Categoria: tales

A quel tempo funzionava così

A quel tempo funzionava così, soprattutto se vivevi nel bianco veneto, in special modo se eri un ragazzino, indiscutibilmente in una famiglia come la mia. A quel tempo, durante il mese di maggio si andava alla novena o fioretto dedicato a Maria Santissima. Ci si andava al pomeriggio e quando entravi in chiesa Fratel Giorgio ti obliterava una casella della tesserina. Se alla fine del mese avevi forato tutti i giorni, potevi andare in gita senza spendere nulla.
Quel pomeriggio fui costretto a saltare per non ricordo quale motivo, forse per un’indisposizione e quindi recuperai alla sera, con mio padre.
Certo, la novena serale era molto più noiosa: non c’erano ragazzine da osservare, non c’erano Roberta, Valeria, Patrizia e si recitavano le litanie, una cantilena così ipnotica da farmi appisolare.
C’era Maria Giovanna quella sera, probabilmente anche lei era stata indisposta, e poi tutte teste bianche o dai colori improbabili, vecchiette, vedove, e alla fine, io e mio papà.
Fu proprio quando stavo per addormentarmi, nel preciso istante in cui Fratel Giorgio prese posto quasi vicino a me, nel bel mezzo di un ora pro nobis che avvenne la scossa di terremoto.
Di quell’istante ricordo:

  • padre Girolamo che alza la veste fino alle ginocchia, scende dall’ambone e corre in sacrestia;
  • la mamma di Maria Giovanna che mette le mani intorno alla testa della figlia e grida: “Oggessumariasignor! Oggessumariasignor!” e poi un grido;
  • due ali di gente che si affollano intorno all’uscita della chiesa;
  • grida e non ne sono sicuro, forse anche un’imprecazione fuori luogo.

Infine, la chiesa completamente vuota, con soli io e mio padre e lui che mi dice:
“Non preoccuparti, non succede nulla, siamo al sicuro”.
Lentamente siamo usciti, sotto lo sguardo compiaciuto della statua di sant’Antonio sulla destra e quella di Maria a sinistra.
E io pensai che forse mio papà era un supereroe.

Divertimenti #5

Cinque – passione – ascolto.

L’uomo stava in piedi e fumava una sigaretta, anche se i cartelli appesi nel locale parlavano chiaro: fumare era vietatpanirlipe_sewingo, per legge e anche per buon senso. Ma lui era il figlio del padrone e come aveva imparato fin da piccolo, le leggi si possono anche ignorare.
Osservava dall’alto la ragazza che piegata sul tavolo cuciva due pezzi di cuoio. Per lei era il primo giorno di lavoro, sudava freddo ma non lo faceva capire.
“Cerca di metterci un po’ di passione” le disse.
“Come?” chiese la ragazza con un forte accento straniero.
“Più passione! Capisci cosa voglio dire?”
“No, io non capire”.
L’uomo osservò la scollatura inesistente della ragazza e i suoi seni che protestavano sotto il grembiule.
“Qui” disse l’uomo allentando il secondo bottone della camicia.
Lei non disse nulla, le scappò un sorriso di circostanza, come è solito vedere nelle ragazze orientali.
“Quante dita hai nella mano?”
Cinque” rispose sbalordita per l’insulsa domanda.
L’uomo si guardò intorno per vedere se c’era qualcuno. Le altre ragazze avevano appena lasciato il locale, la sirena era suonata da poco. Lui prese le cinque dita della ragazza e le appoggiò sulla patta dei proprio pantaloni.
Lei capì.
“Ti sei svegliata finalmente! Se mi dai ascolto vedrai che la tua vita cambierà”.
Gli allentò la cintura e poi abbassò i pantaloni. Lo tirò verso di sé, giusto per infilare la cintura sotto la cucitrice e poi mettere al massimo dei giri la macchina.
“Più passione signore, deve metterci più passione con le ragazze”.
Si tolse il grembiule e glielo avvolse stretto intorno al volto, fino a fargli mancare il respiro. Poi uscì, ridendo di quell’uomo che goffamente sobbalzava sulla macchina da cucire.

Racconti Romani: Via Salaria- Fiumicino

“Sulla via Salaria non ci sono più”.
“No, ci sono ancora ma sono vestite bene, non possono stare mezze nude”.
“Ah, sì? Non lo sapevo…”
Mentre osservo la ragazza ferma in una piccola via traversale, ripenso a questo dialogo tenuto da due impiegati qualche ora prima.
“No, non può essere” mi dico, “non può essere una prostituta”.
Cerco di convincermi ma nonostante la mia ingenuità e l’ora insolita, so che quella ragazza dal viso gentile, con gli abiti da tranquilla impiegata, si trova lì in attesa di clienti.
Finalmente arriva il taxi.
“Fiumicino” gli dico.
Ogni volta che dico “Fiumicino” mi viene da ridere perché mi ricordo di una candid camera dove un vecchio signore cercava di farsi dare un biglietto per Fiumicino da un impiegato che si fingeva sordo.
Il taxista è silenzioso, ascolta la radio con l’auricolare. Il mio collega parla al telefono con la moglie, poi fa una telefonata in ufficio, ne riceve un’altra e un’altra ancora. Infine il silenzio.
Io osservo il cielo e il sole che tramonta e mi ricordo di un post di Osolemia che parlava del sole sopra Roma.
Mi chiedo se i tramonti su questa città siano sempre così.
Intanto la strada corre dritta verso est e il sole è laggiù, che dipinge e riempie le nuvole che trovo così bombose, quasi birbanti, a tratti impertinenti. Mi incanto ad osservare questo gioco di colori e il cielo che corre più veloce dell’auto.
Vorrei anche dirlo al mio collega.
“Guarda che cielo…guarda che spettacolo…”panirlipe_aer
Invece restiamo zitti, perché a certe cose si deve sempre assistere in silenzio.
A Fiumicino scopro che lui non si sente affatto bene, la macchina gli fa male. Lo attendo mentre va a rinfrescarsi in bagno e osservo le persone, come faccio sempre quando mi trovo nelle grandi stazioni.
Osservo e scarto:
“No, non è lei. No, non è lei. No, non è lei…”
Ogni volta così, fino a quando salgo sull’aereo o sul treno e mi convinco che il mio sole personale, la persona che aspetto, l’incontro mancato, sarà per la prossima volta.

Roma 07.11.2008

Racconti Provenzali: Indisposta al bagno

Le Bagnanti - Pablo Picasso, 1918

“Provaci tu”.
Due amiche, sdraiate sul telo di spugna, si passano una sigaretta. Il vento scherza con loro, scompigliandone i capelli e risparmiando la salute.
La ragazza più giovane non è scesa in acqua e poco prima si è rifiutata di giocare a pallavolo. Guarda assente il mare e i suoi amici che si spruzzano l’acqua addosso. Indossa un pareo, come tutte le altre donne che sono in spiaggia ma indisposte a fare il bagno.
Lei ha anche degli altri pensieri e li esprime sottovoce alla sua amica.
“Julien ha troppo l’accento di Marsiglia. I miei non lo vorrebbero mai”.
“Il prossimo autunno andrà a lavorare a Montecarlo, vedrai che lo perderà”.
“Sì, lo so, ma allora temo che lo perderò anche io”.
“Perché? Non ti fidi di lui? È un bravo ragazzo, molto dolce”.
Dall’accendino esce una scintilla e poco dopo, dalla punta della sigaretta si alza un sottile filo di fumo.
“Ma non capisci? È di me stessa che non mi fido” dice tirando tre boccate, “di me stessa, non di lui”.
La sigaretta si spegne, riprova ad accenderla ma dopo alcuni tentativi la spezza e la nasconde sotto la sabbia. In quel momento l’amica si alza, corre verso il mare e dopo tre passi si tuffa nell’acqua, fra le gambe dei compagni.
Lei sbuffa, sorride brevemente ed infine, sdraiandosi sulla pancia ritorna ai suoi pensieri.

La Londe, 19-06-08

Al Castello di Dunnottar

Nel mese di agosto ho partecipato all’iniziativa promossa da alcune agguerrite scrittrici e artiste. Da un incipit fornito da Mapi si doveva scrivere un racconto di 4000 battute.

Quello che segue è il mio contributo.

Gli altri racconti partecipanti si possono acquistare o scaricare gratuitamente qui.

Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar…”

Era il nostro ultimo giorno insieme, poi sarei partito per un lungo viaggio che mi avrebbe portato in Oriente. Avevamo molte cose da dirci ed io temevo di non avere tempo a sufficienza.
Perché le onde si frangevano con una potenza tale da allontanare i gabbiani e il sole, che quando ci accolse alla stazione era insolitamente caldo, ora si era nascosto.
Alcuni turisti uscivano di corsa dal castello, salivano su piccoli autobus o inforcavano biciclette cariche di bagagli.
“Ti piace?” le chiesi.
“Sì, molto”.
“Da piccolo giocavo a nascondermi con i miei amici”.
“Là dentro?”
“Sì, tra quelle mura”.
Lei alzò il bavero della giacca, cominciava ad avere freddo.
“Io non lo farei mai. Hanno ucciso e torturato centinaia di persone nei sotterranei”.
Non nascosi il mio stupore.
“Ma è successo quattro secoli fa!”
“Il respiro della morte rimane”.
Volevo dirle che se questo era il suo pensiero, non avrebbe dovuto calpestare quel prato che si era tinto di rosso più volte. Volevo dirle di stare alla larga da numerose piazze europee nelle quali furono giustiziati i prigionieri, gli eretici e le streghe.
Ma non dissi nulla di tutto questo perché era evidente il suo malumore. Forse temeva il mio distacco, il pensiero che me ne andavo per un mese. Forse non temeva nulla, era solo stanca di quella situazione sospesa e cercava un pretesto per risolverla.
“Sai, in questo castello hanno anche girato un film…”
“L’Amleto, ovviamente” rispose piccata.
Restai con le parole in bocca. Osservai il mare e una nave lontana, sbattuta dalle onde. Immaginavo come potevano sentirsi i marinai con lo stomaco che sale e scende all’improvviso.
“Quasi come me” pensai, intuendo che di lì a poco qualcosa doveva succedere.
Il cielo era una cappa viola, si vedevano alcuni bagliori, come se al di sopra delle nuvole qualcuno si divertisse con l’interruttore della luce. Scendeva anche una pioggia fine, quasi inavvertibile perché il vento la portava via ancora prima che cadesse.
“Posso farti una domanda?” disse lei improvvisamente.
“Certo”.
“Perché sei così?”
“Così come?”
“Freddo, distaccato, impassibile!”
“No…non capisco”.
“Non importa, lasciamo perdere. E’ meglio”.
Rimasi fermo, con i pugni in tasca, gli occhi fissi sulla nave sempre più lontana. Poi presi coraggio.
“Perché dici questo? Non mi sembra di essere così”.
“Lo sei da molto”.
“Ma…c’è qualcosa che non va?” le chiesi, quasi incredulo per quel rimprovero che ritenevo ingiusto.
“No, va tutto bene. Sto solo valutando le tue oscillazioni”.
Allargai le braccia.
“Non so, forse ti ho dato questa impressione ma molte volte anche tu mi sembri…”
“Va tutto bene, lasciamo perdere” replicò.
“No, non va bene. Mi hai detto più volte che le mie parole ti fanno paura, ti spingono a scappare. Ora mi dici che sono freddo, distaccato. Come devo essere?”
Era iniziato a piovere fitto e lei corse verso un piccolo autobus di turisti.
“Fermati! Dove vai?”
“Ciao, ti auguro di fare un gran bel viaggio!” disse salendo sulla vettura.
La osservai mentre diceva qualcosa alla guida e passarsi la mano sui capelli bagnati.
Era fuggita di nuovo, come qualche anno prima, senza spiegazioni.
Tornai alla stazione di Stonehaven seguendo lo stesso sentiero, lasciando che la pioggia facesse il suo dovere. Sentivo le lacrime salate scendere lungo le guance, scavare solchi e bruciare. Lenite subito dalla pioggia, che andava ad ammorbidire e chiudere le ferite.
Ad ogni passo rimuginavo su quelle parole, sull’amara sorpresa che lei mi aveva riservato. E cercando di non scivolare, stando attendo a dove mettevo i piedi, trovai la parola che lei avrebbe dovuto usare: equilibrio.
E lo gridai forte, verso il mare, verso la nave che ormai non si vedeva più:
“Non ero freddo e neppure distaccato. Ero semplicemente più equilibrato!”

Gli anni sulle mani


Dai denti.
L’età dei cavalli ma anche degli altri animali, si stima osservandone le arcate dentali. E’ stato studiando la dentatura delle mummie che gli antropologi hanno stabilito l’età di alcuni faraoni.
Chi non è caro agli dei ed ha la fortuna di invecchiare, facilmente non ci arriva con i suoi denti e già in vita è possibile capire se una persona ha le sue punte originali, se dispone di protesi o se ha effettuato sbiancamenti al perossido.
È anche facile capire se una donna è ricorsa a qualche ritocco estetico. Basta che abbia le labbra a canotto e un’espressione che ricordi qualche personaggio televisivo.
E lo stesso vale per gli uomini: non c’è parrucchino, toupè o tinta che sfugga al mio occhio clinico.
Tuttavia c’è una parte del nostro corpo che invecchia e sulla quale non si possono fare ritocchi. A poco valgono le creme e i chirurghi plastici non se ne sono mai occupati in termini di bellezza: le mani.
Le dieci dita rivelano l’età di una persona. Una splendida cinquantenne può anche mantenersi in forma e giovane, avere un aspetto sbarazzino e solare ma le mani sono impietose. Fanno le grinze, si macchiano, s’ingrossano. Le dame di gran classe una volta indossavano i guanti per questo.
Ricordo molte mani. Quelle di Chiara erano piccole e paffute. Qualche volta le aveva ancora impiastricciate di inchiostro e sulla tastiera lasciava delle piccole macchie blu.
Sua cugina Virginia le aveva più sottili ma spesso arricchite di gomma pane, pongo, das o caccole del naso. Suo fratello Luca le teneva più in ordine e profumavano di sapone. Le mani dei bambini dicono tante cose, ti raccontano quello che hanno fatto durante la mattina, se hanno giocato in palestra o se hanno disegnato con le tempere. Ti dicono se sono bambini vivaci o tranquilli.
Cecilia le aveva piene di anelli e appesantite da una decina di braccialetti. Le dicevo che con tutto quel peso le sarebbe venuta la tendinite. Mentre suonava io osservavo gli anelli, uno ad uno. Quello d’argento, liscio e sottile. Quello con il brillante e l’altro dorato. E poi l’anello doppio che avvolgeva l’intera falange del medio. Mi piaceva quello verde e poi l’altro artigianale, quello che le avevo regalato io, portato a casa dal viaggio di nozze. Non mi piacevano quelli che teneva alle estremità, sui pollici e mignoli. Osservavo gli anelli i quali però offuscavano la bellezza delle dita, ben calibrate, di una misura adeguata, non troppo sfacciata.
Mara aveva le mani di una splendida cinquantenne, cioè di una donna invidiabile per il fisico, l’aspetto ancora giovanile, la scollatura generosa ma purtroppo, con le dita che portavano i segni del tempo, dei numerosi ammolli, qualche macchia, delle grinze.
Suo marito Carlo le aveva ben curate, senza cuticole. Le mani di un direttore di banca, con le immancabili lentiggini che rivelavano la sua età pensionabile. Eppure ancora toniche, mature ma non cadenti.
Lisa le aveva bagnate, rivelavano la sua tensione e passava ripetutamente un panno sopra la tastiera per togliere il sudore.
Lui, Alberto, aveva le mani da vero uomo, da pugile. E lo era. L’avevo visto demolire con un pugno un cestino dei rifiuti e poi sbrecciare il muro della palestra. L’avevo anche visto sollevare di peso un uomo, prendendolo per il bavero. Aveva due mani che erano badili, un po’ secche, bisognose di cure, creme emmolienti. Sulla tastiera slittavano bene, con qualche problema sui tasti neri che compensava con l’agilità.
Lucia aveva delle mani perfette. Sono passati vent’anni e di sicuro ha le stesse dita di allora. Sottili, lisce, perfette, arricchite da un solo anello. Per quelle mani il tempo non passa mai.

Colleziono mani…su, avanti, speditemene qualcuna.

Racconti provenzali: Oui, c’est perfect

Era stato sufficiente uno sguardo. E poi un sorriso.
Il giovane uomo capì e andò a sdraiarsi vicino alla signora, una bionda di sessant’anni che di sicuro, con gli abiti addosso faceva ancora la sua bella figura.
Il tessuto che mancava lasciava capire che la sua pelle non era più giovane, tonica, liscia. Abbronzata sì, ma permeata di sottili rughe.
“Je suis Patrick” disse il giovane uomo.
“Moi c’est Armelle” rispose la donna.
Trascorsero tutto il pomeriggio al sole, parlando e ridendo. Lei si portava la mano alla bocca quando le risate diventavano troppo aperte. Lui le dava dei piccoli buffetti sulla spalla, come per farle coraggio, come per dire:
“Su, su, ridi senza paura, non nasconderti”.
Verso sera lei riavvolse il telo, calzò i sandali, prese la borsa gialla e tornò all’albergo.
“Vorrei prenotare un tavolo per due” disse all’impiegato della reception. “Mio nipote è venuto a trovarmi”.
“Oui madame” rispose l’impiegato, senza alcuna espressione.
La cena fu rapida, fatta di piccoli assaggi e buon vino del Var.
Patrick si alzò e chiese al pianista di suonare una canzone, un evergreen.
“Il peut être Moon River?”
“Oui, c’est perfect”.
Tornò al tavolo dove Armelle lo attendeva con curiosità.
Non appena partirono le prime note Patrick le disse:
“Cette music est pour toi, c’est toi”.
Dopo la champagne si alzarono, lei lo prese per mano e lo guidò fino alla propria stanza.
Rimase immobile, ferma come una quindicenne impaurita.
Lui prese a spogliarla con calma, baciando la pelle che tornava alla luce, in modo da rendere meno dura l’esposizione.
Con la lingua lisciava ogni ruga, come un vento impetuoso che spiana i castelli di sabbia e toglie le impronte dalla sabbia.
Infine la sdraiò sul letto.
Mentre si muoveva, lento e delicato, osservava il volto di Armelle, le pupille che roteavano, le labbra che si inturgidivano.
Pensò a quanto fosse potente l’amore, a come riusciva a ringiovanire le persone.
Quandò sentì le unghie di lei affondare nella schiena, pensò egoisticamente di aver compiuto la sua buona azione e poco dopo glielo disse:
“Sono stato bravo?”
“Alla tua età si è bravi per forza” replicò Armelle un po’ piccata per quella domanda che aveva spezzato l’incanto.
“Sì…ma non con…”
“Con? Continua”.
“Volevo dire che si è bravi con un partner giovane” rispose impacciato.
Lei si sollevò, si coprì il seno con il lenzuolo e indicò la porta.
“Esci”.

La Londe, 18-06-08

Racconti provenzali: alba lunare

Durante il pomeriggio il mistral ha increspato il mare e deliziato i surfisti che trascorrono le ore sull’uscio del camper, a scrutare l’orizzonte, pronti a buttarsi in mare al primo soffio.
Adesso la superficie dell’acqua è piatta e la mezza luna in cielo si riflette scodellando tutto il suo biancore.
Resterei per delle ore, come fa la signora vicino a me.
“Bonsoir” mi dice.
“Bonsoir” le rispondo.
Un rito che si ripete ogni sera, verso mezzanotte e solo io e lei restiamo ancora in piedi per osservare l’alba lunare.
Ad un certo punto recito sottovoce quella che da sempre ritengo la più bella poesia dedicata alla luna:

“Gli astri intorno alla luna
bella
celano il chiaro viso
quando, colma di lume, più dilaga sopra la terra”.

“Pardon?” dice la signora.
“Rien…elle est un poète grec, Saffo”.
“Oui, oui, je la connais!” dice estasiata ed inizia a recitarla in francese.
“Encore, s’il vous plait” le dico.
Lei la ripete ed io resto incantato, dalla luna, dalla poesia, dalla musicalità della voce francese e dalla boccuccia che rende ancora più avvolgenti le lettere tonde.
Poi di nuovo in silenzio, abbiamo parlato anche troppo.

La londe 15-06-08

Andante con furore

Jimi Hendrix, poveretto. Ma ci metto anche i Beatles, i Rolling Stones, Gli Who. E poi anche Iggy Pop e quel pinguino di Marylin Manson: non hanno inventato nulla. Hanno solamente esagerato un po’, aggiunto un cucchiaio di sale all’acqua della pastasciutta, un po’ di pepe nella peperonata.
Quasi due secoli prima ben altri musicisti avevano riscaldato le platee di mezza Europa.
Quando Beethoven andò a vivere a Vienna, nel 1792, il suo modo di suonare fece scalpore. I viennesi erano abituati allo stile scorrevole di Hummel o di Mozart. Possiamo quindi comprendere il loro stato d’animo, le loro perplessità quando videro salire sul palco questo giovane tarchiato e ampio di spalle, con una testa massiccia e gonfia di capelli ribelli, denti sporgenti, carnagione olivastra e con il vizio di sputare dappertutto. Immaginiamo lo stupore dei viennesi quando lo vedono che leva in alto le mani, fracassa il pianoforte e fa saltare le corde per ottenere dallo strumento quelle sonorità orchestrali fino ad allora mai raggiunte.

“Datemi uno strumento migliore!” disse Beethoven ai fabbricanti del piano leggero viennese, un pianoforte che secondo lui assomigliava di più ad un’arpa, un giocattolo.

E cosa dire di Franz Liszt, lo showman che inchiodava gli spettatori al loro posto?
I suoi concerti erano dei trionfi e soprattutto le donne ne erano attratte. Succedevano scene di frenesia durante le quali le signore più impressionabili svenivano o lottavano fra di loro per impadronirsi dei guanti che lui lasciava cadere sul palcoscenico. Le stesse scene che si sarebbero verificate più di cento anni dopo quando i Beatles sbarcarono in America.
Ogni gesto di Liszt era studiato e al pubblico presentava solamente musiche di sicura presa. Entrava in scena pieno di decorazioni, i capelli gli arrivavano alle spalle. Osservava il pubblico, lasciava cadere i guanti e poi iniziava a percuotere il pianoforte.
Parliamo di Chopin? Di quando suonava a quattro mani con Liszt? Si dice che Mendelssohn voltava le pagine aspettando il suo turno alla tastiera. E poteva succedere che intorno al piano ci fossero Berlioz, Meyerbeer, Delacroix, Heine, George Sand…come se Woodstock fosse avvenuta molti anni prima.

Ma allora…chi l’ha fatta la rivoluzione? Il rock o il pianoforte?

Qui sopra, un dipinto di Josef Danhauser (1840): Liszt al piano
Liszt sta suonando per Dumas padre, Victor Hugo, George Sand, Niccolo Paganini, Gioachino Rossini, Marie d’Agoult. Sulla destra svetta un busto di Beethoven.
Insomma, è come vedere Gigi D’Alessio che suona per Pippo Baudo, in compagnia della Tatangelo, Costanzo…

I suoni e gli odori del mio pianoforte

Uno dei tre uomini mi chiese: “Quale vuoi?”
A me sembravano tutti uguali e non sapevo quale scegliere.
Mi trovavo in un laboratorio dal soffitto altissimo, un edificio che con tutta probabilità doveva essere stato una stalla, qualche decennio prima. Le interiora dei pianoforti erano accatastate da un lato mentre i loro mobili dall’altro.
“Ti consiglio questo” disse il signor De Vecchi mostrandomi uno strumento che presentava una forma abbastanza riconoscibile e paragonabile ad un pianoforte.
“Dobbiamo solo dargli il colore e incollare qualche cornice. Ti piace questa, sottile e tonda?”
Il signor De Vecchi era un artigiano che acquistava pianoforti di terza mano in Germania. Partiva con un camion vuoto e ritornava dopo un mese con lo stesso pieno. A quel tempo per me la Germania era qualcosa di buio e misterioso. Per arrivarci bisognava attraversare la Foresta Nera e restare via parecchi giorni. E se il signor De Vecchi affrontava un viaggio del genere per acquistare vecchi pianoforti, un motivo doveva esserci. E forse anche più di uno.
“Vuoi la tastiera di plastica o di avorio?”
Vedendomi incerto la scelta la fece lui:
“E’ meglio di plastica, costa meno e i tasti non diventano gialli”.
“Ma che fine hanno fatto i tasti originali?” chiesi incuriosito.
“Mah! In Germania ci fanno le dentiere per gli animali da compagnia e forse anche per le mucche da latte”.
Io strabuzzai gli occhi, come feci quando venne la mia insegnante a provare il pianoforte.
“Dovevi chiedere a me! Ti portavo io nel negozio giusto. Questo strumento non durerà a lungo”.
Sono passati venticinque anni e il pianoforte è ancora con me. Abbiamo traslocato due volte e subìto qualche riparazione. Da un decennio non chiamo l’accordatore e cerco di arrangiarmi da solo. Gli accordatori non sono gente normale: il primo indossava delle scarpette rosa mentre il secondo era logorroico, appassionato di formula uno ma soprattutto suonava in un locale per spogliarelliste.
Quando non mi esercito per molto tempo le corde si rattristano. Me ne accorgo appena inizio a suonare: sembrano delle educande al loro primo incontro galante. Hanno quasi paura a farsi toccare, non rispondono, esitano. Anche l’odore del mobile, quando scopri la tastiera, non è dei migliori: profuma da sacrestia, da casa costruita in tufo.
Dopo qualche giorno si lasciano andare, il suono diventa corposo, pulito. Tutto lo strumento interagisce, anche il mobile emana un buon profumo. Dovessi descrivere questa sensazione con un’immagine prenderei una ragazza dai capelli lunghi e i seni scoperti, affacciata ad una finestra sul mare. Poi, dopo un uso costante, le corde si stancano. Lo si avverte dal suono: qualche corda stride, un martelletto scricchiola, il pedale del forte s’allenta. Sembra quasi un’amante stanca.
Tra i nostri ricordi più belli c’è una notte d’agosto del’98, quando mi alzai e approfittando del fatto che in casa non c’era nessuno, suonai in perfetta solitudine per qualche ora. Sul pianoforte, sotto il leggio, c’è una targhetta d’ottone con inciso il nome del costruttore:

J.Reissmann Kgl.b. Hoflieferant Nurnberg

A seconda delle musiche immagino che il pianoforte sia appartenuto ad una bambina della Baviera, con le trecce bionde e i piedi che non arrivavano ai pedali; oppure ad un gerarca nazista scampato al processo di Norimberga. Periodicamente, quando lo smonto per pulirlo o ammorbidire i feltri dei martelletti, ripenso a quell’edificio pieno di interiora e quarti di pianoforte. Controllo sempre l’interno, gli spazi fra l’arpa e la struttura di legno nella speranza di trovarci qualcosa, un segno, un segreto. Poi, prima di chiuderlo, lo pulisco con delle lozioni di mia creazione a base di lavanda o melissa.
E pulisco anche i tasti, non si sa mai, un giorno potrebbero andare bene per la dentiera di qualche cavallo.

panirlipe_mano