebbero tanto postarne su facebook, una di lei da piccola, quando era grassa e non aveva ancora tolto il superfluo come si deve.
Dopo tanti battibecchi lei sfodera la soluzione finale:
“Allora facciamo così: se non la smetti di giocare con le mie foto io dico tutto ad Annarella”.
Trascorre qualche minuto di silenzio, i ragazzi parlano fra di loro, continuano a scherzare e poi lei riprende:
“Io non volevo arrivare a questo ma mi ci hai costretta”.
“Al ricatto?”
“Sì, al ricatto, non è nel mio stile”.
“Ma tu sei nata per fare ricatti!”
Cecilia li richiama, li invita a non bestemmiare e suggerisce delle alternative per le parole volgari.
Dice che vorrebbe invitarli a casa ma non lo fa perché si sentirebbero in imbarazzo, perché lei è con la zia, non con i genitori.
“Insomma, se fossi da sola vi inviterei ma con mia zia voi sareste imbarazzati, lo so”.
Resterei ore ad ascoltarli ma smette di piovere ed è pure ora di cena. Mi trattengo ancora un po’, per trovare un passo falso, per sentire un luogo comune, una frase fatta. Invece no, Cecilia, pur con la sua leggerezza non risulta mai banale.

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Vacanze trentine: sono un temerario

Sono un temerario.

Nel 2008, durante una vacanza francese, mi ero avventurato in un bar per vedere la partita fra Italia e Francia. C’era in palio il passaggio del girone e io ero  unico italiano in mezzo ad una cinquantina di francesi,  mentre la testata di Zidane rimbombava ancora dopo due anni.

Pur non essendo un appassionato dell’arte pedatoria, ho assistito all’intera partita, annuendo e pure scambiando qualche “Oui”, “Bonsoir”, “Au revoir” e allargando le braccia quando ho fatto un breve tragitto insieme ad un francese, al termine della partita.
“Si torna a casa” aveva detto.
Ed io, approfittando del mio aspetto crucco, risposi, “ja”.

Sono un temerario. All’indomani di un omicidio avvenuto a Pinzolo (autore un noto avvocato veronese, vittima una ragazza) ho pensato bene di andare dal barbiere. Per sapere che aria tira si deve andare lì, oppure dalla parrucchiera, magari anche dal macellaio.

Non me ne voglia il barbiere, persona squisita, lui e pure il figlio, però credo che serva molto fegato andare a tagliarsi i capelli da uno che di cognome fa Cereghini, (in veneto, la cereghina sarebbe la pelata). Ci vuole fegato per andare da una coppia di barbieri che hanno la testa liscia come una mela della Val di Non. Ce ne vuole altrettanto per entrare nella loro bottega che si trova in piazza Ruina (tradotto in italiano: rovina).
Ma tant’è, io sono un temerario dicevo e poi questi barbieri sono bravissimi,  mi stanno simpatici ed infine, non ho tanti capelli in testa per temere effetti collaterali.
E quindi, durante l’attesa, fingendo di sfogliare alcune riviste di alpinismo, ho tentato di decifrare quello che si diceva, ovviamente riguardo l’omicidio dell’avvocato Ciccolini.
Non ci capivo nulla ma il dialetto trentino a volte intimorisce quanto il tedesco e quindi, tra una sforbiciata e l’altra, immobile nelle poltrona, restavo vigile, attento ad ogni movimento.

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