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La mia vicina canta

La mia vicina canta. È arrivata da poco, giusto due anni fa ed è andata a vivere proprio nella casa di fronte, al secondo piano. Ora non la vedo perché il pitosforo, l’olivo ed infine la catalpa mi nascondono la vista, ma c’è e si sente.panirlipe_mamamagò
È arrivata facendo gran chiasso, lei e la famiglia. Dico gran chiasso perché ha una voce grossa e in questo piccolo angolo di paradiso, lontano dai rumori stradali, anche la voce flebile di una vecchietta risuona potente. Non parliamo poi dei gemiti di Loredana, l’altra mia vicina, quando incautamente lascia le finestre aperte.
Questa mia “vicina che canta” si tinge i capelli di biondo ed ha un’aria imbronciata. Assomiglia molto a Maga Magò ma per muoversi, invece di usare la scopa cavalca una bicicletta rossa.
Inizia a cantare al mattino, non appena alza le tapparelle. Spesso si ferma sul balcone a fumare una sigaretta e allora fa una pausa, ma non appena rientra in casa per dare l’avvio alle pulizie, fa ripartire il disco. E canta, fino a sera.
Oggi pomeriggio, mentre raccoglievo le olive, ha intonato il ritornello di “Toda Gioia Gioda Beleza”. Ha continuato così per almeno venti minuti, un susseguirsi ininterrotto di queste quattro parole. Poi si è stancata, non delle parole ma della melodia e si è prodotta così in alcune variazioni: “Toda Gioia Gioda Beleza” sulle note di Caruso e poi su quelle di “Un’estate italiana” ed infine, forse scossa da un impeto patriottico, intonando l’Inno D’Italia.
Canta sempre in questo modo: memorizza il ritornello, la strofa principale e la ripete all’infinito, un loop continuo che non lascia spazio a tutto il resto della canzone.
Lei canta, sempre. Lo ha detto anche all’altra mia vicina, la Rina, che non canta ma mi regala l’insalata, i pomodori e le melanzane.
“Buongiorno signora, come va? La sento spesso cantare” ha detto la Rina.
“Io canto sempre” ha risposto rapida, tra due tiri di sigaretta.
A volte gioco con lei. Socchiudo la finestra, metto da parte gli spartiti di musica classica e intono qualcosa di moderno. All’inizio non mi dava soddisfazione, non voleva cedere, teneva duro, respingeva a colpi di saliva i suoni che stuzzicavano le corde vocali. Ma forse ero io che esageravo: suonavo pezzi in inglese. Tuttavia, la prima breccia la aprii proprio con “New York New York”.
Che cattivo che sono stato. La spiavo tra le fronde del bambù e la vedevo sul balcone, pronta ad aprire la bocca ma forse timorosa di difettare nella pronuncia. Tirava qualche boccata, mormorava “naaa na na na naaaaa” e poi rientrava in casa.
Tempo due notti e finalmente la sentii:
“Start spreading the news
… New York, New York…”

E continuò così a lungo, per almeno un mese, le prime quattro parole con l’aggiunta di New York, New York.
Poi, col passare del tempo l’adescai usando i grandi classici italiani: Modugno, Dalla, De Gregori, fino a diventare un appuntamento quotidiano, non sempre rispettato e con una lunga pausa nei mesi invernali.
Questa sera, quando sono rientrato l’ho sentita intonare per l’ennesima volta Toda Gioia Gioda Beleza, otto volte durante il tragitto dal cancello fino alla porta di casa.
Così, a distanza di molto tempo, ho ripreso lo spartito di “New York New York” e l’ho posato sul leggio. Ho socchiuso la finestra e intonato le prime note, le ho riprese e poi ho proseguito fino alla fine.
Appena il tempo di chiudere la tastiera e la mia vicina, oltre il pitosforo, l’olivo e la catalpa, ha lasciato venir su la voce, arrocchita dalle sigarette e come un Frank Sinatra con la parrucca, sul balcone ha cantato:
“Start spreading the news, I’m leaving today”.
Ha spento la cicca, è rientrata in casa ed ha proseguito:
“I want to be a part of it, New York, New Yoooooork…”
E me la immagino, come Liza Minelli, magari ballando sul tavolo e suo marito, impassibile, con il cruciverba in mano che nemmeno la degna di uno sguardo.

domenica 30 settembre 2007

Racconti Provenzali: baciata dal sorriso

Lui resta in disparte, addossato al muretto e all’ombra dei pini marittimi. Ha paura del sole e dei suoi effetti nocivi sulla pelle. Veste una canotta nera e pantaloncini grigi. Tutto il resto, la pelle, la barba e il berretto sono bianchi.
Lei non teme il sole e si espone nelle ore più calde. È baciata dal sorriso, in ogni sua espressione sembra che rida, come Monna Lisa.
Guai ad osservarla troppo. Non si deve correre il rischio di guardare i suoi seni piccoli ma ancora sodi, le gambe robuste, con qualche piega ma ancora atletiche.
Non bisogna adagiarsi troppo sui suoi capelli biondi, certo, tinti ma biondi e la lunga coda che infila nel berretto. Bisogna indossare gli occhiali scuri e fingere di guardare altrove perché non si sa mai, suo marito, in disparte, addossato al piccolo muro e all’ombra dei pini marittimi, vigila, controlla la situazione. O forse anche lui osserva la ragazza bruna, quella sdraiata sul telo blu, con la bicicletta posata sulla sabbia.
Ma lui è un tipo che si stanca in fretta, pure del riverbero e del vento, per cui se ne va presto.
Io continuo ad osservarla, fino a quando si alza, ripiega lo sdraio portatile e lo carica sulla bici.
E quando ci sale sopra, con il caschetto bianco, la coda al vento e baciata dal sorriso, prona sulla bicicletta, è proprio un incanto.

La londe,  16-06-08

Impennate

panirlipe_bici

La settimana scorsa sono andato a trovare i miei. Anche a distanza di anni scopro che non ho dimenticato certe abitudini tipo alzare gli occhi sul secondo piano della casa sul retro, per vedere se c’è la ragazza tedesca, oppure osservare dalla finestra della cucina le persone che passeggiano. Talvolta mi sembra che non sia cambiato nulla: la magnolia è sempre della stessa altezza, la signora dai capelli viola porta a spasso lo stesso cane e la tedesca ormai ha una figlia di vent’anni ma fa sempre piacere vederla.
Quel giorno ho visto anche il mio amico Marcello. Siamo cresciuti insieme, dalle elementari alle superiori e poi ci siamo persi. Lui è tornato a vivere nel condominio dove è nato, nell’appartamento proprio sopra a quello dei genitori.
Lo osservavo mentre usciva dal garage con suo figlio Martino. Sorridevo pensando ai loro nomi. Un tipo metodico come Marcello al proprio figlio poteva dare solamente un nome che iniziava  con la lettera emme. Li osservavo mentre uscivano con le biciclette. Martino (avrà dieci anni) è proprio uguale a suo padre quando aveva la stessa età. Mi pareva di vedere lo stesso bambino che mi rubava i soldatini, il mio migliore amico con il quale raramente ho fatto a botte e che quando saliva in bicicletta dava sempre un’impennata. Non troppo elevata, perché una volta si era cappottato. Giusto una piccola impennata, sufficiente ad alzare di dieci centimetri la ruota davanti.
Li osservavo controllare la pressione delle gomme. Marcello era di nuovo dimagrito. Lo vedo una volta all’anno e ogni volta è diverso. E’ il classico uomo che gioca sui dieci chili in più o in meno.
Martino è salito sulla bici ed è uscito in strada. Marcello ha inforcato la sua (grigia, come quella che aveva trent’anni fa), ha fatto una pedalata e poi… sì, inarcando la schiena e forzando sui reni ha dato un’impennata, leggera, sufficiente ad alzare di dieci centimetri la ruota davanti.