Il Gino, Marta ed io

Il Gino, Marta ed io

 Il Gino era andato in pensione a trentacinque anni, perché così avevano voluto gli dei. Era allegro e in salute, ma la sera lo assaliva la malinconia e per questo andava al 6Calzoni a vendere tessere della tombola. Il gestore lo ricambiava con tranci di pizza e un bianco malfermo.
Ero lì con lui, mi stavo divertendo e il Gino mi fece vedere quanto era esteso quel locale, così grande che volendo ci si poteva giocare a tamburello.
All’improvviso sentii chiamare il mio nome, mi voltai e seduta ad un banco vidi una ragazza il cui nome se ne stava nascosto da qualche parte ma proprio non mi veniva in mente. Pure lei era allegra, mi divertiva e quando stavo per dirle: “Scusa, mi rincresce ma il tuo nome proprio non lo ricordo”, una signora arcigna, alta come due scope e larga come il frigo delle bevande, gridò:
“Marta! Stai dritta con quella schiena o te la raddrizzo io”.
“Ecco, Marta” mi dissi. “Sì, questo era ed è il suo nome. Ma quanto è piccola, sembra una bambina”
Nonostante il rimprovero continuava a sorridere e per dirla tutta era anche un po’ troppo invadente: si avvicinava con il volto, quasi mi annusava e chissà cosa poteva pensare la gente, se ce ne fosse stata.
“Marta, scusa ma…sei una ragazzina, non sta bene”.
“Macché, sono soltanto dimensionata male. Ora esco dal sogno e rientro nelle giuste dimensioni. Aspettami qui”.
Ordinai una birra, il Gino mi portò un trancio di pizza e una tessera della tombola.
E attesi.

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