Tag: passato

Mi hanno rubato il tuo passato

Mi hanno rubato il tuo passato e io sono corso alla centrale,
dove ci stavano molti sbirri con il cane che dicevano parolacce,
un tipo con la pipa e uno in carrozzella appassionato di orchidee.
C’era pure un ispettore belga dai baffi sottili come vaniglia
e un commissario francese che diceva la sua pipa fosse migliore,
nonostante non sapesse suonare il violino e far di conto.
“Mi hanno rubato il suo passato” ho detto.
“Non accettiamo questo tipo di denunce” ha risposto un prete,
che non so cosa ci facesse lì, ma per loro ogni posto è buono
per sciogliere i casi intricati e annodare corone del rosario.
“Provi a rivolgersi all’ufficio oggetti smarriti”.

E quindi sono corso in questo ufficio, dove i capi delicati
perdono colore e ci ho trovato gente che aveva perso i denti,
un uomo la testa, qualcuno il senno e molti l’orgoglio.
“Ho smarrito il suo passato” ho detto all’impiegato.
“Compili questo modulo. Ma di quale passato parla?
Di verdura, di pomodoro, prossimo o remoto?”
“Ho smarrito il suo passato, di ieri, l’altro ieri, diciamo dall’università,
anzi, ancora prima. Facciamo così, voglio recuperarlo dalle elementari,
ma cosa dico? Da quando è nata. Di più, da prima ancora.
Se il futuro è infinito, anche il passato lo sarà, non le pare?”
“Ma allora è facile, vada in posta e si faccia dare una marca da bollo per l’eternità”.

Sono corso in posta, ho staccato il biglietto e infilato la coda giusta,
come fa la mia gatta quando inconsapevolmente gioca con la sua.
L’uomo vestito di panna davanti allo sportello doveva fare un prelievo
e la vecchietta prima di me un versamento: se si accordavano
fra di loro risparmiavamo tutti affanno, tempo e denaro.
“Voglio una marca da bollo per l’eternità” ho detto all’impiegata.
“Ecco qui”.
“Ma…c’è scritto che ha valore da oggi! A me serve per il passato”.
“L’eternità non ha passato, perché vuole pagare per nulla?”
Ho ritrovato il tuo passato, mi è costato poco, una marca da bollo,
la compagnia di gente stravagante, il piacere dell’attesa, senza fine.

Divertimenti #4

Non mi ero reso conto che questo di Clotilde era già un “divertimento”. L’ho scoperto rileggendolo e ora, con le tre paroline magiche provo a scrivere la mia versione.

Abitudine – Sguardo – Contesto

Ogni mattina mia madre  mi guarda storto, solleva le spalle e poi dice:panirlipe_tundralandia2
“Gaspard, hai intenzione di uscire?”
“Certo, perchè?”
Lei, puntualmente solleva la tazza del caffè e risponde:
“La tua è una pessima abitudine, ti farà impazzire”.
Io esco, mormorando che forse pazzo già lo sono e scendendo le scale le dico che è la mia follia a tenermi ancora in vita, ma tanto lei non sente, un po’ perché è sorda, un po’ perché io parlo sottovoce. E poi perché io sono ormai in strada e lei avrà acceso il televisore.
Come ogni mattina indosso i vestiti di trent’anni fa, di quando i miei capelli erano lunghi e folti, la schiena diritta e i denti bianchi. Di quando era sempre estate, anche se  faceva freddo.
Cammino lungo il bordo della strada cercando di ricreare lo stesso contesto, la stessa situazione, la medesima successione di eventi.  Ed ogni tanto succede: Janet arriva pedalando, alza il braccio per salutarmi, io le corro incontro, poi getto distrattamente lo sguardo verso la montagna, torno su di lei e non c’è più. La ritrovo schiacciata sotto le ruote di un camion.
Da trent’anni cammino sul ciglio della strada, tra bolle di pioggia e grandine o spade di calore, per arrivare un attimo prima, in tempo per avvisarla.

Un po’ di colore

A volte basta poco, una leggera sfumatura di colore, un velo di anilina colorata e anche i ricordi più bui diventano sopportabili, quasi piacevoli, come una ferita sulla quale ci si diverte a togliere la crosticina.

Stendiamo un po’ di colore sul nostro passato.

bancali.jpg