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Divertimenti#2

Fermaglio telefono marsupio

La segretaria  stava già spegnendo le luci dell’ufficio quando il suo capo, un uomo di qualche anno più giovane, le chiese un piacere:fermagli-colorati
“Giovanna, potresti fissarmi questi fogli con qualcosa? Rischio di perderne qualcuno e sarebbe un grosso guaio. Domani devo leggere la relazione davanti all’assemblea dei soci”.
“Lo faccio subito” disse Giovanna prendendo in mano il plico di fogli che il capo gli aveva messo sulla scrivania. Per quell’uomo lei era disposta a tutto, anche a fare straordinari gratuitamente. Mentre lui conversava al telefono con un cliente o una probabile amante, lei rovistava nel cassetto alla ricerca di un fermaglio.
Cercò nel cassetto ma non ne trovò.
“Va bene amore, fra due ore davanti al teatro. Sì amore, sarò puntuale. No, te lo giuro…sì amore, un bacio…sì, anche io”.
Giovanna, mentre involontariamente sentiva questi scampoli di conversazione cercò la scatola dei fermagli nella scrivania di un collega e poi nel magazzino.
Il suo capo nel frattempo fece un’ altra telefonata.
“Ciao Mara, come stai? No, questa sera non posso. Facciamo domani? Ci vediamo a pranzo…perfetto. Sì, anche io ti amo, sì…un bacio, ciao amore”.
Giovanna fece una piccola smorfia di disappunto e vide incredibilmente crollare l’indice delle aspettative che aveva sul suo superiore.
“Sì, ciao Francesca, se vuoi passo da te ma solo dopo la mezzanotte, ho una cena di lavoro. Va bene, aspettami. Ciao tesoro”.
A Giovanna scappò sottovoce una parola di sette lettere più il punto esclamativo: “Stronzo!”
Si ricordò che nel marsupio aveva alcuni fogli fissati con un fermaglio rosso, lo prese e lo usò per il plico del suo capo. Dopo la terza pagina infilò un foglio sul quale riportò il suo pensiero, scritto a stampatello: “STRONZO!”
“Eccolo qui. Non ho trovato di meglio, ho dovuto usare uno dei miei”.
Lui osservò il fermaglio rosso, alzò gli occhi e disse:
“Giovanna, sei un tesoro. Ti andrebbe di uscire qualche sera?”
E lei non disse nulla, indecisa  se accettare o farsi restituire il plico per togliere la sua pagina, incerta come un fermaglio difettoso.

Al Castello di Dunnottar

Nel mese di agosto ho partecipato all’iniziativa promossa da alcune agguerrite scrittrici e artiste. Da un incipit fornito da Mapi si doveva scrivere un racconto di 4000 battute.

Quello che segue è il mio contributo.

Gli altri racconti partecipanti si possono acquistare o scaricare gratuitamente qui.

Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar…”

Era il nostro ultimo giorno insieme, poi sarei partito per un lungo viaggio che mi avrebbe portato in Oriente. Avevamo molte cose da dirci ed io temevo di non avere tempo a sufficienza.
Perché le onde si frangevano con una potenza tale da allontanare i gabbiani e il sole, che quando ci accolse alla stazione era insolitamente caldo, ora si era nascosto.
Alcuni turisti uscivano di corsa dal castello, salivano su piccoli autobus o inforcavano biciclette cariche di bagagli.
“Ti piace?” le chiesi.
“Sì, molto”.
“Da piccolo giocavo a nascondermi con i miei amici”.
“Là dentro?”
“Sì, tra quelle mura”.
Lei alzò il bavero della giacca, cominciava ad avere freddo.
“Io non lo farei mai. Hanno ucciso e torturato centinaia di persone nei sotterranei”.
Non nascosi il mio stupore.
“Ma è successo quattro secoli fa!”
“Il respiro della morte rimane”.
Volevo dirle che se questo era il suo pensiero, non avrebbe dovuto calpestare quel prato che si era tinto di rosso più volte. Volevo dirle di stare alla larga da numerose piazze europee nelle quali furono giustiziati i prigionieri, gli eretici e le streghe.
Ma non dissi nulla di tutto questo perché era evidente il suo malumore. Forse temeva il mio distacco, il pensiero che me ne andavo per un mese. Forse non temeva nulla, era solo stanca di quella situazione sospesa e cercava un pretesto per risolverla.
“Sai, in questo castello hanno anche girato un film…”
“L’Amleto, ovviamente” rispose piccata.
Restai con le parole in bocca. Osservai il mare e una nave lontana, sbattuta dalle onde. Immaginavo come potevano sentirsi i marinai con lo stomaco che sale e scende all’improvviso.
“Quasi come me” pensai, intuendo che di lì a poco qualcosa doveva succedere.
Il cielo era una cappa viola, si vedevano alcuni bagliori, come se al di sopra delle nuvole qualcuno si divertisse con l’interruttore della luce. Scendeva anche una pioggia fine, quasi inavvertibile perché il vento la portava via ancora prima che cadesse.
“Posso farti una domanda?” disse lei improvvisamente.
“Certo”.
“Perché sei così?”
“Così come?”
“Freddo, distaccato, impassibile!”
“No…non capisco”.
“Non importa, lasciamo perdere. E’ meglio”.
Rimasi fermo, con i pugni in tasca, gli occhi fissi sulla nave sempre più lontana. Poi presi coraggio.
“Perché dici questo? Non mi sembra di essere così”.
“Lo sei da molto”.
“Ma…c’è qualcosa che non va?” le chiesi, quasi incredulo per quel rimprovero che ritenevo ingiusto.
“No, va tutto bene. Sto solo valutando le tue oscillazioni”.
Allargai le braccia.
“Non so, forse ti ho dato questa impressione ma molte volte anche tu mi sembri…”
“Va tutto bene, lasciamo perdere” replicò.
“No, non va bene. Mi hai detto più volte che le mie parole ti fanno paura, ti spingono a scappare. Ora mi dici che sono freddo, distaccato. Come devo essere?”
Era iniziato a piovere fitto e lei corse verso un piccolo autobus di turisti.
“Fermati! Dove vai?”
“Ciao, ti auguro di fare un gran bel viaggio!” disse salendo sulla vettura.
La osservai mentre diceva qualcosa alla guida e passarsi la mano sui capelli bagnati.
Era fuggita di nuovo, come qualche anno prima, senza spiegazioni.
Tornai alla stazione di Stonehaven seguendo lo stesso sentiero, lasciando che la pioggia facesse il suo dovere. Sentivo le lacrime salate scendere lungo le guance, scavare solchi e bruciare. Lenite subito dalla pioggia, che andava ad ammorbidire e chiudere le ferite.
Ad ogni passo rimuginavo su quelle parole, sull’amara sorpresa che lei mi aveva riservato. E cercando di non scivolare, stando attendo a dove mettevo i piedi, trovai la parola che lei avrebbe dovuto usare: equilibrio.
E lo gridai forte, verso il mare, verso la nave che ormai non si vedeva più:
“Non ero freddo e neppure distaccato. Ero semplicemente più equilibrato!”

Parole vecchie

Fra i tanti libri, quello a cui tengo di più è il dizionario di mia nonna Cornelia, un edizione del 1886 dalla copertina marrone e rigida, composto da 1350 pagine.
In esso ci sono alcuni definizioni spassose e altre che fanno lavorare anche le zone del cervello solitamente pigre.
Prendiamo ad esempio la definizione di tre:
“Che seguita immediatamente al due”.
Niente da dire, è corretto.
Prendiamo ora la definizione di quattro:
“Che contiene in sé due volte il due”.
E anche questo è corretto.
Ma la migliore è quella del sette:
“Che contiene il tre e il quattro”.
Per finire con il nove:
“Che sta tra l’otto e il dieci”.
Poi mi sono accorto che non c’è niente di eccezionale in queste definizioni. I dizionari moderni non sono poi così diversi.
Allora ho approfondito le mie ricerche su altri termini, come ad esempio, elettricità:
“fluido sperso nella natura e che dà luogo ad una moltitudine di fenomeni”.
Il calcio, oltre ad essere una pedata è un giuoco antico nella città di Firenze.
Lampada: vaso sul quale si tiene acceso un lume ad olio.
Telegrafo: macchina collocata in luogo elevato, per mezzo della quale facevansi certi segnali, che ripetuti da altre simili macchine, collocate a certa distanza le une dalle altre, servivano a trasmettere prestamente novelle od ordini a coloro che erano in grandissima lontananza.
Pistola: sorta d’arme corta da fuoco, così detta perché credesi inventata a Pistoia.
Comunismo: specie di socialismo più volgare e più sozzo, il cui scopo è la divisione dei beni fra tutti.
Camorra: società di malvagi nell’Italia meridionale che riscuote fraudolentamente una tassa illecita sui proventi altrui.
E poi è simpatico vedere come nell’arco di un secolo il significato di alcune parole sia mutato. Ad esempio, per gabinetto l’unica definizione è: meglio stanzino, cameretta da scrivere, studiare, ecc. armadietto, stipo per conservare cose preziose (!!!)
Mattonella: sponda del tavolo su cui si gioca a bigliardo- specie di confetto – indirettamente, incidentalmente.
Piastrella: ciascuno di quei piccoli sassi piani, che servono ai ragazzi per giuocare in vece delle pallottole.
Sapone: mistura composta comunemente d’olio, calcina o cenere che si adopera per lavare e purgare i panni e bagnar la barba prima di raderla. (quindi o non ci si lavava o si usava qualcos’altro).
Succursale: chiesa che serve in vece di parrocchia.
Non esiste la radio. L’aereo è qualcosa che appartiene all’aria o sta nell’aria ma nessun riferimento agli aeroplani. Tuttavia esiste il paracadute. Il dirigibile è un sostantivo femminile che significa: che può dirigersi.
Non esistono il rubinetto, il frigorifero, la tapparella.
Non esiste la bicicletta ma c’è il velocipede: macchina con due ruote che corre, solo che si tocchi colla punta de’ piedi un braccio di leva, che v’ha in essa, da chi la cavalca.
Non esistono alcune invenzioni che videro la luce proprio in quegli anni: la plastica, il telefono, il giradischi, il grammofono, il cinema, il grattacielo, la dinamite.
Ora sto iniziando a leggere tutte quelle parole che non si usano più, e sono molte, di una ricchezza che nessun’altra lingua può darci. Ve ne regalo due:
Squartanugoli: spaccamontagne, millantatore.
Straccagelosie: chi sta sempre alle gelosie delle finestre.

libreria di sbiego