Tag: gerusalemme

La stretta di mano di un ebreo

Mentre ero in attesa che i miei fratelli finissero gli acquisti nel negozio di spezie a fianco, qui, in questo piccolo negozio del quartiere ebraico di Gerusalemme ho preso due Sevivon (in ebraico) o Dreidel (in yiddish) d’argento, tre Hamsa e un occhio, sempre d’argento.
Il negoziante era furbo: gli avevo chiesto quanto costava la mano, quanto costava la trottola, ed era risultato un prezzo uguale a quattordici ma quando gli ho mostrato i miei venti lui ha rilanciato:
“Ti do anche questa trottola e facciamo venti”.
E io ho accettato: tre manine, un occhio e due trottole per venti euro.
Lui stava per rilanciare ancora. Avrebbe voluto vendermi menorah, hamsa ancora più grandi e chissà cosa ma io gli ho detto:
“No, grazie, va bene così”.
E non so come, ci siamo intesi. Ha capito al volo che non poteva andare oltre. Io gli ho dato la mano e lui me l’ha presa e stretta forte, con entrambe le sue.
Il fatto è che in lui avevo visto tutto. La figura dell’ebreo che tante volte ho letto nei libri, nei fumetti, nei film. Ma non l’ebreo ortodosso e neppure quello paranoico alla Woddy Allen. Non l’ebreo del ghetto di Varsavia ma forse quello di Joseph Roth.
Insomma, è difficile da spiegare. Quest’uomo si vede solo di spalle, ha un maglioncino bianco e la kippah. Se avessi avuto molto più tempo, se i miei fratelli si fossero fermati più a lungo a comperare spezie, io avrei continuato a conversare dell’imminente partita di Milan e Inter, anche se me ne importava poco. Avrei parlato e gli avrei chiesto mille cose perché in quella stretta di mano, in quello sguardo, in quel viso ovale e delicato io ci ho visto un mondo di bontà.

I Muri della Palestina

Ho sempre ammirato il muratore capace, quello in grado di tirarti su un muretto. Ci ho provato più volte, anche ad intonacare ma come si dice in gergo, sono una mezza cazzuola.

I muri sono fatti per proteggere ma è sempre più difficile capire da chi e da che cosa. Ed è difficile capire se sta meglio chi è al di qua o al di là del muro.

In Palestina ne ho visti parecchi e sono tornato con un pensiero positivo: qualsiasi muro andrà distrutto e di esso resteranno solo macerie.

Non cercare i luoghi ma le persone

Dice così Paolo Rumiz nel suo “La Gerusalemme Perduta”.

Io li ho trovati tutti e due. I luoghi migliori sono quelli dove non c’è nulla o poco. Quelli dove riesci a pensare e dire: “Qui, su questa terra ci hanno camminato i profeti, qui, da questo punto hanno osservato, parlato, compiuto…”
Luoghi rimasti intatti o quasi, dove nessuno ci ha eretto templi, chiese, sigilli. O campi minati, come sulle rive del Giordano.
E persone bellissime. Fra tutte ricordo una ragazza fotografa, armata di cavalletto, che mi ha sorriso mentre uscivo definitivamente dalla porta dei Leoni di Gerusalemme. Una ragazza orientale, con il velo in testa, un paio di scarponcini alla moda. Per un attimo ero tentato di chiederle una foto. Dopotutto, lei mi aveva appena fotografato. Poi ho preferito tenere questa immagine dentro la testa, come faccio sempre con le migliori.

E poi l’espressione ingenua, incredula, come di uno che sta pensando: “Questi mi prendono in giro”. La faccia strana e stupita della guida giordana che ci ha accolto una volta passati il confine con Israele.

“Mi hanno detto che voi siete un gruppo, una famiglia. Siete mariti con moglie?”
“No, noi siamo tutti fratelli e loro due i nostri genitori”.
Sorriso, sguardo di cui dicevo prima e poi:
“Non ci credo”.

Questo slideshow richiede JavaScript.