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La signora Berna amava i gatti

Gatto di Maison Laffitte

La signora Berna non era una vicina qualsiasi. Innanzitutto era la vicina della mia fidanzata e poi era una musicista, anzi, una polistrumentista. Se volevi imparare a suonare uno strumento bastava andare da lei. Volevi suonare il corno inglese o diventare un virtuoso del controfagotto? Di sicuro avresti ricevuto da lei dei solidi rudimenti musicali. Ma in genere dava lezioni di canto, pianoforte, violino e arpa e da mattina a sera le tubature del vecchio stabile vibravano per simpatia con le note o i gorgheggi che producevano gli studenti.

Questa signora Berna, quando la conobbi io, era quasi cieca, piccola, curva e se usciva da casa si muoveva con tutta la sua corte dei miracoli. In prima fila il marito Sergio, simile ad un maggiordomo, molto più giovane di lei e che si diceva l’avesse sposata per interesse. Di seguito tutto il nipotame e gli allievi prediletti che s’ingegnavano di farle ombra se c’era il sole, proteggerla se pioveva, sorridere in continuazione come una comitiva di giapponesi. Insomma, una combriccola a dir poco pittoresca.
La Berna era amante dei gatti e in casa ne teneva almeno una decina. A tutti aveva dato un nome che equivaleva ad una nota e così, oltre a Do RE MI FA SOL LA SI ne aveva aggiunti altri man mano che questi morivano.
Il primo a partire fu LA che scivolò dal balcone, si avvinghiò sul filo della biancheria, andò a sbattere proprio sullo scuro aperto del piano inferiore e terminò il volo sulla testa della signora Rigoni che stava sventolando la tovaglia.
“Hai! La me recia, sacranon!” esclamò spaventata.
Il gatto non solo le era piovuto sulla testa ma nell’estremo tentativo di riparare a quelle bizzarre traiettorie, si era aggrappato con gli artigli ad un lobo della Rigoni. Lei se la cavò con qualche punto, un bicchierino di grappa e un po’ di spavento. Lui, il gatto, tradito da quei giochi di sponda non riuscì a gonfiarsi e cadere sulle zampe. Morì dopo i consueti tre giorni di agonia e passione e per una settimana la Berna diede sfogo al proprio dolore eseguendo tutte le marce funebri che conosceva. Trascorso il periodo di lutto prese un nuovo gatto e lo chiamò BEQUADRO.
Il secondo ad andarsene fu RE. Lui partì e basta. Stava rosicchiando un pezzo di pollo quando s’accorse che la porta d’entrata era aperta. Rimase quieto e buono fingendo di lottare con l’astragalo dell’arrosto per poi fuggire senza esitazioni. Scese di corsa le scale, s’infilo fra le gambe della solita Rigoni che stava rientrando con la spesa e si gettò in strada. Non si fece distrarre dai giochi di sponda: carambolò sotto una macchina, ne schivò un’altra e poi fuggì come una lepre.
“Gli piaceva molto Bach” disse la Berna con un pizzico d’ironia. “ E a dire il vero assomigliava tanto a mio marito. Per lui esistono solo toccate e fughe” disse questa volta con sarcasmo.
Un po’ alla volta, o per cause naturali o per decessi forzati la compagnia dei gatti mutava ed ogni nuovo membro prendeva un nome diverso, mai usato prima. La mia fidanzata aveva tenuto il conto di tutti i felini che erano passati a miglior vita e quando arrivai io la composizione era questa: ANDANTE, TRILLO, PP (pronunciato Pipì e stava per pianissimo), CROMA, SEMI (che non era l’abbreviazione di semitono o semicroma ma il diminutivo di SEMIBISCROMA), AD LIBITUM ed infine il MAGGIORE.
Quest’ultimo era proprio un bel gattone nero e paffuto. Se ne stava quasi tutto il giorno ad oziare sul coperchio del pianoforte e non muoveva un baffo, nemmeno se ti mettevi a suonare una rapsodia ungherese. Formava un’unica cosa con il pianoforte tanto che potevi benissimo scambiarlo per una gobba dello strumento, un gioco di ombre oppure non vederlo affatto.
Della Berna poi, essendo una donna un po’ particolare, si dicevano delle cose strane, tipo che si cibava con le scatolette dei gatti, dormisse con tutti questi sulla pancia e altre fantasie ancora più oscene. Ma di lei si diceva pure che avesse l’orecchio assoluto e che fosse capace di indovinare l’altezza di qualsiasi suono.
Ad esempio, se suonava il campanello lei diceva la tonalità, se era calante o crescente. Se passava un’ambulanza ti diceva le tre note ed era anche capace di mettere in musica quello che diceva una persona, sempre che questa avesse avuto una voce ben modulata. Ma nonostante questo orecchio fino era incapace di distinguere un gatto vero da uno falso. La mia fidanzata infatti, si divertiva a “miagolare” dalla finestra e poi, di nascosto, osservare la Berna che apriva la sua, sporgere la testa e dire: “Dove sei bello? Dove sei, vieni qui?” “Miaoooo…” “Dove sei, non ti vedo? Lascio la finestra aperta, entra quando vuoi”.
Un giorno ci provai io a miagolare. Evidentemente ero molto scarso e mi arrivò una scarpa, dritta sulla fronte.

Accordatori # 4

Uno degli accordatori più singolari che abbia avuto indossava delle scarpe rosa. Era un tipo un po’ strano, piccolo, non molto effeminato però qualche dubbio lo faceva venire. Era venuto a casa mia in compagnia di un altro signore che non so quale funzione avesse. Ogni tanto succede di chiamare un professionista e dover accogliere anche il suo aiutante. Mi è successo perfino con l’idraulico e la cosa mi inquietò parecchio perché già è faticoso trovarne uno, scoprirne una coppia è piuttosto singolare.
L’accordatore fece un buon lavoro, mi aggiustò un martelletto che il professionista precedente aveva rotto e il prezzo mi sembrò onesto.
Questo omino si occupava di accordatura ma gestiva anche un minuscolo negozio nel quale vendeva poche cose: mute per strumenti a corda, bacchette per batteria, qualche spartito, pifferi colorati e nacchere. Per me era incredibile che in un quartiere della città, a cinque chilometri dal centro, esistesse un negozio del genere.
Qualcuno poi mi disse che questo accordatore era un mediocre pianista e che per ottenere il diploma dovette iscriversi ad un conservatorio della bassa padana. Questa critica non mi scalfì, siamo tutti mediocri pianisti. Lui aveva qualcosa in più: le scarpe rosa calzate impavidamente e il negozio con pifferi e nacchere.
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Qui ci stava un video di Tom e jerry al piano. Ma YouTube l’ha rimosso.

Accordatori # 3

Il terzo accordatore
è anche quello che ha messo le mani sulla meccanica del pianoforte. Gli avevo solo chiesto un consiglio, un parere e lui in un secondo, rapido come un prestigiatore,  si mise sotto braccio il complicato sistema di martelletti e smorzatori per portarlo in laboratorio. Qui avrebbe sostituito i feltri, cambiato le molle e sistemato le viti.
Non fece un bel lavoro. E’ vero, il suono diventò più corposo e il movimento dei martelletti smise di produrre scricchiolii come le giunture di una perpetua. Però ruppe il meccanismo di due tasti e dovette prendere i pezzi dal primo e l’ultimo della tastiera per sostituirli.
“Tanto questi non si suonano mai” disse.
“Oddio, qualche volta a me piace pigiarli” risposi.
“Sì, ma quanti pezzi ci sono con queste note? Al massimo arriva fino a questo sol”.
“In effetti…”
“Oh là, questo volevo dire”.
Lo perdonai solo perché aveva un modo di esprimersi che avrebbe fatto ridere chiunque. E poi era così entusiasta del suo lavoro che era uno spettacolo osservarlo.
“Lei è appassionato di Formula Uno?” mi chiese all’improvviso, mentre regolava alcune corde.
“Per niente”.
“No?”
“No”.
Si curvò di nuovo per sistemare un martelletto e poi disse:
“Adesso c’è il Gran Premio, c’è”.
“Mi sembra che sia già terminato…”
“E’ già terminato?” esclamò.
“Sì, Villeneuve è anche finito fuori pista”.
“No! E’ finito fuori pista?” disse mettendosi le mani fra i pochi capelli.
“Sì”.
“Si è fatto male, si è fatto?”
“No, al telegiornale hanno detto di no”.
“Accidenti”.
Ricominciò il suo lavoro, ogni tanto borbottava qualcosa.
“E’ andato fuori pista, è andato… però è un grande Villeneuve, è un grande. Chissà cosa si è fatto…chissà”.
“Se vuole accendo un attimo la radio così può sentire se dicono qualcosa” proposi.
“Sul serio? Può accendere la radio, può accendere? Oh là, è proprio quello che volevo chiederle, è proprio quello!”
A me veniva da ridere, anzi ridevo. Invece di preoccuparmi della salute del mio pianoforte e delle sue due note mute, ridevo per questo folle che continuava a parlare.  Un altro al posto mio gli avrebbe detto: “Senti un po’, ti ho chiesto di sistemare la meccanica e tu hai rotto un manico del martelletto e uno scappamento. Che razza di restauratore sei?”
Però, come potevo? Immaginate di trovarvi davanti uno con la personalità e l’esuberanza di Benigni, anzi, di più, uno che vi fa ridere con una sola parola o restando muto.
Rincuorato dopo aver saputo che Villeneuve era uscito illeso dall’incidente, riprese il lavoro.
“Lei suona?” chiese poco dopo.
“Eh… be’, direi di sì”.
“Ma intendo dire: lei suona in qualche dancing?”
“Oh no! Suono e basta, per conto mio”.
“Io suono tutte le sere. Se vuole venire a sentirmi sono tutte le sere al calipso, sul lago”.
“Ah! E cosa suona?”
“Musica da piano bar. Si beve, si suona, ci sono le ragazze che si spogliano… ah, ah! Sa come vanno le cose!” disse strizzando l’occhio e dandomi di gomito.
Dopo infiniti discorsi concluse dicendo:
“Allora, io lavoro così: un’accordatura ogni tre mesi. In questo modo il pianoforte resta sano. Ci vediamo fra tre mesi allora”.
“No, calma, aspetti… io non ho bisogno di accordature così frequenti. Non suono mica otto ore al giorno. E poi, è anche un bel costo”.
“Oh, ma io le faccio lo sconto, le faccio. Invece di cinquanta le faccio quaranta, le faccio. Così il pianoforte resta sano. Va bene allora, ci vediamo fra tre mesi, ci vediamo”.
Io me ne dimenticai ma dopo tre mesi lui telefonò e il giorno dopo si presentò munito di attrezzi a casa mia. Quella volta avevo voglia di ridere e quindi lo feci entrare. Poi traslocai e non lo rividi più ma seppi in seguito che lui telefonò a tutti i miei omonimi presenti sull’elenco del telefono nella vana speranza di rintracciarmi. Ogni tanto mi capita di conoscerne qualcuno e quando salta fuori che suono il pianoforte mi sento dire:
“Ecco chi cerca quel pazzo che continua a telefonare!”

Accordatori # 2

dancing fingers © Matilde Perlini

Il secondo accordatore fu quello che mi vendette il pianoforte. Veniva in compagnia di un altro uomo e io immaginai che uno di loro ascoltasse le note con l’orecchio destro e l’altro con il sinistro.
Pensai anche all’ipotesi che uno di loro fosse cieco, muto e senza olfatto ma con un orecchio assoluto, infallibile.
Infine, pensai che venivano in due perché alla fine avrebbero scroccato un caffè doppio.
Comunque sia, anche questi erano grossi, robusti come palombari e l’unica differenza che mi colpiva era il colore dei capelli: il capo li aveva biondi, il compagno neri.
Feci presente che il do centrale vibrava, produceva un suono ferroso che mi infastidiva.
“Hai troppe cose sul pianoforte” mi disse il biondo, “sono queste che producono le vibrazioni”.
“Ho provato a togliere tutto ma vibra lo stesso” risposi.
“Uhm…proviamo”.
Dopo aver tolto dal ripiano tutto quello che c’era – spartiti, metronomo, lampada, penne…- il biondo pigiò il tasto del do centrale.
“Striiinnng”.
“Uhm…” mormorò grattandosi l’orecchio.
Insieme al compagno smontò il pannello inferiore, controllarono tutto il percorso della corda e insieme dissero:
“Eccolo qui!”
Pensavo che avessero trovato un topo o l’omino delle corde, una pulce del do centrale o la tarma dell’acciaio.
“Eccolo qui. Lo vedi questo piccolo perno? Ecco, la corda tocca questo e vibra”.
“E cosa si può fare?”
“Be’, le corde del do sono due. Si potrebbe toglierne una…”
“Togliere una corda?”
“Dopotutto, una è sufficiente”.
Stavo per rispondere che anche loro, dopotutto, erano in troppi e uno sarebbe stato sufficiente. Invece dissi:
“Lasciamo perdere”
E cambiai accordatore.

Accordatori # 1

" my piano" @Matilde Perlini
" my piano" @Matilde Perlini

Il primo accordatore che mise la mani dentro al mio pianoforte era un uomo alto e grosso e con la faccia a forma di melone o palla da rugby. Che fosse alto e grosso non ne sono più sicuro: lo vedevo così a quel tempo perché io ero piccolo e mingherlino. Ma la testa a forma di melone ce l’aveva di sicuro e credo che non l’abbia cambiata. Veniva una volta all’anno, come il sacerdote quando arriva per benedire la casa.  Come il medico quando va a visitare gli ammalati. Mi piace questa idea dell’accordatore che viene a domicilio con la sua borsa e i suoi attrezzi, proprio come facevano i medici di una volta. Ora quest’ultimi non lo fanno più, devi prenotare la visita, andare da loro tutto intabarrato e attendere. Gli accordatori invece, vengono, eccome, mica puoi intabarrare il pianoforte, caricartelo sulle spalle e portarlo nel loro studio. L’accordatore con la testa da melone indossava un grembiule nero, scoperchiava il pianoforte e poi iniziava a giocare con le corde. Io uscivo dalla stanza per lasciarlo solo e chissà cosa ci faceva con quelle corde. Sul mio volume del Guinnes dei Primati del 1979 c’era scritto che un tale riuscì ad accordare un pianoforte in un minuto e qualche secondo. Non ci ho mai creduto e anche fosse, secondo me non ci mise la passione necessaria. L’accordatore con la testa da melone impiegava molto di più, forse un’ora, il tempo giusto. Se le coccoli troppo anche le corde diventano esigenti, viziate, a volte perfino sfrontate.
Quando usciva dalla stanza diceva: “E’ tutto a posto”.
E se ne andava piegando la testa da melone in avanti, per contare i soldi e salutare mia madre.

Una Nota Impertinente – 2

Andai a suonare da solo il pomeriggio stesso. Non avevo mai provato un organo e non sapevo neppure cosa fossero tutti quei pulsanti chiamati registri e il motivo di quella pedaliera sotto ai piedi.
“Vuoi mettere la purezza del pianoforte?” pensai dopo aver girato la levetta e mi sedetti in attesa che lo strumento si scaldasse.
“Che sia il momento giusto? No, è ancora presto. Attendiamo”. Sfogliai gli spartiti che c’erano sul leggio, ne scelsi uno dei più semplici, lo studiai con gli occhi e poi lo misi davanti a tutti.
“Adesso lo sento, è il momento buono. Ma cosa disse il prete? – Quando pensare adesso buono, aspettare ancora… lui essere ingannatore… –  aspettiamo!”
E aspettai fino a quando, arci super e straconvinto che fosse il momento giusto, cominciai a suonare.
Ecco, se dovessi descrivere brevemente la differenza tra un pianoforte e l’organo, direi che con il primo, quando lo suoni ti sembra di scivolare su un lungo lenzuolo disteso fra le nuvole. Ad una mente pulita ed ingenua si potrebbe dire che è come quando Babbo Natale vola con le renne. E’ come una buona bevanda, fresca d’estate, calda d’inverno. Un vino leggero e sincero, un paio di jeans comodi, una piroga nel mar dei Sargassi, l’Olanda di Cruijf, il viso smunto di Chopin. E’ come una pioggia fine e sottile che porta refrigerio in una giornata d’agosto. Suonare il pianoforte, sembra strano ma è come scrivere a mano, con la penna stilografica.
Suonare l’organo é da principio qualcosa che sconvolge. Non scivoli sul lungo lenzuolo ma ne sei avvolto e affondi nelle nuvole. Si potrebbe dire che è come una focaccia cotta al forno, un vino liquoroso, un paio di pantaloni di velluto a coste larghe. E’ come un temporale fuori stagione. E’ il rombo dell’Harley Davidson, della 2Cv, del Maggiolino, la Germania di Beckenbauer, il viso pacioccone di Bach. La prima volta che lo suoni, dopo un minuto sudi. Suonare l’organo e come battere a macchina. Senti pure il “ding!” di fine carrello e con la mano destra vorresti sollevare la leva per riportarlo a zero.
Su quell’organo, un vero organo a canne, provai a suonare i pezzi rigorosamente classici cercando in qualche modo di sostituire il LA difettoso con uno in regola. Un pomeriggio piovoso decisi di provare dell’altro e suonai un blues. Poi agganciai subito un pezzo classico e terminai con una Fuga.
Sollevai le mani dalla tastiera, il suono perdurava, come il treno  sfiancato che arriva a destinazione. Restai in ascolto ad occhi chiusi fino a quando anche l’ultima vibrazione si spense. Fino a quando il parroco, che per lungo tempo era rimasto alle mie spalle senza farsi notare mi disse:
“Bravo! Molto bravo”.
“Grazie…”
“Da quanto tempo tu studiare?”
“Circa tre anni”.
Il parroco mi osservò. In due secondi mi fece come una fotografia:
“Tu mica sei tanto normale… alla tua età io andare a caccia di ragazze, correre in moto, bere birra e ubriacarmi, ja. Con miei amici fino in Germania, chitarre, ragazze e anche canne…tu capire canne?”
Sorrisi.
“Canne! Come organo ma più piccole. Ach! Quanto divertirsi…” disse osservando un punto indefinito dell’altare. “E tu qui a studiare! Scommetto che partita finale di calcio tu nemmeno guardare stasera, tu non interessa, ja?”
“Per la verità ho scommesso con mio padre che vincerà l’Italia”.
“Uhm…Germania troppo forte! Germania come panzer, come questo organo!” disse lasciando cadere il pugno sulla tastiera. Questo finì proprio sopra quel LA difettoso che improvvisamente si mise a suonare, un suono stridulo, quasi una pernacchia, una trombetta di carnevale. E non ci fu modo di farlo smettere. Quella nota, come un palloncino lasciato libero di volare prese a girare per la chiesa e per il cimitero giungendo anche alle orecchie delle due signore che curavano i fiori delle tombe. S’ingrossò, assunse un tono più corposo che pareva quasi di vederla e poterla toccare con mano. Il parroco si voltò perfino verso le canne temendo che potessero scoppiare. Quando questo suono abbandonò l’impertinenza della pernacchia per diventare troppo simile ad un roboante peto, be’, a quel punto il parroco girò la levetta blu.
“Ora è proprio kaputt!”
“Come Germania stasera” aggiunsi ironicamente.
“Ach! Tu domani venire qui per suonare, forse meccanico viene oggi a riparare…se Italia vince io fare grosso regalo a te”.
“Ci sarò” gli dissi salutando.
“Ja, ma siccome Italia perde…problema non si presenta!”
Il giorno dopo, verso le 16, con le mani in tasca, la prima pagina del Corriere infilata fra gli spartiti e una certa puzza sotto il naso, m’incamminai verso la piccola chiesa per ritirare il grosso regalo, ja!

Il meraviglioso mondo di Kiki

Kiki è la mia gatta, la nostra gatta, una delle più strane che sia mai capitata in questa casa. Se la guardi fa miao. Se non la guardi fa ancora miao.
Quando si accovaccia sul balcone come un geranio significa che vuole entrare dalla finestra, mangiare un boccone e poi uscire subito dalla porta.
Se fa miao fuori dalla porta, significa che vuole entrare, mangiare un boccone ed uscire dalla finestra.

Qualche volte, di notte perde l’orientamento, sale sul davanzale della camera da letto e ci sveglia per poter entrare.
E’ una gatta strana che avrebbe bisogno di un terapeuta, forse anche di godersi un po’ di più la vita.

Mi vuole bene, se salgo sull’olivo per sfoltirlo leggermente o raccoglierne i frutti, lei mi segue e miagola, temendo una mia caduta.
Se taglio il bamboo, lei ancora mi segue e poi gioca con le canne tagliate.
Se tinteggio, stendo la malta, taglio l’erba, lei viene sempre a curiosare .

Se suono il pianoforte, a volte mi distrae.

La mia vicina è felice


La
mia vicina che canta è una vicina felice.

E’ incredibile come riesca a godere con poco. Dovrei curiosare sul campanello, vedere il cognome e studiarne le origini perché la sua esuberanza mi ricorda tanto quella di una donna di Peschici che amava cantare in mezzo alla via e parlare con tutti i turisti.
Come dicevo una volta, lei canta. Se è domenica  gorgheggia una melodia: ” la domenicaaaa …la domenicaaa”.
Mi sono appena googolato per capire, approfondire, scoprire e non sono rimasto sorpreso: si tratta della sigla della trasmissione pomeridiana su canale 5. Quello che mi disorienta è che lei continua a cantarla, per minuti, quarti e ore. Ed è capacissima di cantarla anche al lunedì, al martedì e via di seguito.
Qualche settimana fa ha raggiunto alte vette. Con espressioni dialettali molto schiette ha gridato:
“Questa sera vince Andreaaa!”
Mentre mi chiedevo chi diavolo fosse questo Andrea, lei è esplosa:
“Questa sera vince Andrea…deve vincere Andrea…DE VE VIN CE RE AN DREA, sì, sì, questa sera vince Andrea”. Ed è partita, così, come una pallina del flipper. Sull’aria di O Bella Ciao e poi del poropoppero, ha proseguito per una decina di minuti sulle note del Va Pensiero e su  Mira il tuo popolo, bella Signora, che pien di giubilo oggi ti onora. Si è infine interrotta per alcuni minuti e poi, infornando un tacchino o tirando la cera ha di nuovo scandito:
“DE VE VIN CE RE AN DREA!  DE VE VIN CE RE AN DREA! ”
I suoi auspici, la sua danza della pioggia hanno avuto effetto perché questo Andrea me lo sono ritrovato il giorno dopo sulla pagina web del Corriere.
Purtroppo, quest’anno la sua amata squadra non le ha dato le soddisfazioni dello scorso anno:  i porcaputtana di coppa si sono sentiti in tutto il vicinato. Anche Valentino Rossi le procura grossi dispiaceri ma nonostante tutto rimane felice e per suo marito, che probabilmente non gliene importa nulla dell’Inter, ancora meno delle moto e zero assoluto di Andrea, fa una fedele radiocronaca di ogni evento.
E se non c’è alcuna competizione in corso, nessun evento sportivo o mediatico, si appoggia alla ringhiera del balcone con la sigaretta fra le dita, guarda in alto verso le montagne e prende ispirazione:
“Giorgio…stasera piove. Eh Sì, stasera piove…” Rullata di tamburi, uno stacco e poi parte: “Stasera piove, eh sì, stasera piove, STA SE RA PIO VE, guarda che scuro che fa in montagna, stasera piove. Giorgio, stasera deve piovere”, il tutto sull’aria di qualche ultimo successo discografico ma contando anche sugli evergreen, tipo Voglio una Vita Spericolata o Vagabondo e virando poi sul patriottico, addirittura l’Inno d’Italia. Spesso mi chiedo chi sia l’uomo in quella casa, lei o il marito.
Eppure, quando la vedo sul balcone con la cicca in bocca mi viene facile pensare che nelle sue umili passioni, nei suoi leggeri interessi, sia una persona felice.
E a volta fa invidia.

Cromatismi in bianco e nero

Ho appena terminato di divertirmi e mia figlia pure. Da destra entrava la luce del sole al tramonto che, filtrata dalle tende gialle assumeva un tono a tratti caldo, qualche volta neutro.
Dall’alto o da sinistra pioveva una luce rossa: il mirino della fotocamera digitale. I tasti bianchi si arlecchinavano, quelli neri non si scomponevano.
Ma mia figlia non era interessata ai cromatismi sonori o luminosi ed ha fermato il tempo in bianco e nero.

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Tango Y sudore

Grattano le fruste,

al ritmo di luci coerenti

e il tuo fianco sfiora

il braccio del barista

che schiaccia i moccoli

con scorze di aspri limoni.

I gatti ingrassati con la polenta

passeggiano tra avanzi

di cose infrante,

seguono i nostri passi

annusano le scarpe

del tenente a riposo

che mischia i dadi nel bussolotto

e poi che fa?

Raccoglie briciole di pane

con i polpastrelli unti

e osserva il cuoco

dai riccioli corvini duri come il ferro

seduto al tavolo di quercia nel retrobottega.

Di nuovo qui,

tra sigari di paglia e calze a rete

gambe incrociate a disegnare lettere

e tracciare solchi

inarcare schiene

e poi via su scarpe sfondate

tirate a lucido

a sentire l’odore del sole

che batte sul selciato della piazza.