Tag: bellezza

Divertimenti #1

Fico Ferroviere Stendipanni

La signora Giardini, come d’abitudine, ogni mattina alle 10,19 si affacciava alla finestra che dava sul retro. Erano due i motivi: quello era il lato più esposto della casa, dove batteva il sole per quasi tutto il giorno e sullo stendipanni che il condomino precedente aveva attacpanirlipe_stendinocato sotto la finestra, lei appendeva il bucato della giornata.
E poi, a quell’ora passava il treno diretto a Venezia, guidato da suo marito ferroviere. Quando sfrecciava davanti a casa, lui dava due colpi con la sirena e lei sventolava un fazzoletto rosso.
Era un attimo, un piccolo fotogramma. Lei vedeva questo lungo serpente strisciare sulle rotaie e lui quel piccolo e sfuocato rettangolo rosso.
E questo era anche un segnale: Giacomo, il meccanico dell’officina sapeva che poteva arrampicarsi sul fico e salire al piano della signora Giardini. E rimanere, fino a quando il sole faceva il giro e andava a riscaldare l’altro lato della casa.

Racconti Provenzali: baciata dal sorriso

Lui resta in disparte, addossato al muretto e all’ombra dei pini marittimi. Ha paura del sole e dei suoi effetti nocivi sulla pelle. Veste una canotta nera e pantaloncini grigi. Tutto il resto, la pelle, la barba e il berretto sono bianchi.
Lei non teme il sole e si espone nelle ore più calde. È baciata dal sorriso, in ogni sua espressione sembra che rida, come Monna Lisa.
Guai ad osservarla troppo. Non si deve correre il rischio di guardare i suoi seni piccoli ma ancora sodi, le gambe robuste, con qualche piega ma ancora atletiche.
Non bisogna adagiarsi troppo sui suoi capelli biondi, certo, tinti ma biondi e la lunga coda che infila nel berretto. Bisogna indossare gli occhiali scuri e fingere di guardare altrove perché non si sa mai, suo marito, in disparte, addossato al piccolo muro e all’ombra dei pini marittimi, vigila, controlla la situazione. O forse anche lui osserva la ragazza bruna, quella sdraiata sul telo blu, con la bicicletta posata sulla sabbia.
Ma lui è un tipo che si stanca in fretta, pure del riverbero e del vento, per cui se ne va presto.
Io continuo ad osservarla, fino a quando si alza, ripiega lo sdraio portatile e lo carica sulla bici.
E quando ci sale sopra, con il caschetto bianco, la coda al vento e baciata dal sorriso, prona sulla bicicletta, è proprio un incanto.

La londe,  16-06-08

Racconti Provenzali: La femme du boulanger

Assomiglia ad una mia vecchia amica, Emy, ma quest’ultima non la vedo da vent’anni e quindi la somiglianza può essere svanita.
È la femme du boulanger, o meglio, la ragazza che insieme al suo uomo gestisce il market del campeggio.
Il mio francese è scarso, solo dei ricordi che vengono a galla, frutto degli studi alle scuole medie. Però mi sorprendo di come riesco ancora a formulare qualche frase.
La femme du boulangere oggi aveva sbagliato a contare le cartoline.
“Dix” ha detto contandole.
“No, c’est plus” le ho detto, “c’est douze, oui”.
Il suo sguardo stupito mi ha messo soggezione e quindi, incerto sulla pronuncia e l’esatta traduzione di dodici mi sono messo a contare e poi, per essere ancora più  sicuro le ho detto:
“C’est dix plus deux”.
Lei ha preso di nuovo in mano le cartoline e le ha contate una ad una, come una scolaretta, fino a quando è arrivata a dodici.
Ha riso, si è messa a parlare. Io qualcosa capivo e molto mi sfuggiva ma la lasciavo fare perché mi piaceva quel suono, gli occhi, la boccuccia piegata all’insù per avvolgere le lettere tonde e arrotondare le u.
Osservavo le sue mani, qualche dito rovinato, una cicatrice, mani use a lavorare. E poi la schiena leggermente curva. Piccole stonature che esaltavano ancora di più la sua bellezza e la sua musica.
“C’est tout?”
Sì, non avevo bisogno d’altro. Lei avrebbe infilato le cartoline e i bolli nella busta bianca, io le avrei dato i soldi sfiorandole le dita e ci saremo salutati con un bonjour. E sarebbe stato tutto troppo veloce.
“No…demi baguette s’il vous plaît…”

La Londe 14-06-08

Gli anni sulle mani


Dai denti.
L’età dei cavalli ma anche degli altri animali, si stima osservandone le arcate dentali. E’ stato studiando la dentatura delle mummie che gli antropologi hanno stabilito l’età di alcuni faraoni.
Chi non è caro agli dei ed ha la fortuna di invecchiare, facilmente non ci arriva con i suoi denti e già in vita è possibile capire se una persona ha le sue punte originali, se dispone di protesi o se ha effettuato sbiancamenti al perossido.
È anche facile capire se una donna è ricorsa a qualche ritocco estetico. Basta che abbia le labbra a canotto e un’espressione che ricordi qualche personaggio televisivo.
E lo stesso vale per gli uomini: non c’è parrucchino, toupè o tinta che sfugga al mio occhio clinico.
Tuttavia c’è una parte del nostro corpo che invecchia e sulla quale non si possono fare ritocchi. A poco valgono le creme e i chirurghi plastici non se ne sono mai occupati in termini di bellezza: le mani.
Le dieci dita rivelano l’età di una persona. Una splendida cinquantenne può anche mantenersi in forma e giovane, avere un aspetto sbarazzino e solare ma le mani sono impietose. Fanno le grinze, si macchiano, s’ingrossano. Le dame di gran classe una volta indossavano i guanti per questo.
Ricordo molte mani. Quelle di Chiara erano piccole e paffute. Qualche volta le aveva ancora impiastricciate di inchiostro e sulla tastiera lasciava delle piccole macchie blu.
Sua cugina Virginia le aveva più sottili ma spesso arricchite di gomma pane, pongo, das o caccole del naso. Suo fratello Luca le teneva più in ordine e profumavano di sapone. Le mani dei bambini dicono tante cose, ti raccontano quello che hanno fatto durante la mattina, se hanno giocato in palestra o se hanno disegnato con le tempere. Ti dicono se sono bambini vivaci o tranquilli.
Cecilia le aveva piene di anelli e appesantite da una decina di braccialetti. Le dicevo che con tutto quel peso le sarebbe venuta la tendinite. Mentre suonava io osservavo gli anelli, uno ad uno. Quello d’argento, liscio e sottile. Quello con il brillante e l’altro dorato. E poi l’anello doppio che avvolgeva l’intera falange del medio. Mi piaceva quello verde e poi l’altro artigianale, quello che le avevo regalato io, portato a casa dal viaggio di nozze. Non mi piacevano quelli che teneva alle estremità, sui pollici e mignoli. Osservavo gli anelli i quali però offuscavano la bellezza delle dita, ben calibrate, di una misura adeguata, non troppo sfacciata.
Mara aveva le mani di una splendida cinquantenne, cioè di una donna invidiabile per il fisico, l’aspetto ancora giovanile, la scollatura generosa ma purtroppo, con le dita che portavano i segni del tempo, dei numerosi ammolli, qualche macchia, delle grinze.
Suo marito Carlo le aveva ben curate, senza cuticole. Le mani di un direttore di banca, con le immancabili lentiggini che rivelavano la sua età pensionabile. Eppure ancora toniche, mature ma non cadenti.
Lisa le aveva bagnate, rivelavano la sua tensione e passava ripetutamente un panno sopra la tastiera per togliere il sudore.
Lui, Alberto, aveva le mani da vero uomo, da pugile. E lo era. L’avevo visto demolire con un pugno un cestino dei rifiuti e poi sbrecciare il muro della palestra. L’avevo anche visto sollevare di peso un uomo, prendendolo per il bavero. Aveva due mani che erano badili, un po’ secche, bisognose di cure, creme emmolienti. Sulla tastiera slittavano bene, con qualche problema sui tasti neri che compensava con l’agilità.
Lucia aveva delle mani perfette. Sono passati vent’anni e di sicuro ha le stesse dita di allora. Sottili, lisce, perfette, arricchite da un solo anello. Per quelle mani il tempo non passa mai.

Colleziono mani…su, avanti, speditemene qualcuna.

Racconti provenzali: Oui, c’est perfect

Era stato sufficiente uno sguardo. E poi un sorriso.
Il giovane uomo capì e andò a sdraiarsi vicino alla signora, una bionda di sessant’anni che di sicuro, con gli abiti addosso faceva ancora la sua bella figura.
Il tessuto che mancava lasciava capire che la sua pelle non era più giovane, tonica, liscia. Abbronzata sì, ma permeata di sottili rughe.
“Je suis Patrick” disse il giovane uomo.
“Moi c’est Armelle” rispose la donna.
Trascorsero tutto il pomeriggio al sole, parlando e ridendo. Lei si portava la mano alla bocca quando le risate diventavano troppo aperte. Lui le dava dei piccoli buffetti sulla spalla, come per farle coraggio, come per dire:
“Su, su, ridi senza paura, non nasconderti”.
Verso sera lei riavvolse il telo, calzò i sandali, prese la borsa gialla e tornò all’albergo.
“Vorrei prenotare un tavolo per due” disse all’impiegato della reception. “Mio nipote è venuto a trovarmi”.
“Oui madame” rispose l’impiegato, senza alcuna espressione.
La cena fu rapida, fatta di piccoli assaggi e buon vino del Var.
Patrick si alzò e chiese al pianista di suonare una canzone, un evergreen.
“Il peut être Moon River?”
“Oui, c’est perfect”.
Tornò al tavolo dove Armelle lo attendeva con curiosità.
Non appena partirono le prime note Patrick le disse:
“Cette music est pour toi, c’est toi”.
Dopo la champagne si alzarono, lei lo prese per mano e lo guidò fino alla propria stanza.
Rimase immobile, ferma come una quindicenne impaurita.
Lui prese a spogliarla con calma, baciando la pelle che tornava alla luce, in modo da rendere meno dura l’esposizione.
Con la lingua lisciava ogni ruga, come un vento impetuoso che spiana i castelli di sabbia e toglie le impronte dalla sabbia.
Infine la sdraiò sul letto.
Mentre si muoveva, lento e delicato, osservava il volto di Armelle, le pupille che roteavano, le labbra che si inturgidivano.
Pensò a quanto fosse potente l’amore, a come riusciva a ringiovanire le persone.
Quandò sentì le unghie di lei affondare nella schiena, pensò egoisticamente di aver compiuto la sua buona azione e poco dopo glielo disse:
“Sono stato bravo?”
“Alla tua età si è bravi per forza” replicò Armelle un po’ piccata per quella domanda che aveva spezzato l’incanto.
“Sì…ma non con…”
“Con? Continua”.
“Volevo dire che si è bravi con un partner giovane” rispose impacciato.
Lei si sollevò, si coprì il seno con il lenzuolo e indicò la porta.
“Esci”.

La Londe, 18-06-08

Di poche parole

panirlipe_bianca

La mia collega Claudia è donna di poche parole. A lei ne servono poche, sono sufficienti i suoi occhi verdi, lo sguardo, i fianchi larghi e la vita stretta. Il seno è quasi inesistente ma questo è solo un dettaglio.
Lei lavora con le immagini, crea proposte grafiche, ritocca, inventa situazioni. E nelle immagini le parole non servono, sono già esplicative, parlano o lasciano intuire.
Lei è donna di poche parole e quelle poche che dice le usa spesso. Come gli inglesi dicono “nice”, “very nice” per qualsiasi cosa, lei dice sempre “bellissimo”, a volte con una sospensione tra la elle e la i.
Ecco quindi che la casa dove andrà abitare è bellissima. Anche la nuova cucina, con il piano in marmo, è bellissima. Il letto matrimoniale è bellissimo e pure il pavimento.
Poco fa mi ha detto che ieri ha fatto un po’ di giardinaggio.
“Ho sistemato il prato, era tutto in disordine e pieno di erbacce. Sabato scorso ho comperato una vanga…è stretta e lunga, è fatta così… ma è bell-issima”.
E io non ho potuto fare a meno di lasciarmi scappare un sorriso e pensare: “Sì, sei bell- issima e non hai bisogno di molte parole”.