Tra cani e domande da porci

Io sto avvinghiato con il braccio sinistro alla pertica centrale, lei è aggrappata al montante superiore. Ad ogni frenata i nostri corpi si avvicinano.
“Ti ricordi di come giocavano le nostre due cagne?” mi dice.
“Lo ricordo benissimo. Si rincorrevano nel campo, abbaiavano insieme verso i fantasmi, lottavano come dei cuccioli. Sudavano! Non immaginavo che i cani potessero sudare così tanto”.
“La tua cagnolina era più agile” dice alzando gli occhi, come se dovesse prelevare le immagini dai cassetti della memoria, quelli disposti in alto, a volte sopra l’armadio. “Sì, era più agile ed elegante”.
“Era anche negligente, non riuscivi mai a fermarla. La tua invece era un po’ goffa, con la pancia che sfiorava il terreno. Però era simpaticissima”.
Adesso l’autobus corre sul rettilineo. In questo punto, di solito, l’autista schiaccia il pedale dell’acceleratore fino in fondo, tanto lo sa che veloce non può andare, qualcosa glielo impedisce. E l’automezzo strilla, sibila, copre le nostre voci e fa vibrare i sedili, le pertiche e i montanti.
“Ti ricordi di quella volta che le abbiamo smarrite? Bastava chiamarle per vederle tornare, invece quella sera…”
“Ci eravamo distratti noi. E il campo era grande, non ci hanno più visto”.
“Sì, però poi le abbiamo ritrovate: la mia sul portone di casa, la tua nel cortile. Lo avresti mai immaginato?”
“Per niente”.
L’autobus sta rallentando, anche le sue viscere si rilassano e le vibrazioni cessano. Un’altra fermata, la sua, e poi c’è il capolinea.
“E lo avresti immaginato che un giorno ti avrei lasciato?” mi chiede toccandomi il braccio con l’indice e il pollice, giocando con un filo bianco che spunta da una cucitura.
“Sì, lo sapevo. Altrimenti non ti avrei mai amata”.
Accompagnate da un soffio le porte si aprono, lei molla la presa, quella sul montante e quella sul mio filo.
Sorride a metà e scende.

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I treni non erano in orario

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La prima a parlare sei stata tu e io ti voltavo le spalle mentre eravamo tra un vagone e l’altro, in attesa di scendere.
“È inutile correre, tutti i treni sono in ritardo di un’ora”.
Io mi sono girato, ti avevo già riconosciuta dalla voce e poi dal viso. Mi aspettavo che tu facessi altrettanto, pensavo di vedere una sguardo stupito, due occhi sgranati, la bocca aperta, pronta a far uscire due parole, due soltanto:
“Ma tu…”
E io avrei risposto con altre due, due soltanto:
“Sì, io”.
Ma non mi hai riconosciuto, eri preoccupata di più per la coincidenza ferroviaria che non la nostra, assolutamente fortuita.
Ho cercato di farmi riconoscere muovendo la testa in tutte le direzioni, pronunciando parole che lo so, ti avrebbero colpito ma la tua resistenza ha generato in me qualche dubbio.
“Sto forse sbagliando? Sì, è vero, adesso ha il volto un po’ più affilato ma è lei, gli stessi capelli, lo stesso naso con le narici larghe. E poi quelle ballerine ai piedi, che io ho sempre trovato orribili. Lo zaino! Sì, quello che usava per i viaggi in moto e il piumino bianco, facile a sporcarsi. Forse i chili persi li ha messi sulle cosce, non la ricordavo così”.
Un gesto ha fugato ogni dubbio ed è successo quando hai calcato sulla testa il cappello di feltro grigio, quello che avevi preso durante un viaggio in Germania.
“Sei sicura che tutti i treni lo siano?”
“Lo dice l’app. Non so se sbaglia. Ad ogni modo, se la coincidenza parte puntuale io l’ho già persa”.
Hai alzato gli occhi, mi hai guardato e pensavo che da te uscissero tre parole, tre soltanto:
“Ma tu sei…”
E io avrei risposto con altre tre:
“Sì, sono io”.
Invece siamo scesi, i nostri treni, anche se in orari diversi partivano tutti dallo stesso binario e quindi abbiamo camminato lentamente. Il tabellone parlava chiaro, dovevamo restare lì, a guardarlo, con la speranza che questa azione facesse diminuire il ritardo.
“Ha guadagnato qualche minuto?” ti ho chiesto.
“No, ma l’importante è che non aumenti”.
Abbiamo trascorso un’ora tra un binario e l’altro, congiungendoci e allontanandoci, sorridendo e scambiando qualche informazione con altri pendolari.
“Adesso sì, adesso mi ha riconosciuto” ho pensato mentre l’altoparlante annunciava il treno in arrivo. Mi aspettavo quattro parole, anzi cinque:
“Tu sei Michele, vero?”
E io ti avrei risposto con altre quattro:
“È vero, sono Michele”.
Invece sei solo venuta a salutarmi:
“Ecco il mio treno, mi avvicino…arrivederci allora”.
“Ciao”.
Sei andata sotto il cartello che indicava il punto di fermata del vagone cinque e io ho riavvolto il mio calendario personale, andando indietro di oltre dieci anni, per capire come abbiamo fatto a diventare così indifferenti, quale sia stata la causa della nostra mancata coincidenza, cosa ci ha fatto deragliare, quale sia stato il guasto lungo la linea. Forse fu solo uno sbalzo di tensione, una diverso potenziale. E infine, abbiamo preso treni diversi.

Lungo o corto?

“Quanto deve essere lungo un romanzo?”
A questa domanda google risponde con circa 2.100.000 risultati.
A dire il vero a me non ha mai interessato. Forse voi vi siete mai chiesti quanto deve essere grande un’anguria?  L’importante è che sia buona e se le dimensioni sono piccole puoi sempre aprirne un’altra.
Qui ne parlo brevemente, contento per aver trovato dei romanzi lunghi quanto un telefilm, romanzi da prima serata, un’interessante proposta della Intermezzi Editore.

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Arrivederci Waterville!

Arrivederci Waterville! è un mio breve romanzo che ha vinto la terza edizione del Premio di Letteratura per Ragazzi “Olga Visentini”.
Lo so, l’Italia è un Paese di santi, poeti, navigatori, eroi … evasori fiscali e premi letterari. Per cui, non è che vincendo un premio si aprano le porte delle case editrici. Tuttavia, questo riconoscimento ottenuto aveva una particolarità: era stato premiato con il primo posto dalla giuria ufficiale e anche con la Speciale Giuria Ragazzi, cioè coloro a cui è destinata la lettura.
Questa è stata la motivazione della giuria:

“La circolarità dell’opera, fresca e scorrevole come l’acqua protagonista, dà l’idea di un breve romanzo con spunti fantasy. Fiaba contemporanea, in cui il valore dell’acqua emerge dai gesti quotidiani, dalla semplice vita del villaggio. Creatività e fantasia sono notevoli e l’intreccio appassiona e incuriosisce. La dettagliata descrizione dei personaggi si avvale di uno stile ricco, veloce e piacevole.
E’ ben evidenziato come, a differenza della società contemporanea, la comunità di Waterville sia solidale e viva in armonia anche nelle estreme difficoltà.”

Prima dell’esito del concorso l’avevo spedito a qualche casa editrice tra cui la gentilissima Coreebok che mi propose l’edizione digitale, proposta che declinai proprio perché in quei giorni mi arrivò notizia del risultato del concorso.
Mi ero detto: “Chissà…non significa nulla, certo, può essere migliorato ma magari qualche casa editrice potrebbe essere interessata e stampare un volume tradizionale”.
Ma a quanto pare non è così. Ho ricevuto solo una proposta da una casa editrice senza distribuzione, con un quantitativo minimo di copie da acquistare e una scarsa attenzione, valutata nel corso di un paio di telefonate. Una proposta che ho rifiutato perché alla fine, venderei molte più copie e visibilità con il self publishing.
Nonostante tutto, una dinamica maestra di Boretto, durante l’anno scolastico 2013/4 ha usato il libro (quello stampato dall’organizzazione del concorso) con i ragazzi della 5° B. Mentre uno leggeva ad alta voce la parte che si era preparato a casa, gli altri potevano disegnare liberamente alcuni momenti o personaggi della storia.
E questo dà molta più soddisfazione di un libro stampato.