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Il barbiere tunisino

Il mio

barbiere è un mago: quando esci dalla sua bottega sei convinto di avere più capelli di prima e pure lui, che ormai ha la testa scalza, dà l’impressione di avere una folta criniera.
Oggi ci sono andato presto, non erano ancora le nove e siccome doveva attendere qualcuno mi sono accomodato, ho sfogliato qualche quotidiano in lingua araba, apprezzandone le illustrazioni e il serpeggiare della scrittura. Durante l’attesa mi ha offerto il caffè e poi ha sintonizzato la televisione su un altro canale sul quale salmodiavano probabilmente i passi del corano.
Infine mi sono seduto sulla poltrona. Un po’ parlava con me, raccontandomi della casa che sta costruendo nel suo paese, un po’ con il suo aiutante e l’altro cliente. Ogni tanto riuscivo a capire qualche frase, soprattutto quando hanno iniziato a parlare dei provider internet: Infostrada, “telicom”, linkedim, bolletta, venticinque euro, quarantadue euro e poi un’espressione tipicamente veneta: lassa star.
Trattamento completo. Mi ha perfino sfoltito e scolpito la barba e insomma…è anche un po’ imbarazzante, il taglio perfetto non mi piace ma tempo qualche giorno e tutto si “imperfeziona” a dovere
Il mio barbiere è un mago, vai da lui, ti senti a casa ma pensi di essere dall’altra parte del mondo.

Vacanze trentine: sono un temerario

Sono un temerario.

Nel 2008, durante una vacanza francese, mi ero avventurato in un bar per vedere la partita fra Italia e Francia. C’era in palio il passaggio del girone e io ero  unico italiano in mezzo ad una cinquantina di francesi,  mentre la testata di Zidane rimbombava ancora dopo due anni.

Pur non essendo un appassionato dell’arte pedatoria, ho assistito all’intera partita, annuendo e pure scambiando qualche “Oui”, “Bonsoir”, “Au revoir” e allargando le braccia quando ho fatto un breve tragitto insieme ad un francese, al termine della partita.
“Si torna a casa” aveva detto.
Ed io, approfittando del mio aspetto crucco, risposi, “ja”.

Sono un temerario. All’indomani di un omicidio avvenuto a Pinzolo (autore un noto avvocato veronese, vittima una ragazza) ho pensato bene di andare dal barbiere. Per sapere che aria tira si deve andare lì, oppure dalla parrucchiera, magari anche dal macellaio.

Non me ne voglia il barbiere, persona squisita, lui e pure il figlio, però credo che serva molto fegato andare a tagliarsi i capelli da uno che di cognome fa Cereghini, (in veneto, la cereghina sarebbe la pelata). Ci vuole fegato per andare da una coppia di barbieri che hanno la testa liscia come una mela della Val di Non. Ce ne vuole altrettanto per entrare nella loro bottega che si trova in piazza Ruina (tradotto in italiano: rovina).
Ma tant’è, io sono un temerario dicevo e poi questi barbieri sono bravissimi,  mi stanno simpatici ed infine, non ho tanti capelli in testa per temere effetti collaterali.
E quindi, durante l’attesa, fingendo di sfogliare alcune riviste di alpinismo, ho tentato di decifrare quello che si diceva, ovviamente riguardo l’omicidio dell’avvocato Ciccolini.
Non ci capivo nulla ma il dialetto trentino a volte intimorisce quanto il tedesco e quindi, tra una sforbiciata e l’altra, immobile nelle poltrona, restavo vigile, attento ad ogni movimento.

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Before to leave

L’ultima volta è stato nel 2002 e per farlo ero andato da un barbiere piuttosto originale, un uomo all’apparenza burbero e spiritato ma che nella sua bottega accoglie tutti senza distinzione. Infatti è il barbiere preferito dagli extracomunitari. Un artigiano che lavora come una volta, pochi arnesi, rasoio a mano libera, un po’ di lacca dozzinale o cremina. Ma vederlo all’opera è uno spasso come lo sono i suoi discorsi e le pause che fa tenendo in mano il rasoio e spalancando gli occhi. E poi si chiama Ugo e al giorno d’oggi c’è poca gente che si chiama così. Qualche volta ci ho portato mio figlio mentre io mi sono sempre arrangiato con la macchinetta. Avevo preso un’abitudine: prima di partire ci si fa un bel taglio monacale.panirlipe_panirlipe
La prima volta è stato il giorno del mio matrimonio, la sera stessa, con la pancia piena per il pranzo e l’automobile già carica per il viaggio. Mia cognata ha affondato la macchinetta fra i capelli facendo scoprire alla cute che esiste anche la luce. Ma la consuetudine del taglio è arrivata dopo, negli anni successivi, quando l’anoressia tricologica non richiedeva l’intervento di mani esperte.
Oggi stavo per adempiere questo rito. La macchinetta giaceva da dicembre dentro l’armadietto del bagno e per l’occasione l’ho smontata, pulita e oliata. Mentre facevo questo è arrivata mia moglie.
“Tutto il tempo che hai impiegato per farli crescere…”
“Hanno già vissuto troppo”.
“Non ti farai mica uno dei tuoi soliti tagli?”
“Cosa vuoi che faccia? La permanente?”
“Non sembri neanche normale quando ti tagli i capelli così”.
Mentre continuavo a pulire la macchinetta, incurante delle sue osservazioni, ascoltavo quello che diceva mentre preparava le borse.
“Sembri un militare”.
Spallucce.
“…un nazista…”
Spallucce.
“Con quei ciuffi che ti lasci, una coda più lunga, un becco qua, una punta là…ma vai dal barbiere e fatti un taglio serio!”
Spallucce.
“Be’, io non ti guardo neanche in faccia, mi giro dall’altra parte, fingo di non conoscerti”.
Spallucce.
Nel pomeriggio, dopo una doccia e uno shampoo, sono uscito, ho fatto quattro passi e ho trovato Ugo seduto sullo scalino, davanti alla porta d’entrata.
“Che si fa? Non si lavora oggi?”
Lui ha spalancato gli occhi:
“Se vieni dentro lavoriamo”.
La sua bottega è l’esatto opposto di un salone di bellezza, credo che in quarant’anni non abbia mai modificato nulla.
“Come li facciamo? Regolari?”
“Uhm…si, regolari…veda lei. Devo andare al mare”.
“Allora li facciamo corti”.
“Sì, belli corti”.
E’ invecchiato Ugo, ormai ne ha settantacinque e per togliere il grosso ha iniziato ad usare il rasoio elettrico. Poi, per le rifiniture prende la macchinetta a mano, le forbici e il rasoio a mano libera. Ti spalma un po’ di crema sul collo, toglie i peli matti e poi pulisce la lama su un quadratino di carta igienica. Infine, con una pompetta rosa  spruzza  del borotalco.
Ha fatto una prima pausa per andare verso la vetrinetta, ha preso in mano delle forbici, ha osservato un flacone di lacca e poi è tornato da me. Era un falso allarme. Poco dopo è ripartito, è andato nel retrobottega ed è tornato asciugandosi le mani.
E’ invecchiato Ugo. Ha vinto un tumore all’intestino, ha sepolto sua moglie ma forse ha dei problemi con la prostata. E poi i bambini di colore della bottega vicina vengono a fargli i dispetti. Lui reagisce sgridandoli ma non sai se fa sul serio o se si diverte.
“Vanno bene così?”
“Benissimo”.
“Ci mettiamo sopra qualcosa? Della lacca o della cremina?”
“Uhm…no, tanto ormai c’è poca roba in testa”.
“Uh…pazienza e rabbia insieme”.
“Eh…lo diceva anche mia nonna: pazienza e rabbia insieme”.
Qualche chiacchiera, gli auguri di buone ferie e un’occhiata ai bambini di colore che gli fanno le linguacce.
Ugo dice che nonostante la pensione continua a lavorare.
“Cosa devo fare? Resto a casa ad aspettare la morte?
Continuo i miei quattro passi facendo un giro largo, pensando che forse per un po’ di tempo dirò addio alla macchinetta. Infine rientro.
“Oh! Finalmente, guarda che bella testina”.
Spallucce.