Si chiama trissicità

“Dunque, parlami di quell’addio” disse lo psicanalista, invitando il paziente a sedersi.
A Marco non piaceva quel lettino, o meglio non gli piaceva il colore nero. Per questo, in occasione del secondo incontro l’analista lo aveva coperto con un telo bianco. Ma anche questo non gli piaceva , gli ricordava troppo un lettino da ambulatorio. Nel terzo incontro si era portato un plaid a quadri, proprio quello su cui si era appena disteso e lo trovò così rilassante che giunse perfino ad addormentarsi mentre quell’altro rispondeva ad alcune telefonate.
“Allora, dicevamo?” disse poco dopo, interrompendo un sogno che stava prendendo forma.
“Uh…sì, ecco, non è stato proprio un addio, o almeno è quello che spero”.
“Racconta”.
Marco, con imbarazzo prese a raccontare, accompagnando il racconto con delle sorsate d’acqua.
“Mi ha accompagnato fino al binario del treno, anche se i controllori sono piuttosto severi, sa… non si può accedere ai marciapiedi se si è sprovvisti di biglietto”.
Il dottore annuì.
“Io ho alzato le mani, così” disse mimando il gesto di appoggiare i palmi su un vetro, “e lei ha fatto altrettanto. Poi abbiamo…come si può dire, intrecciato le dita”.
“Sì, capisco”.
“E infine ci siamo abbracciati”.
“E’ stato bello, gratificante? Com’è stato questo abbraccio? Quanto è durato?”
Marco, che aveva appena abbassato le mani le riportò in alto con i palmi aperti.
“Dieci”.
“Dieci secondi?”
“No, è durato dieci minuti”.
“Così a lungo? Non è forse stata un’impressione?”
“No, ne sono sicuro. Anche all’inizio, quando ci siamo incontrati, era durato così a lungo. Anzi, forse tre volte di più”.
“E poi?”
“E poi…quando abbiamo sentito che stavano per chiudere le porte ci siamo salutati in fretta: un bacio e sono salito sul vagone. Giusto il tempo di rivederla e salutarla con la mano e il treno è partito”.
Il dottore prese degli appunti e Marco un’altra sorsata d’acqua.
“Il ritorno com’è stato? Come ti sentivi in treno?”
“Ero…da una parte ero felice. Mi sentivo come alleggerito, sollevato. Ecco, quello che si può dire un calo di tensione, o no?”
“Sì, e poi?”
“Dall’altra ero triste. Non del tutto, non pienamente ma sapevo che di lì a poco, al più tardi il giorno dopo, mi sarebbe piombata addosso una profonda malinconia, una tristezza indicibile. A nulla sarebbe servita la regola del cinque”.
“La regola del cinque?”
“Sì, cinque giorni, cinque mesi, cinque anni, a seconda dell’evento. Cinque giorni non sarebbero serviti a farmela passare e ormai, sono già diventati trentadue”.
“Trissicità”.
“Come?”
“Trissicità. Si chiama così” sottolineò il dottore. “Un misto di tristezza e felicità. Un’emozione che può uccidere ma che vorrei tanto riuscire a provare. Caro Marco, tu non ha bisogno di me, puoi andare”.
Incredulo, Marco prese il plaid e lo ripiegò.
“Così, tutto qui? Mi assicura che non ho niente di grave, sto bene?”
“Sì, sì, stai bene, anche troppo” disse accompagnandolo alla porta.
E una volta rimasto solo, con un gesto di stizza scagliò lontano il blocco degli appunti.

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