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Io voglio essere come te

Lui era un ripetente. Lo si capiva da pochi particolari: era più alto di tutti, arrivò qualche giorno dopo e prese posto in fondo all’aula.
Ma dire ripetente non è corretto, lui proveniva da un’altra scuola e basta.
Si affezionò subito a me, forse per la vicinanza fra i banchi, forse perché ero alto quasi quanto lui. Oppure perché io ero biondo e lui moro, io pallido e lui dal colorito quasi africano. C’erano molti altri motivi ma a me piaceva pensare che i nostri due nomi richiamavano una celebre coppia di poeti maledetti e pure i nostri cognomi potevano facilmente essere pronunciati alla francese ed assomigliare così ai celebri Rimbaud e Verlaine.
Un giorno mi disse:
“Dove hai comperato quel giaccone a scacchi?”
“Perché?”
“Ne voglio uno anche io”.
“Proprio come questo?”
“Sì, uguale, perché io voglio essere come te”.
In quel momento capii che la nostra amicizia non sarebbe durata a lungo. Sarebbe stata intensa ma solo il tempo necessario, gli anni scolastici che avremmo percorso insieme.
“Proprio uguale a me?” gli chiesi.
“Sì, voglio essere proprio come te”.
“Uhm…ti avverto, non vado d’accordo con me stesso”.

Sarebbe ancora mio amico

Si chiamava Andrea e sarebbe ancora mio amico se avessimo continuato a frequentare le stesse scuole. Non che fosse un vero amico, uno con il quale trascorrere il fine settimana o addirittura una settimana di vacanze. La sua era un’amicizia speciale, a volte interessata ma non troppo. Andrea era uno scienziato, se così si può definire un ragazzo di quattordici anni che trascorre il tempo libero nella sua camera degli esperimenti. Dell’uomo di scienza aveva anche gli occhi spiritati e i capelli arruffati. Però non aveva un bell’aspetto: grosso, goffo e con una testa grande come una pentola a pressione. Faceva quasi tenerezza vederlo durante le ore di educazione fisica, lui che cercava di prendere il pallone con una mano mentre con l’altra si soffiava il naso, ed inevitabilmente cadeva a terra con il sedere.
Se fossi un disegnatore, per tracciare la sua figura prenderei a prestito Gambadilegno: stessa corporatura, solo lo sguardo un po’ più mite.
Se fossi un musicista, userei per lui il basso elettrico. Suoni tondi, corposi, senza sfumature, che danno senza pretendere. Provate ad ascoltare un pezzo musicale senza il basso elettrico: assomiglia ad una torta insapore. E poi provate a fare il contrario, ascoltate una musica focalizzando l’attenzione solo su questo strumento.
Una volta gli chiesi se poteva lasciarmi solo con Annalisa. Lei era una ragazza della compagnia che negli ultimi tempi si era ridotta di numero e, quando si faceva sera, appoggiati al muretto ci restavamo solo io, lei e Andrea.
“Perché vuoi restare solo con Annalisa?” mi chiese incuriosito. In lui non erano ancora iniziate le tempeste ormonali e il cuore non gli pulsava quando si trovava in presenza di una ragazza. Ma si sa, gli scienziati non si fanno prendere gioco da questi aspetti, loro sono curiosi per natura, indagatori, sospettosi come una gatta che ha appena partorito.
“Così, mi piace…” risposi impacciato.
“Ti piace?” fece con un’espressione quasi disgustata.
“Sì”.
Non replicò. Forse nel suo cervello stava girando qualcosa, si era attivata una query, una richiesta di informazioni. Stava rovistando nel suo archivio per vedere se la mia era una risposta plausibile.
“Va bene disse alla fine”.
“Va bene?”
“Sì, ma ad una condizione”.
“Quale?”
“Mi regali la dinamo della tua bicicletta”.
“Cosa te ne fai?”
“Alcuni esperimenti, faccio funzionare dei cosi…”
Mi sembrava un po’ onerosa come richiesta ma accettai. Dopotutto si trattava di uno scambio a favore della scienza e poi… la bicicletta non era mia.