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Il borotalco nelle orecchie

Quand’ero piccolo a casa mia c’era uno “stranfiere” alto una spanna e tondo. Dico “stranfiere” perché era un termine usato spesso da mia nonna. Qualche volta usava un altro termine e non ne ho mai capito il motivo: “putana“.
“Tome quel putana lì” diceva.
Insomma, nel dialetto più antico il nome femminile usato per indicare una passeggiatrice, sgualdrina, meretrice e via discorrendo si usava anche per identificare un oggetto qualsiasi.

“Tira dentro el putana”.
“Come se ciamelo quel putana lì?”

Quel putana lì era il macina caffè e forse, nella cantina dei miei c’è ancora. Un macina caffè elettrico che quando entrava in funzione pareva di essere sulla pista dell’aeroporto. E siccome non era molto capiente bisognava macinare il caffè quasi tutti i giorni.
Quel putana lì faceva anche rumore, tanto rumore che si è quasi estinto a causa delle miscele e delle cialde. Per risentirlo bisogna andare in qualche rivendita di caffè sfuso o nei bar.
Mentre macinavi i chicchi con lo “stranfiere” o il “putana”, all’inizio sentivi dei rumori tondi e grossi (io li vedevo così) e poi sempre più piccoli e sottili, come borotalco e quando sentivi questo, quando sentivi il borotalco nelle orecchie, voleva dire che il caffè era macinato a dovere.

Ed ecco una versione pasticciata e speziata del Caffè della Beppina, con tanto di disappunto finale

Caffè nel deserto

Eravamo nel campeggio Source Bleu de Meski, un’oasi vera, con una sorgente naturale dove un tempo i legionari ci avevano costruito una piscina. Sulla nostra R4 rossa avevamo viaggiato tutto il giorno, fermandoci anche ai posti di controllo, passando il tunnel dei legionari, osservando la linea piatta dell’orizzonte. Arrivati al campeggio, dopo aver piantato la tenda e aver visto il pavimento del bagno piastrellato di rane bue, ci siamo seduti al tavolino del bar. Non avevamo nulla da dire, avevamo già parlato tanto in auto. C’era invece molto da vedere e da pensare. E questo attimo perfetto fu interrotto da un ragazzo marocchino che senza invito prese posto vicino a noi.
“Cosa avete?” ci chiese.
“Scusa?”
“Perché non parlate?”
“Abbiamo già parlato tanto, siamo stanchi per il viaggio e ora ci piace il silenzio” replicai.
“Impossibile! Come si fa a non parlare? Se non vi parlate non vi volete bene”.
“Ti dico che è da questa mattina che parliamo. Ora vorremmo bere in pace questo caffè”.
“Tutti parlano. Se tu vuoi bene…”
“Esatto, io non ti conosco, non so se ti voglio bene e quindi non sento il bisogno di parlarti. Se ora ci lasci in pace, forse più tardi possiamo ridiscuterne” risposi spazientito.
“Ma io dico che tu dovresti parlare a lei e lei a te”.
“Lo farò quando lo voglio, va bene?”
“Non può essere… è incredibile” disse scuotendo la testa.
“Certo. E’ incredibile che io stia qui ad ascoltarti”.
“Ma perché non vi parlate?”
“La parola è troppo preziosa per sprecarla, quindi ti prego, lasciaci in pace”.
“Va bene, se volete domani vi porto sulle dune di Merzouga, vi porto da un mio fratello che ha una fabbrica di tappeti…”
“Ok, ok, domani ne parliamo”.
Finalmente ci lasciò in pace, con i nostri caffè, le nostre coke e il nostro silenzio sinfonico.