Categoria: Insane thougts

I Cieli di Damasco

Sollecitato da questo post di Petronilla, sono tornato ad uno dei miei divertimenti

La voce incomprensibile del comandante dice qualcosa che cattura la mia attenzione. Non so cosa ma nel fiume di parole allungate e diluite un suono mi ha svegliata dal torpore. Sollevo la benda dagli occhi, guardo fuori dal finestrino e osservo il lenzuolo blu che si estende all’infinito, fino ad arriciolarsi su qualche striscia di luce.

“We are above Damascus” dice il paffuto uomo al mio fianco. Lo dice alla moglie che sta seguendo l’ultimo film della Kidman, ed è piuttosto soddisfatta perché si è resa conto che il tempo passa per tutti, anche per i divi del cinema.

I cieli di Damasco, di Petronilla

“Dear, we are above Damascus, these are the skies of Damascus”.

Lui allunga il collo verso il finestrino, incurante di me. Gli posso contare i peli delle orecchie, le ferite lasciate dalla varicella, le basette tinte. Poi lascia il posto a sua moglie. Anche lei mi passa davanti, senza scusarsi, senza chiedere il permesso. Potrei misurarle lo strato di trucco e pure le cicatrici sopra le palpebre.

“Sorry” dice infine, e si ritira lasciandomi sotto il naso lo stesso profumo dozzinale usato dal marito.

Finalmente libera posso riflettere. Damasco, ecco qual era la parola che mi aveva colpito. Un suono dolce e duro, tenero ma resistente, soffice eppure stabile, come una stecca di torrone. Come eri tu.
Prendo il cellulare, rileggo i tuoi ultimi messaggi e li interpreto. Termini formali, asettici, privi di sfumature. Sì, tutta la tua dolcezza era svanita, la tua anima indurita, come un mandorlato che mette alla prova i denti.
In questo momento vorrei aprire il finestrino, salire sul primo tappeto volante e sparire, tuffarmi in quella striscia di luce. Preferirei non fossi mai tornato da me. Di più: in questo momento vorrei non averti mai conosciuto.

Come di uno stato incerto

Esitare,
perché troppo affetto
ispessisce le arteriepanirlipe_pausa
libera umori stipati
calpesta recinti
sulle alture
dove congreghe
di pensieri criniti
alimentano
viottoli
scalzano
ciottoli
rendono le parole
simili a ninnoli
poco più utili
di una martingala.
Indugiare,
come di fronte al buio
e chiudere gli occhi
per godere meglio
l’oscurità.

13/02/2004

Insoliti ricordi spagnoli #1

Ispirato dal bi-blog  Libroaperto di Alerika.
Foto by Alessandra Fermi
Foto by Alessandra Fermi

“Dovevamo proprio indossare questi buffi copricapi ?” dice lei a denti stretti.
“Certo! Servono per rendere più realistica la foto”.
“Realistica? Ti sembra realtà questa?”
“Sst…non ti muovere, altrimenti viene mossa”.
“Señora…tiene la boca muy enfandada!” dice il fotografo togliendosi il mantello nero. Si avvicina a lei, le sistema il ciuffo di capelli e la invita a sorridere. Poi ritorna dietro all’obiettivo, si piega e scatta la foto.
Mara sta pensando a quel giorno di pochi mesi prima, quando Francesco le regalò una scatoletta di velluto blu e le chiese di sposarlo. E lei, provando l’anello aveva risposto:
“Te lo dirò domani”.
Una risposta, secca e veloce, tanto per tenerlo sulle spine perché sapeva già che avrebbe accettato. Poco convinta ma lo avrebbe fatto.
“Mi aveva promesso un viaggio di nozze alle Maldive. Questo mi aveva promesso. E invece eccoci qui, tre giorni velocissimi a Madrid. Solo perché i suoi impegni di lavoro non gli permettono di restare via a lungo”.
Francesco la stringe. E’ curioso di vedere il risultato dello scatto.
“Vedrai, sarà molto più bello delle centinaia di foto che ci hanno scattato durante la cerimonia”.
Mara non ne è convinta e quella stretta le pare adesso soffocante.
“Señor, ecco qui la foto? Magnifica, non le pare?”
Francesco la osserva con attenzione. Immagina già la faccia che faranno i suoi futuri figli quando avranno abbastanza anni per valutare l’età di una fotografia.
“Incredibile! Sembra veramente una foto d’epoca”.
Mara osserva la foto di sbiego, la sfiora con un dito, passa sopra al tono virato in seppia.
“Già, sembra una foto vecchia, consumata”.
Come questo amore, le viene da dire. Invece, divincolandosi dalla stretta prende una banconota dal borsellino e la dà al fotografo.
“Tenga pure il resto” dice, “se lo merita, oggi mi ha aperto gli occhi”.

Giochi di luce

photo by Lenscap
photo by Lenscap

La prima volta accadde durante il rientro  da un viaggio di lavoro. Dopo aver pagato il taxi e percorso sotto la pioggia i dieci metri che lo separavano dal portone di casa,  salì rapidamente le scale e sul pianerottolo trovò quattro valigie, tutte diverse fra loro. Sopra la più grande c´era un foglietto  attaccato con del nastro da pacchi:

“Non provare a suonare”.
Vicino alla valigia più piccola c´era la brocca dei pesci rossi e anche qui un foglietto diceva qualcosa di molto eloquente:
“Questi  sono tuoi”.

La seconda volta si trovava a cena con gli amici del calcetto.  Lei entrò catturando subito l´attenzione dei commensali: tacchi vertiginosi , ampia scollatura e minigonna arancione erano ottimi argomenti per non far cadere gli sguardi sul proprio volto, severo e scomposto.
Si fermò davanti a Giordano e lui non fece nemmeno in tempo a dire:
“Ciao cara, cosa succ…”
Fu subito investito da una sberla che lo disarcionò dalla sedia e lo fece cadere indietro, mandandolo a sbattere contro la vasca delle aragoste.

La terza volta se ne accorse al risveglio. Le campane avevano rintoccato sette volte, lui allungò la mano e scoprì che l´altro lato del letto era vuoto.  Nella stanza non c´era più nessuna traccia di lei: erano spariti i quadri e tutto il contenuto del lato sinistro dell´armadio.
Rimaneva solo una piccola infossatura nel materasso, la sagoma del suo corpo che la luce filtrante delle persiane rendeva simile ad un´ombra.
Passò con cautela il palmo della mano su questo disegno, immaginandone il corpo, e poi pianse.

Divertimenti#6 – 2°variazione

accappatoio – attesa – insulti

Anche se fuori c’era il sole, e secondo le previsioni questo era destinato a durare, Monica indossò un impermeabile bianco che assomigliava tanto ad un accappatoio. Accompagnato ad un paio di occhiali scuri le dava sicurezza e la faceva sentire una diva.panirlipe_salisburgo
Senza esitazioni entrò nella chiesa parrocchiale e si mise in attesa dietro a due anziane signore. Era l’orario delle confessioni. Il prete che confessava sul lato destro della navata era disponibile ma lei preferiva parlare con don Franco.
Quando venne il suo turno si tolse gli occhiali ed entrò:
“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…dimmi?”
“Padre, sono qui per dirle che sto per abbandonare definitivamente il mio uomo”.
Don Franco ebbe un sussulto. Da una parte la notizia lo rasserenava:
“Era ora che si decidesse a lasciare suo marito, quel buono a nulla” pensò congiungendo le mani. Allo stesso tempo la scelta di Monica lo preoccupava, non si era mai trovato prima d’ora in questa situazione.
“Ci hai pensato bene?”
“Sì, sono convinta. Lui non ha mai provato nulla per me, sono stata solo un gioco nelle sue mani. E’ un povero uomo, incapace di prendere una decisione, di assumersi delle responsabilità. E’ un maiale!”
“Perché lo insulti così pesantemente?”
“Quando si dice la verità non c’è offesa” continuò Monica.
Proseguirono a parlare per alcuni minuti e poi, siccome la fila si faceva lunga, lui fece il rito dell’assoluzione.
“Ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
“Grazie” disse Monica alzandosi.
“Aspetta. Ci vediamo questa sera, dopo il consiglio pastorale?”
Monica, che aveva indossato gli occhiali, se li tolse di nuovo, avvicinò il viso alla grata, cercò di focalizzare il viso del sacerdote e disse:
“Ma allora proprio non hai capito? Il mio uomo eri tu e ti lascio, definitivamente”.

Divertimenti #6 – 1° variazione

Accappatoio – attesa – insultipanirlpie_cuffsb1

Stava impastando dei muffin al cioccolato quando sentì dei rumori nell’appartamento di sopra. All’inizio un calpestio rapido, come quello dei tacchi a spillo, poi del trambusto, risate e musica ad alto volume.
“I miei amici fanno festa” disse lavandosi le mani.
Dopo aver infilato i dolci nel forno si diresse verso il guardaroba. Scelse un abito chiaro, un cappellino con la veletta e lunghi guanti. Prima di uscire si osservò allo specchio. Sì, il filo di trucco le donava.
Salì al piano di sopra, suonò alla porta e venne accolta dai numerosi amici:
“Madam Blanche! Finalmente…”
Distribuì baci a tutti, conversò con i vecchi amici e con quelli appena arrivati.
“Madame, il tuo ultimo lavoro è eccezionale” le disse Nerval, “un’ottima interpretazione”.
“Tsk! Se mi volevi bene come una volta, avresti usato parole più carine. Comunque vieni qui, ti do un bacio” disse quasi con disappunto.
Dopo qualche ora salutò la padrona di casa.
“Ciao Maga, devo scendere”.
“Mi dispiace che te ne vai… tu porti la pace. Vedi, adesso stanno già volando degli insulti” disse indicando una coppia che litigava.
“Tornerò presto, ciao”.
Scese nel suo appartamento, fece una doccia e poi indossò un accappatoio bianco.  Si profumò di vaniglia, addolcì le labbra con del burro cacao e per cinque minuti valutò la sua figura davanti allo specchio.
Di sopra la festa continuava ma lei scese al piano di sotto, premette un minuscolo pulsante vicino al campanello e poi aprì la porta.
“Tesoro?”
Con disinvoltura andò verso la camera da letto. Ammanettato alle sponde del letto c’era un uomo.
“E’ da tanto che stavi in attesa?”
“Abbastanza”.
“Non succederà più, te lo prometto. Purtroppo ho avuto una riunione di lavoro. Il nuovo direttore mi fa impazzire”.
Si sfilò l’accappatoio e gli salì sopra.
“Sei tutto bagnato! Cosa hai fatto? Ti sei alzato? Uhm…impossibile” disse, sincerandosi però che le manette fossero ben chiuse.
“E’ sudore, mi manca l’aria, il respiro…dovresti abbassare…”
Affondò le unghie sul suo collo, fino quasi a farlo sanguinare.
“Mi vuoi bene? Mi vuoi sempre bene? Dimmelo”.
“S-sì, ti voglio bene, perché non dovrei?”
“Bravo, non te ne pentirai”.
Tirò fuori la lingua, leccò il sangue e poi scese lentamente.
“Sei caldo…quasi scotti” gli disse.
“E’ solo la temperatura, devi abbassare il termostato. Sembra di essere in un forno” sussurrò l’uomo.
Lei alzò la testa, rimase un attimo sovrappensiero.
“Ops…i muffin! Li ho dimenticati nel forno. Tesoro, devo andare, ci vediamo più tardi”.
“Aspetta! Liberami, ti prego! Non ce la faccio…non ce la faccio più…”
Riprese in fretta l’accappatoio e fece per uscire, ignorando le suppliche dell’uomo. Prima di chiudere la porta si fermò davanti alla centralina del riscaldamento. E mise la temperatura al massimo.

Divertimenti #5

Cinque – passione – ascolto.

L’uomo stava in piedi e fumava una sigaretta, anche se i cartelli appesi nel locale parlavano chiaro: fumare era vietatpanirlipe_sewingo, per legge e anche per buon senso. Ma lui era il figlio del padrone e come aveva imparato fin da piccolo, le leggi si possono anche ignorare.
Osservava dall’alto la ragazza che piegata sul tavolo cuciva due pezzi di cuoio. Per lei era il primo giorno di lavoro, sudava freddo ma non lo faceva capire.
“Cerca di metterci un po’ di passione” le disse.
“Come?” chiese la ragazza con un forte accento straniero.
“Più passione! Capisci cosa voglio dire?”
“No, io non capire”.
L’uomo osservò la scollatura inesistente della ragazza e i suoi seni che protestavano sotto il grembiule.
“Qui” disse l’uomo allentando il secondo bottone della camicia.
Lei non disse nulla, le scappò un sorriso di circostanza, come è solito vedere nelle ragazze orientali.
“Quante dita hai nella mano?”
Cinque” rispose sbalordita per l’insulsa domanda.
L’uomo si guardò intorno per vedere se c’era qualcuno. Le altre ragazze avevano appena lasciato il locale, la sirena era suonata da poco. Lui prese le cinque dita della ragazza e le appoggiò sulla patta dei proprio pantaloni.
Lei capì.
“Ti sei svegliata finalmente! Se mi dai ascolto vedrai che la tua vita cambierà”.
Gli allentò la cintura e poi abbassò i pantaloni. Lo tirò verso di sé, giusto per infilare la cintura sotto la cucitrice e poi mettere al massimo dei giri la macchina.
“Più passione signore, deve metterci più passione con le ragazze”.
Si tolse il grembiule e glielo avvolse stretto intorno al volto, fino a fargli mancare il respiro. Poi uscì, ridendo di quell’uomo che goffamente sobbalzava sulla macchina da cucire.

Divertimenti #4

Non mi ero reso conto che questo di Clotilde era già un “divertimento”. L’ho scoperto rileggendolo e ora, con le tre paroline magiche provo a scrivere la mia versione.

Abitudine – Sguardo – Contesto

Ogni mattina mia madre  mi guarda storto, solleva le spalle e poi dice:panirlipe_tundralandia2
“Gaspard, hai intenzione di uscire?”
“Certo, perchè?”
Lei, puntualmente solleva la tazza del caffè e risponde:
“La tua è una pessima abitudine, ti farà impazzire”.
Io esco, mormorando che forse pazzo già lo sono e scendendo le scale le dico che è la mia follia a tenermi ancora in vita, ma tanto lei non sente, un po’ perché è sorda, un po’ perché io parlo sottovoce. E poi perché io sono ormai in strada e lei avrà acceso il televisore.
Come ogni mattina indosso i vestiti di trent’anni fa, di quando i miei capelli erano lunghi e folti, la schiena diritta e i denti bianchi. Di quando era sempre estate, anche se  faceva freddo.
Cammino lungo il bordo della strada cercando di ricreare lo stesso contesto, la stessa situazione, la medesima successione di eventi.  Ed ogni tanto succede: Janet arriva pedalando, alza il braccio per salutarmi, io le corro incontro, poi getto distrattamente lo sguardo verso la montagna, torno su di lei e non c’è più. La ritrovo schiacciata sotto le ruote di un camion.
Da trent’anni cammino sul ciglio della strada, tra bolle di pioggia e grandine o spade di calore, per arrivare un attimo prima, in tempo per avvisarla.

Divertimenti#2

Fermaglio telefono marsupio

La segretaria  stava già spegnendo le luci dell’ufficio quando il suo capo, un uomo di qualche anno più giovane, le chiese un piacere:fermagli-colorati
“Giovanna, potresti fissarmi questi fogli con qualcosa? Rischio di perderne qualcuno e sarebbe un grosso guaio. Domani devo leggere la relazione davanti all’assemblea dei soci”.
“Lo faccio subito” disse Giovanna prendendo in mano il plico di fogli che il capo gli aveva messo sulla scrivania. Per quell’uomo lei era disposta a tutto, anche a fare straordinari gratuitamente. Mentre lui conversava al telefono con un cliente o una probabile amante, lei rovistava nel cassetto alla ricerca di un fermaglio.
Cercò nel cassetto ma non ne trovò.
“Va bene amore, fra due ore davanti al teatro. Sì amore, sarò puntuale. No, te lo giuro…sì amore, un bacio…sì, anche io”.
Giovanna, mentre involontariamente sentiva questi scampoli di conversazione cercò la scatola dei fermagli nella scrivania di un collega e poi nel magazzino.
Il suo capo nel frattempo fece un’ altra telefonata.
“Ciao Mara, come stai? No, questa sera non posso. Facciamo domani? Ci vediamo a pranzo…perfetto. Sì, anche io ti amo, sì…un bacio, ciao amore”.
Giovanna fece una piccola smorfia di disappunto e vide incredibilmente crollare l’indice delle aspettative che aveva sul suo superiore.
“Sì, ciao Francesca, se vuoi passo da te ma solo dopo la mezzanotte, ho una cena di lavoro. Va bene, aspettami. Ciao tesoro”.
A Giovanna scappò sottovoce una parola di sette lettere più il punto esclamativo: “Stronzo!”
Si ricordò che nel marsupio aveva alcuni fogli fissati con un fermaglio rosso, lo prese e lo usò per il plico del suo capo. Dopo la terza pagina infilò un foglio sul quale riportò il suo pensiero, scritto a stampatello: “STRONZO!”
“Eccolo qui. Non ho trovato di meglio, ho dovuto usare uno dei miei”.
Lui osservò il fermaglio rosso, alzò gli occhi e disse:
“Giovanna, sei un tesoro. Ti andrebbe di uscire qualche sera?”
E lei non disse nulla, indecisa  se accettare o farsi restituire il plico per togliere la sua pagina, incerta come un fermaglio difettoso.

Racconti Provenzali: In Volo

“Sei sicura di non venire?”
“Sì caro, lo sai che ho paura di volare”.
“Ma non ti annoi da sola?”
“No, andrò a vedere tuo fratello che gioca alla petanqua. Vai tranquillo e non ti preoccupare per me”.
“Va bene. Tieni un bacio”.
La baciò appassionatamente e lei rispose con un mugolio.
Lui salì sul piccolo Cessna insieme ad altre quattro persone. Il volo prevedeva un viaggio di due ore. Un rapido sorvolo sulla costa, le isole d’Oro e poi l’interno, i vigneti, l’altipiano di Monteventoux, l’alta provenza.
Per decollare il piccolo aereo fece un ampio giro passando sopra al villaggio.
“A che altezza siamo?” chiese al pilota.
“Siamo ancora bassi, appena duecento metri”.
Lui distinse chiaramente la reception e poi il suo villino e anche quello più lontano che aveva preso in affitto suo fratello con un amico.
Distinse chiaramente anche due figure: sua moglie, con quel pareo azzurro così seducente e i capelli biondi le cui meches si notavano anche a quell’altezza.
E poi l’uomo abbracciato a lei, suo fratello, con l’inconfondibile stetson in testa e quella camminata un po’ dinoccolata.
Si fermarono abbracciati e si baciarono e poi andarono dritti nel villino.
“Monsieur, può ripassare qui sopra?”
“Oui monsieur”.
Il pilota fece una virata, sorvolò di nuovo l’area costellata di tende e case mobili.
Dal suo bungalow non usciva nessuno.
Dentro a quelle quattro pareti coinbentate, lei, a cavallo di suo cognato disse:
“A cosa pensi?”
“A mio fratello, all’aereo che ci sta girando sopra”.
“Ah! Pure io. Pensavo la stessa cosa, non è curioso?”
Risero entrambi ma fu una risata breve, come se il senso di colpa fosse piombato all’improvviso, spalancando la porta d’entrata e battendo forte i piedi.
Sull’aereo, l’uomo allungò il braccio attorno alle spalle della ragazza bionda che sedeva a fianco.
“Finalmente soli” disse baciandola.
“C’era bisogno di salire fino qui?” chiese imbronciata.
“Domani faremo una crociera intorno alle isole, va bene?”
“E tua moglie?”
“Lei soffre il mal di mare e poi, non temere, è troppo stupida per accorgersene”.

La Londe, 19-06-08