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Mutamenti

Se niente cambia devi cambiare tu.
E così, complice un risveglio precoce, questa mattina sono partito in anticipo. Ho visto gli ultimi studenti attendere l’autobus e poi gli gnomi verdi uscire dallo scantinato e salire sul furgone. Non sono veri gnomi ma giardinieri però si chiamano così e sono proprio verdi.
Ho realizzato che il profumo del gelsomino ha un retrogusto di piscina olimpionica e che è bello indossare ancora una giacca nel fresco delle prime ore.
Se niente cambia è inutile insistere: è meglio cambiare orario, modificare la camminata, ascoltare altra musica e perché no, scegliere una strada diversa.

Oceani occasionali

“Vai in macchina?”
Questa volta, a malincuore cedo. Fuori diluvia e per arrivare indenne al lavoro dovrei vestirmi da palombaro.
Prendo l’auto (in sei mesi questa è la quarta volta), sfilo davanti al mercatino e con stupore noto che ci sono tutti, anche i cinesi. Aziono il tergicristalli al massimo e vedo pozzanghere trasformarsi in laghi canadesi. Se camminassi sul bordo della strada, come faccio tutti i giorni, ora svilupperei dei pensieri molto più umidi.
La pioggia frastuona sul tetto, davanti a me non vedo nulla se non il grigio. Ora capisco perché nel giardino del civico 33 c’è una barca.
Penso poi che le guarnizioni di gomma, anche quelle rosse, in questi oceani occasionali potrebbero assomigliare a delle meduse. Eppure mi manca la mia passeggiata: oggi pomeriggio torno a piedi.

Vado a piedi

Panirlipe-camminare in the cityDa quando ho cambiato sede, per essere precisi dal 25 novembre, non ho più usato la macchina durante la settimana. Vado al lavoro a piedi, qualche volta, se ho fretta, in bicicletta.
Al mattino mi infilo le scarpe, metto la borsa a tracolla, accendo l’Ipod e parto.

Durante il cammino ho fatto il censimento degli oggetti strani: oltre alle merde di cane, più o meno elaborate, oggi ho visto per il quindicesimo giorno consecutivo il calzino con la molletta attaccata. Avvicinandomi al casello autostradale ho trovato tre preservativi usati, uno rosso e due trasparenti. La stranezza è che sono lì da un paio di mesi, indistruttibili, resistono a lungo, anche alle intemperie e agli sbalzi climatici.
MI sono reso conto più di prima di quanto è sporca la città: carte, cartacce, lattine, scontrini, bottiglie, pacchetti di sigarette vuoti, fogli, volantini…sono in ogni dove, anche tra le siepi, sui marciapiedi, nelle zone verdi e qui non c’è alcuna distinzione, gli imbrattatori sono di ogni razza ed età, li ho osservati con cura.

Il momento più bello è verso la fine, quando passo vicino ad un’azienda che è pure un mio cliente e dispone di uffici a livello del marciapiede. Io passo e osservo le impiegate (quelle che di solito guardavo proprio da dentro, durante l’avvio delle nostre collaborazioni). Cinquanta metri di vetrine e le osservo tutte.
Funziona così, quattro volte al giorno, due al mattino e due dopo pranzo. Otto chilometri in tutto.

Ho scoperto anche un’altra cosa: nell’era di google maps, della telefonia mobile, dei navigatori satellitari, c’è ancora chi si ferma, abbassa il finestrino e chiede informazioni. Sono arrivato a quota otto, una media di due al mese.

Ecco…è ora di partire per i miei due chilometri pre-pranzo.

Camminavamo

Camminavamo. Non ce lo aveva ordinato il medico ma suo padre, che era stanco di vederci sotto casa, “attaccati ai muri come manifesti” diceva lui. E quindi andavamo in giro per il quartiere, in centro città o dove capitava e quando faceva buio tornavamo ad incollarci alle pareti.
Camminavamo, e lo si faceva tenendosi per mano, io con la destra e lei con la sinistra, fino a quando per il sudore la presa si allentava e allora ci davamo il cambio: io le prendevo la sinistra e lei mi porgeva la destra.
In casa sua ci entrai solo una volta, forse due e per pochi minuti. In casa mia lei ci entrò due volte: la prima perché dovevo prendere dei dischi e prestarglieli. La seconda per mangiarci una pizza insieme ad una comune amica.
Ma a noi piaceva camminare, fino a quando ci sudavano i piedi e pure le mani. E ci piaceva restare incollati come lucertole alle pareti sotto casa, giocare con le correnti d’aria e qualche volta pure con l’ascensore.
Camminavamo senza essere mai stanchi, fino a quando giunti ad un bivio le nostre mani sgusciarono, come solo i pesci sanno fare. Io presi una direzione e lei l’altra, e ci lasciammo così,  con le mani umide e appiccicose.