Categoria: divertimenti

Dal concessionario

“Per cose più tecniche devo chiamare un collega. Intanto, se vuole, può salire, aprire il baule, guardare dentro”.
Così mi ha detto la signorina dedicata all’accoglienza.
Io ho aperto la portiera dell’auto, ho annusato, ho curiosato con lo sguardo, ci ho fatto un paio di giri intorno e poi ho sentito una voce alle mie spalle, di lato.
“Bella, eh?”
Ci stava un uomo dalla lunga barba bianca e i capelli sparati in alto, le mani dietro la schiena, pacifico come un druido.
“Sì, bella”.
Mi sono avvicinato a lui, a tre metri di distanza pareva un vecchio saggio, da vicino lo sembrava ancora.
Così saggio che doveva aver capito subito che i miei gusti automobilistici si distanziavano troppo da quel genere di vettura (ma poi, quali sono i miei gusti?) e quindi non valeva la pena perdere troppo tempo con me. Dopo avermi spiegato le caratteristiche e i costi, quasi invitandomi ad uscire, ha detto:
“Bene”.
Tuttavia era un soggetto interessante, se non altro perché mi dava l’impressione di essere un personaggio da saga epica, favole celtiche, fumetti di Asterix e compagnie degli anelli. E quindi ho finto di interessarmi ad altre automobili per farmene descrivere le caratteristiche, i prezzi, le prestazioni, qualsiasi cosa pur di ascoltarlo.
“Bene, allora”, ha detto per la seconda volta.
Ma io ho insistito e mi sono fatto spiegare le varie formule di pagamento, stimolandolo a parlare di come cambiano i costumi e di come va il mondo.
Poi, anche a lui è scappato. Parlando degli accessori ha detto: “…le barre porta tutto piuttosto che i sedili in pelle…”.
Ecco, non doveva dirlo, e quando per la terza volta ha detto: “Bene”, ho colto l’occasione per salutarlo.

Wir walked: la versione di 黒子 くろこ kuroko

Wir walked. The Artzt nous l’avez pas bestellt but sein padre, who was fatigué de vederci under the house, “attachés zu les parois like manifesti” sagte lui. と (to) then wir walked around par le quartier, in center ville o dove capitava et quand faceva dunkel wir came back zu nous coller zu les parois.
Wir walked, et lo si faisait tenendosi par 手 (te), moi with the destra e elle with the sinistra, jusquand per the sweat la pris si allentava und dann wir gaben uns the change: je le prennait the sinistra e elle me porgeva la destra.
In sa casa j’entrai only one fois, 多分 (tabun) two et per peu minuten. In ma casa elle entrò two fois: la prima どうして (doushite) j’have to take des dischi e le prester. La seconda per nous manger eine pizza ensemble ad une commune amica. でも (demo) wir like camminare, jusquand ci sweat les piedi et pure les mani. Et wir like restés glued comme lizards zu les parois under the house, giocare mit des correnti d’air et some fois pure mit der ascensore.
Wir walked sans jamais essere stanchi, jusquand giunti z’un bivio notres 手 (te) sgusciarono, comme seulemente les 魚 (sakana) wissen faire. Je presi une direzione e elle l’other, et wir ci verließen so, mit des 手 (te) humides e appiccicose.

by 黒子 くろこ kuroko

I Cieli di Damasco

Sollecitato da questo post di Petronilla, sono tornato ad uno dei miei divertimenti

La voce incomprensibile del comandante dice qualcosa che cattura la mia attenzione. Non so cosa ma nel fiume di parole allungate e diluite un suono mi ha svegliata dal torpore. Sollevo la benda dagli occhi, guardo fuori dal finestrino e osservo il lenzuolo blu che si estende all’infinito, fino ad arriciolarsi su qualche striscia di luce.

“We are above Damascus” dice il paffuto uomo al mio fianco. Lo dice alla moglie che sta seguendo l’ultimo film della Kidman, ed è piuttosto soddisfatta perché si è resa conto che il tempo passa per tutti, anche per i divi del cinema.

I cieli di Damasco, di Petronilla

“Dear, we are above Damascus, these are the skies of Damascus”.

Lui allunga il collo verso il finestrino, incurante di me. Gli posso contare i peli delle orecchie, le ferite lasciate dalla varicella, le basette tinte. Poi lascia il posto a sua moglie. Anche lei mi passa davanti, senza scusarsi, senza chiedere il permesso. Potrei misurarle lo strato di trucco e pure le cicatrici sopra le palpebre.

“Sorry” dice infine, e si ritira lasciandomi sotto il naso lo stesso profumo dozzinale usato dal marito.

Finalmente libera posso riflettere. Damasco, ecco qual era la parola che mi aveva colpito. Un suono dolce e duro, tenero ma resistente, soffice eppure stabile, come una stecca di torrone. Come eri tu.
Prendo il cellulare, rileggo i tuoi ultimi messaggi e li interpreto. Termini formali, asettici, privi di sfumature. Sì, tutta la tua dolcezza era svanita, la tua anima indurita, come un mandorlato che mette alla prova i denti.
In questo momento vorrei aprire il finestrino, salire sul primo tappeto volante e sparire, tuffarmi in quella striscia di luce. Preferirei non fossi mai tornato da me. Di più: in questo momento vorrei non averti mai conosciuto.

Divertimenti #7

Quel che resta del sogno

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Renè Magritte-Le thérapeute

“Dottore…” esordì la paziente distesa sul lettino. La stanza era oscurata da una tenda grigia che rendeva cupo l’ambiente  ma allo stesso tempo regalava protezione.
“Sì, mi dica” rispose il professore che sedeva poco distante.
“Questa notte l’ho sognata” continuò la donna e subito dopo si lasciò scappare un sospiro.
“Chi ha sognato?”
“Lei, ho sognato lei”.
“Ah, ora capisco. Mi racconti”.
“Ero entrata in questa stanza ma lei non c’era. Seduta alla sua scrivania c’era una donna che mi disse di essere la  domestica. Io trovai la cosa molto strana perché in genere le domestiche non si mettono alla scrivania. Stava scrivendo qualcosa al computer”.
“Non le disse altro?”
“No, disse solo che lei non c’era ma mentiva”.
“Perché dice questo? Come fa ad esserne certa?”
“Perché lei era proprio alle sue spalle. Era in piedi dietro la domestica”.
“Allora non mentiva. Se ero dietro non poteva vedermi”.
“Ma la sua mano era appoggiata su una sua spalla e dava l’impressione di parlarle”.
“Capisco. Quindi…questa domestica  non le fece una buona impressione?”
“No, proprio no. Non gradisco le persone che mentono, soprattutto se non ce n’è bisogno. Voglio dire: una grande menzogna posso anche comprenderla, può avere un motivo valido ma le piccole bugie no, sono inutili, sono un dispetto”.
“Ma nei sogni è concesso mentire” disse sicuro il professore.
“Davvero?” chiese la donna mettendosi a sedere.
“Sì, il sogno è menzogna, o meglio, è un po’ discolo, va lasciato borbottare, come se fosse la macchinetta del caffè. Quello che serve a noi è altro”.
“Cioè?” chiese la donna incuriosita.
Quel che resta del sogno, quello ci interessa e quella è la verità”.
La donna si rimise sdraiata.
“Ora glielo racconto” disse, e le parole le vennero fuori, senza alcuna fatica.

Divertimenti#6 – 2°variazione

accappatoio – attesa – insulti

Anche se fuori c’era il sole, e secondo le previsioni questo era destinato a durare, Monica indossò un impermeabile bianco che assomigliava tanto ad un accappatoio. Accompagnato ad un paio di occhiali scuri le dava sicurezza e la faceva sentire una diva.panirlipe_salisburgo
Senza esitazioni entrò nella chiesa parrocchiale e si mise in attesa dietro a due anziane signore. Era l’orario delle confessioni. Il prete che confessava sul lato destro della navata era disponibile ma lei preferiva parlare con don Franco.
Quando venne il suo turno si tolse gli occhiali ed entrò:
“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…dimmi?”
“Padre, sono qui per dirle che sto per abbandonare definitivamente il mio uomo”.
Don Franco ebbe un sussulto. Da una parte la notizia lo rasserenava:
“Era ora che si decidesse a lasciare suo marito, quel buono a nulla” pensò congiungendo le mani. Allo stesso tempo la scelta di Monica lo preoccupava, non si era mai trovato prima d’ora in questa situazione.
“Ci hai pensato bene?”
“Sì, sono convinta. Lui non ha mai provato nulla per me, sono stata solo un gioco nelle sue mani. E’ un povero uomo, incapace di prendere una decisione, di assumersi delle responsabilità. E’ un maiale!”
“Perché lo insulti così pesantemente?”
“Quando si dice la verità non c’è offesa” continuò Monica.
Proseguirono a parlare per alcuni minuti e poi, siccome la fila si faceva lunga, lui fece il rito dell’assoluzione.
“Ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
“Grazie” disse Monica alzandosi.
“Aspetta. Ci vediamo questa sera, dopo il consiglio pastorale?”
Monica, che aveva indossato gli occhiali, se li tolse di nuovo, avvicinò il viso alla grata, cercò di focalizzare il viso del sacerdote e disse:
“Ma allora proprio non hai capito? Il mio uomo eri tu e ti lascio, definitivamente”.

Divertimenti #6 – 1° variazione

Accappatoio – attesa – insultipanirlpie_cuffsb1

Stava impastando dei muffin al cioccolato quando sentì dei rumori nell’appartamento di sopra. All’inizio un calpestio rapido, come quello dei tacchi a spillo, poi del trambusto, risate e musica ad alto volume.
“I miei amici fanno festa” disse lavandosi le mani.
Dopo aver infilato i dolci nel forno si diresse verso il guardaroba. Scelse un abito chiaro, un cappellino con la veletta e lunghi guanti. Prima di uscire si osservò allo specchio. Sì, il filo di trucco le donava.
Salì al piano di sopra, suonò alla porta e venne accolta dai numerosi amici:
“Madam Blanche! Finalmente…”
Distribuì baci a tutti, conversò con i vecchi amici e con quelli appena arrivati.
“Madame, il tuo ultimo lavoro è eccezionale” le disse Nerval, “un’ottima interpretazione”.
“Tsk! Se mi volevi bene come una volta, avresti usato parole più carine. Comunque vieni qui, ti do un bacio” disse quasi con disappunto.
Dopo qualche ora salutò la padrona di casa.
“Ciao Maga, devo scendere”.
“Mi dispiace che te ne vai… tu porti la pace. Vedi, adesso stanno già volando degli insulti” disse indicando una coppia che litigava.
“Tornerò presto, ciao”.
Scese nel suo appartamento, fece una doccia e poi indossò un accappatoio bianco.  Si profumò di vaniglia, addolcì le labbra con del burro cacao e per cinque minuti valutò la sua figura davanti allo specchio.
Di sopra la festa continuava ma lei scese al piano di sotto, premette un minuscolo pulsante vicino al campanello e poi aprì la porta.
“Tesoro?”
Con disinvoltura andò verso la camera da letto. Ammanettato alle sponde del letto c’era un uomo.
“E’ da tanto che stavi in attesa?”
“Abbastanza”.
“Non succederà più, te lo prometto. Purtroppo ho avuto una riunione di lavoro. Il nuovo direttore mi fa impazzire”.
Si sfilò l’accappatoio e gli salì sopra.
“Sei tutto bagnato! Cosa hai fatto? Ti sei alzato? Uhm…impossibile” disse, sincerandosi però che le manette fossero ben chiuse.
“E’ sudore, mi manca l’aria, il respiro…dovresti abbassare…”
Affondò le unghie sul suo collo, fino quasi a farlo sanguinare.
“Mi vuoi bene? Mi vuoi sempre bene? Dimmelo”.
“S-sì, ti voglio bene, perché non dovrei?”
“Bravo, non te ne pentirai”.
Tirò fuori la lingua, leccò il sangue e poi scese lentamente.
“Sei caldo…quasi scotti” gli disse.
“E’ solo la temperatura, devi abbassare il termostato. Sembra di essere in un forno” sussurrò l’uomo.
Lei alzò la testa, rimase un attimo sovrappensiero.
“Ops…i muffin! Li ho dimenticati nel forno. Tesoro, devo andare, ci vediamo più tardi”.
“Aspetta! Liberami, ti prego! Non ce la faccio…non ce la faccio più…”
Riprese in fretta l’accappatoio e fece per uscire, ignorando le suppliche dell’uomo. Prima di chiudere la porta si fermò davanti alla centralina del riscaldamento. E mise la temperatura al massimo.

Divertimenti #6

accappatoio – attesa – insulti

Dopo aver percorso le quotidiane trenta vasche, alternando lo stile libero a quello più rilassato della rana, Sonia salì la scaletta, calzò gli infradito e si tolse la cuffia. Sapeva che in quel momento gli occhi del bagnino erano puntati su di lei, sulla curva armonica che iniziava appena sopra le cosce e terminava all’altezza dell’ombelico. Sapeva che altri due occhi, quelli della sua collega Roberta, puntavano verso i capelli, lunghi, ondulati e ramati, tanto che un giorno le aveva detto:
“Sonia, quando esci dalla vasca sembri la Venere del Botticelli e per me quello è il momento più bello della giornata”.
Sapeva infine che gli occhi di altri uomini erano in attesa e che molti trascorrevano la pausa pranzo a quel modo, sorseggiando un aperitivo e sgranocchiando patatine, come se fossero al cinema o all’ippodromo, pronti ad interrompere ogni attività per osservarla mentre usciva dall’acqua.
Quando andò verso il muretto per raccogliere l’accappatoio, Roberta le lanciò un sorriso che ricambiò con un saluto. Sempre sentendosi osservata e sciabattando nel silenzio rispettoso che come sempre calava in quel momento, si diresse verso gli spogliatoi e fu solo dopo aver fatto la doccia che nella tasca trovò un biglietto piegato in quattro.
Lo aprì, spalancò gli occhi e per un attimo si portò la mano davanti alla bocca per reprimere un grido. Su quel biglietto si susseguivano una processione di insulti:
“Sei una zoccola, una puttana, una …” e continuava così per almeno dieci righe, una sequela di improperi fantasiosi ma impronunciabili, in un crescendo che raggiungeva le più torbide fantasie per poi andare in calando, concludendosi con un’ingiuria quasi classica ed innocente:
“Sei una sgualdrina”.
E fu in quel momento che Sonia sorrise, perché riconobbe la scrittura: solo la sua amica Roberta scriveva la lettera g come se fosse una p.

La Nascita di Venere - Sandro Botticelli, 1483–1485 circa - Galleria degli Uffizi, Firenze
La Nascita di Venere - Sandro Botticelli, 1483–1485 circa - Galleria degli Uffizi, Firenze

Divertimenti #5

Cinque – passione – ascolto.

L’uomo stava in piedi e fumava una sigaretta, anche se i cartelli appesi nel locale parlavano chiaro: fumare era vietatpanirlipe_sewingo, per legge e anche per buon senso. Ma lui era il figlio del padrone e come aveva imparato fin da piccolo, le leggi si possono anche ignorare.
Osservava dall’alto la ragazza che piegata sul tavolo cuciva due pezzi di cuoio. Per lei era il primo giorno di lavoro, sudava freddo ma non lo faceva capire.
“Cerca di metterci un po’ di passione” le disse.
“Come?” chiese la ragazza con un forte accento straniero.
“Più passione! Capisci cosa voglio dire?”
“No, io non capire”.
L’uomo osservò la scollatura inesistente della ragazza e i suoi seni che protestavano sotto il grembiule.
“Qui” disse l’uomo allentando il secondo bottone della camicia.
Lei non disse nulla, le scappò un sorriso di circostanza, come è solito vedere nelle ragazze orientali.
“Quante dita hai nella mano?”
Cinque” rispose sbalordita per l’insulsa domanda.
L’uomo si guardò intorno per vedere se c’era qualcuno. Le altre ragazze avevano appena lasciato il locale, la sirena era suonata da poco. Lui prese le cinque dita della ragazza e le appoggiò sulla patta dei proprio pantaloni.
Lei capì.
“Ti sei svegliata finalmente! Se mi dai ascolto vedrai che la tua vita cambierà”.
Gli allentò la cintura e poi abbassò i pantaloni. Lo tirò verso di sé, giusto per infilare la cintura sotto la cucitrice e poi mettere al massimo dei giri la macchina.
“Più passione signore, deve metterci più passione con le ragazze”.
Si tolse il grembiule e glielo avvolse stretto intorno al volto, fino a fargli mancare il respiro. Poi uscì, ridendo di quell’uomo che goffamente sobbalzava sulla macchina da cucire.

Divertimenti #4

Non mi ero reso conto che questo di Clotilde era già un “divertimento”. L’ho scoperto rileggendolo e ora, con le tre paroline magiche provo a scrivere la mia versione.

Abitudine – Sguardo – Contesto

Ogni mattina mia madre  mi guarda storto, solleva le spalle e poi dice:panirlipe_tundralandia2
“Gaspard, hai intenzione di uscire?”
“Certo, perchè?”
Lei, puntualmente solleva la tazza del caffè e risponde:
“La tua è una pessima abitudine, ti farà impazzire”.
Io esco, mormorando che forse pazzo già lo sono e scendendo le scale le dico che è la mia follia a tenermi ancora in vita, ma tanto lei non sente, un po’ perché è sorda, un po’ perché io parlo sottovoce. E poi perché io sono ormai in strada e lei avrà acceso il televisore.
Come ogni mattina indosso i vestiti di trent’anni fa, di quando i miei capelli erano lunghi e folti, la schiena diritta e i denti bianchi. Di quando era sempre estate, anche se  faceva freddo.
Cammino lungo il bordo della strada cercando di ricreare lo stesso contesto, la stessa situazione, la medesima successione di eventi.  Ed ogni tanto succede: Janet arriva pedalando, alza il braccio per salutarmi, io le corro incontro, poi getto distrattamente lo sguardo verso la montagna, torno su di lei e non c’è più. La ritrovo schiacciata sotto le ruote di un camion.
Da trent’anni cammino sul ciglio della strada, tra bolle di pioggia e grandine o spade di calore, per arrivare un attimo prima, in tempo per avvisarla.

Divertimenti #3

sabbia, sciarpa, calice

Juliette e Jim camminavano abbracciati sul molo di Saint Troipez. Lui la stringeva forte, quasi avesse il timore di perderla.panirlipe_abbraccio
“Ho freddo disse lei”.
Jim la strinse ancora più forte. L’amava come non aveva mai amato nessuno e per un attimo pensò con timore all’idea che un giorno lei sarebbe potuta partire e lasciarlo solo.
“Tieni, mettiti la mia sciarpa” disse avvolgendole intorno al collo il lungo nastro di seta.
Dopo pochi minuti arrivarono sulla spiaggia, lei si  tolse i sandali e cominciò a correre sulla sabbia.
“Aspetta, vieni qui, non abbiamo ancora brindato!” disse Jim.
Dal sacchetto di plastica prese la bottiglia di champagne e il calice di vetro. Lo riempì fino all’orlo e bevvero insieme una, due, tre volte, fino a svuotare la bottiglia.
“Mi gira un po’ la testa” disse Juliette. Un forte colpo di vento la spinse verso Jim e poi barcollò  verso le rocce. Jim fece per fermarla ma riuscì a fare  presa solo su un capo della sciarpa.
Fu uno strattone, si sentì distintamente un rumore secco e poi quello più tondo del corpo che cade.
Juliette se ne era andata, e lo aveva lasciato solo.