Tag: dita

Sunday Morning #1

Sunday morning, praise the dawning
Its just a restless feeling by my side
Early dawning, sunday morning
Its just the wasted years so close behind

Watch out, the worlds behind you
Theres always someone around you who will call
Its nothing at all

Sunday morning and Im falling
Ive got a feeling I dont want to know
Early dawning, sunday morning
Its all the streets you crossed, not so long ago

Watch out, the worlds behind you
Theres always someone around you who will call
Its nothing at all

Watch out, the worlds behind you
Theres always someone around you who will call
Its nothing at all

Sunday morning
Sunday morning
Sunday morning

Gli anni sulle mani


Dai denti.
L’età dei cavalli ma anche degli altri animali, si stima osservandone le arcate dentali. E’ stato studiando la dentatura delle mummie che gli antropologi hanno stabilito l’età di alcuni faraoni.
Chi non è caro agli dei ed ha la fortuna di invecchiare, facilmente non ci arriva con i suoi denti e già in vita è possibile capire se una persona ha le sue punte originali, se dispone di protesi o se ha effettuato sbiancamenti al perossido.
È anche facile capire se una donna è ricorsa a qualche ritocco estetico. Basta che abbia le labbra a canotto e un’espressione che ricordi qualche personaggio televisivo.
E lo stesso vale per gli uomini: non c’è parrucchino, toupè o tinta che sfugga al mio occhio clinico.
Tuttavia c’è una parte del nostro corpo che invecchia e sulla quale non si possono fare ritocchi. A poco valgono le creme e i chirurghi plastici non se ne sono mai occupati in termini di bellezza: le mani.
Le dieci dita rivelano l’età di una persona. Una splendida cinquantenne può anche mantenersi in forma e giovane, avere un aspetto sbarazzino e solare ma le mani sono impietose. Fanno le grinze, si macchiano, s’ingrossano. Le dame di gran classe una volta indossavano i guanti per questo.
Ricordo molte mani. Quelle di Chiara erano piccole e paffute. Qualche volta le aveva ancora impiastricciate di inchiostro e sulla tastiera lasciava delle piccole macchie blu.
Sua cugina Virginia le aveva più sottili ma spesso arricchite di gomma pane, pongo, das o caccole del naso. Suo fratello Luca le teneva più in ordine e profumavano di sapone. Le mani dei bambini dicono tante cose, ti raccontano quello che hanno fatto durante la mattina, se hanno giocato in palestra o se hanno disegnato con le tempere. Ti dicono se sono bambini vivaci o tranquilli.
Cecilia le aveva piene di anelli e appesantite da una decina di braccialetti. Le dicevo che con tutto quel peso le sarebbe venuta la tendinite. Mentre suonava io osservavo gli anelli, uno ad uno. Quello d’argento, liscio e sottile. Quello con il brillante e l’altro dorato. E poi l’anello doppio che avvolgeva l’intera falange del medio. Mi piaceva quello verde e poi l’altro artigianale, quello che le avevo regalato io, portato a casa dal viaggio di nozze. Non mi piacevano quelli che teneva alle estremità, sui pollici e mignoli. Osservavo gli anelli i quali però offuscavano la bellezza delle dita, ben calibrate, di una misura adeguata, non troppo sfacciata.
Mara aveva le mani di una splendida cinquantenne, cioè di una donna invidiabile per il fisico, l’aspetto ancora giovanile, la scollatura generosa ma purtroppo, con le dita che portavano i segni del tempo, dei numerosi ammolli, qualche macchia, delle grinze.
Suo marito Carlo le aveva ben curate, senza cuticole. Le mani di un direttore di banca, con le immancabili lentiggini che rivelavano la sua età pensionabile. Eppure ancora toniche, mature ma non cadenti.
Lisa le aveva bagnate, rivelavano la sua tensione e passava ripetutamente un panno sopra la tastiera per togliere il sudore.
Lui, Alberto, aveva le mani da vero uomo, da pugile. E lo era. L’avevo visto demolire con un pugno un cestino dei rifiuti e poi sbrecciare il muro della palestra. L’avevo anche visto sollevare di peso un uomo, prendendolo per il bavero. Aveva due mani che erano badili, un po’ secche, bisognose di cure, creme emmolienti. Sulla tastiera slittavano bene, con qualche problema sui tasti neri che compensava con l’agilità.
Lucia aveva delle mani perfette. Sono passati vent’anni e di sicuro ha le stesse dita di allora. Sottili, lisce, perfette, arricchite da un solo anello. Per quelle mani il tempo non passa mai.

Colleziono mani…su, avanti, speditemene qualcuna.

E lei non si scosta

“Devi passare il pollice sotto il dito medio”. Dico questo prendendole il dito e poi l’intera mano, per spiegarle il passaggio del pollice. Le sue dita sono tutte inanellate, mi fermo un attimo, conto tredici anelli e poi una decina di braccialetti al polso.
“Sbaglio qualcosa?” mi chiede perplessa.
“No…scusa, stavo solo contando i tuoi anelli”.
“Ah! Sono tanti vero? A me piacciono molto”.
Vorrei dirle che anche a me piacciono, ma forse esagera, soprattutto con l’anello al pollice. Nella lezione precedente non c’era.
Le muovo le dita, una alla volta. Sono perfette, affusolate, senza nodi, adatte per uno strumento a tastiera. Non sono fredde e neppure calde o sudate.
Sono tiepide, alla giusta temperatura e lei se le lascia toccare. Posso fare tutto con le sue mani.
Riprende a suonare e io, seduto a sinistra osservo l’ immagine che si riflette sul mobile nero del pianoforte. Guardo il suo labbro che s’increspa quando il passaggio si fa duro. Il suo sorriso quando sbaglia una nota e lei che mi osserva proprio tramite quel riflesso.
Dopo una decina di minuti le dita si sciolgono e lei suona senza esitazioni. Io mi rilasso, penso solo all’ascolto e poi guardo in basso, i suoi piedi nudi.
“Ho suonato bene?” mi chiede alla fine.
“Sì, hai solo sbagliato un passaggio con la mano destra”.
“Quale?”
“Questo”.
Mi sporgo, allungo la mano destra, suono le battute che ha sbagliato. Con il gomito le tocco inavvertitamente il seno. Lei non si scosta.
“Ho capito!” fa lei.
Riprende a suonare e sta suonando alla perfezione quando arriva sua figlia di sei anni, con un libro in mano e le chiede:
“Mamma, cosa vuol dire dittatore?”
“Ehm…poi te lo spiego”.
Io guardo la bambina, sorrido e poi le sussurro:
“ Dittatore? Chi ha le dita piene di ori, come tua mamma”.
La bambina scappa in cucina, ridendo con la mano sulla bocca.
“Uhm…le hai detto una della tue?” mi dice senza staccare le mani dalla tastiera e osservandomi attraverso il riflesso del mobile. Il suo sopracciglio è arcuato e fa la rima con la piega delle labbra.
“Sì” rispondo.
“Ti perdono perché sei il mio maestro”.
“Grazie. Però qui hai sbagliato di nuovo”.
Allungo il braccio destro, suono le battute, con il gomito le sfioro il seno. E lei non si scosta.