Ieri ho fatto la punta alle matite

Ho iniziato il censimento delle scatole e durante questa estenuante attività ho deciso di dedicare una specifica custodia alle matite. Ma che dico? Oltre alla scatola stanziale ho selezionato una piccola scatola per mini matite da asporto.

Nel corso degli anni queste sottili stecche di grafite si sono accumulate come polvere, nascoste in luoghi inaccessibili come scarafaggi, camuffate come camaleonti…insomma, si sono divertite assai. Al censimento delle scatole si è quindi aggiunto quello dei lapis. E ieri, a forza di temperare mi è venuta la vescica al pollice.

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107 thoughts on “Ieri ho fatto la punta alle matite

  1. ebbene. sono estasiata!
    alle elementari (quando la fornitura di matite era richiesta e considerata indispensabile) aspettavo sempre un po’ prima di temperare le matite perché mi piaceva sistemarle tutte insieme. col temperino “chiuso”. lì accumulavo i trucioli di legno, di cui conservavo solo gli esemplari più lunghi e sinuosi, e la polverina colorata. grafite insomma. era il mangime per i pesci del pavimento. e ogni tanto ne spargevo qualche pizzico intorno a me.
    uso troppo poco le matite colorate. voglio pure io il cassetto dedicato! e la scatola delle mine! che ormai anche la parola matita è troppo grande per loro. quei residui minimi, temperati al limite dell’umano. ogni tanto rispuntano fuori. sono davvero furbe, una volta che si nascondono è quasi impossibile stanarle.

    • i pesciolini del pavimento??? Vuoi dire che c’erano delle mattonelle con i pesciolini?
      qualche anno fa, con le canne di bambù mi ero costruito degli allunga-matite. Però in commercio ce ne sono di bellissimi. Qualcuno l’ho regalato, ora ne acquisterò uno per me.

      • non c’erano le mattonelle coi pesciolini. sarebbero state così belle!!!! le immagino così

        non ricordo precisamente com’era fatto il pavimento. qualcosa di marmoreo, con quelle tipiche macchioline che sembravano pezzetti di materiale sbriciolato e ricompattato. lì dentro c’erano i pesciolini. e l’acqua era in tutta l’aula. cioè, l’aria era acqua. e io stavo seduta lì e potevo dare il mangime ai pesciolini che stavano. in un mare sotterraneo. subacqueo? loro stavano nelle mattonelle e mangiavano avvicinandosi alla superficie del pavimento. uh. non so davvero da quanto tempo non ci pensavo.

        allungamatite??????????????
        si. ne ho uno e manco sapevo che si potesse chiamare così. mi piace, è bianco con screziature argentate. parte di una scatole di matite. cretacolor? le matite della cretacolor (se non sbaglio nome) mi piacciono da impazzire. ne ho una scatolina di alluminio. e una più grande. e. insomma sono scatole!!! dovrei censirle.

      • accidenti! hai visto quante belle scatole ha questo pescicreatore? Che poi non ho ben capito come fa. Secondo me è un mago.
        Un pavimento fantasioso il tuo. Io ricordo la fessura del battiscopa di marmo, dove si nascondeva il mio amico jack.
        E le scatole delle matite…facendo il censimento delle scatole mi sono accorto che il lavoro sarà lungo, per le scatole e anche per le matite

      • che poi salteranno fuori altre scatole. con altre cose da censire, fossero solo matite. ahh che lavoro.
        si, lui è un mago. che fa apparire i pesciolini nelle scatoline di legno. e sono scatole speciali, che se non sbaglio quelle piccole quadrate si utilizzano per bere il sakè. e quella rotonda e grande serve per far freddare il riso e prepararlo per il sushi. insomma. se non si sta attenti si rischia di bere il pesciolino. e di buttare aceto di riso dolce nella bacinella larga. mica sarebbero felici quei pesci rossi. (o forse si? magari gli piace l’agrodolce.)

      • può essere, dipende tutto dalla razza (non il pesce, intendo le origini del pesce).
        Si potrebbe anche provare ma non so se ne vale la pena. I pesci sono esseri strani. Uno dei miei, Ino, andava sempre a rifugiarsi sotto il forno

      • incredibile. questo processo di colori. se sei un pescerosso e da rosso diventi bianco non puoi che morire. l’essere umano invece è interessato dagli estremi. qualsiasi colore assunto in maniera “sgargiante” è un avviso della fine.
        (mhhh ma come parlo oggi)

      • !!! brillava pure?
        abbiamo avuto qualche pesce rosso. ma siccome facevano tutti un brutta fine in breve tempo. e poi non li potevo accarezzare, questo mi dava un po’ fastidio. ora un bel pescezorro non mi dispiacerebbe.

      • alcuni pesci sono durate straordinariamente a lungo. Sono morti solo quando non ho avuto l’accortezza di mettere in quarantena i novelli, i portatori sani di virus.
        Un pesce rosso e il pesce zorro mi erano stati dati da un’amica prima di partire per un viaggio. Avevano già due anni e sono durati almeno altri due. Il primo ad andarsene è stato il rosso. A pescezorro avevamo trovato una compagna e poi, puf, è sbiancato, lui e anche lei. Sono diventati dei pesci trasparenti, tanti che a quel punto mi sono inventato le storie dei pesci liquidi

      • pesci liquidi. dunque i pesci liquidi sono piuttosto longevi. mhhh. idrorepellenti. stavano lì come le macchie d’olio
        ci sono dei pesciolini molto piccoli che sono naturalmente trasparenti. non mi stancherei mai di guardarli perché si può vedere il piccolo scheletro e gli organi interni. questi li ho visto in casa di un’amica di mia madre. il figlio ha due acquari. e c’erano anche i pomodori di mare. e un pesce rosso che azzannava gli altri. a uno aveva sbrindellato tutta la coda.

      • baciarsi da soli!!! io pensavo che fossero dei folli intenzionati a serpentizzarsi. mica avevo mai pensato a questo aspetto
        mi sa che esistono ancora. anche se non ne ho mai incontrato uno. però ho incontrato una ragazza che si fatta cucire le orecchie così che prendessero la forma puntuta. orecchie da elfo insomma. insomma.

      • se veniva da me potevo fargliele io le punte. Insomma, ha fatto come i cani. Poi magari è andata in giro con i coni di carta sulle orecchie.

      • forse ha la lingua più liscia di quella dei gatti. I gatti ce l’hanno come carta vetrata, non ricordo più per cosa. Forse per smussarsi le punte delle orecchie.

      • lo dico da sempre che ho bisogno di un gatto. come faccio senza temperamatite?
        che poi pare fatto apposta. se non l’ha tolto qualcuno c’è anche un minicacciavite nel mio astuccio. ma figuriamoci se c’è un temperamatite.

      • il cacciavite ha un suono quasi minaccioso, ricorda il cacciabombardiere. Io nei mio astuccio che usavo ai tempi della scuola (era una scatola delle saponette Roger gallett) tenevo una minibambolina del tutto uguale a quelle che disegni tu. Poi un giorno, un mio amico, ha preso il taglietto e le ha tolto tutto il viso. L’ha bucata.

      • ma. è perseguibile!!!
        per un po’ ho tenuto nell’astuccio il corpotesta della prima bambolina che stavo tentando di cucire. la mia compagna di banco ha cominciato a infilzarla con spilli e attache. trasformata in bambola vudu insomma. voodoo. vudù?
        poi c’è stato viggo, per tanto tanto tempo. e ora sta sulla mensola perché non ho spazio nell’astuccio. non entrano nemmeno le forbici (con la punta arrotondata che mica voglio farmi male). che tanto poi mi faccio male col minicacciavite. i cacciaviti sono cattivi. cacciaviti cattivi. condividono pure le stesse lettere.
        fortuna che ho trasferito i taglierini.
        mhhhh. saponetteroggergallett.

      • i cacciaviti cattivi sono il male assoluto. Alle forbici tonde bisognerebbe invece fare la punta.
        Io adesso vado temperare i sogni. Chissà, magari vengono fuori bene.
        ‘notte

      • quanto mi piace pescicreatore.
        vabbè, io sono tarata e mi è venuto in mente jackskeletron. chi è jacknelbattiscopa? una specie di brownie?
        è davvero un dritto a nascondersi nella fessura del battiscopa. un rifugio inespugnabile.

      • Più che una fessura, nel battiscopa c’era una porticina, o almeno questa era l’impressione. Pareva proprio la minitana di un minitopolino con porta scorrevole. Uhm…dovrei andare a casa dei miei e farci una foto però non so se è valido, ora si vede tutto con occhi diversi.
        In quella minitana ci stava il mio amico Jack. Cioè io. Facevo uscire mia sorellina dalla stanza, indossavo foulard, berretti, occhiali di tartaruga e quando rientrava trovava Jack.

      • quindi era anche la depositaria del tuo segreto? l’unica a conoscere l’alter ego di Jack.
        quando c’è bisogno di lui, Jack esce fuori dal battiscopa ed è pronto a. proteggere la stanza. inforcando i suoi occhiali di tartaruga.
        (mi rimane impressa questa cosa chissàpperché.)

      • oppperbacco…manco sapevo che esistesse Johnny Palomba. Che poi, non esiste anche il pesce palombo? Forse è per questo che il palombaro si chiama così?

  2. Fin da bambina ho sempre amato le scatole di colori, sia quelle tutte belle ordinate esposte nelle vetrine dei negozi di belle arti, sia i portapenne pieni sulle scrivanie, o scatole di ogni foggia dove fossero raccolti alla rinfusa, magari di tipi e marche diverse… ho avuto anch’io il mio cassetto e ora ce l’ha Frugolino…

  3. Ah! Chissà quanto resisterà ancora il gioco del “colorare”. Sono fiducioso, è un gioco primitivo e non sarà mai sconfitto dal digitale. Almeno per i primi anni di vita.

  4. Arrivo tardi – arrivo tardi spesso in questo periodo – e in contemporanea al commento che mi hai appena postato perchè ti stavo lasciando questo, qui in fondo a questa lunga lista. Anche io un paio di anni fa ho recuperato tutte le matite di casa, dal solaio al garage, che si erano accumulate per anni, le ho temperate e me le tengo in camera in vista, in portapenne e scatole. Fanno allegria.

    Ti regalo una storia triste, come risposta al tuo ultimo commento sul mio post, quando ti chiedi se c’è altro in Italia da far sparire oltre alla scuola.
    Immagina un’azienda multinazionale italiana, in provincia ma non troppo, occupata da neolaureati in carriera e quarantenni ben decisi a difendersi le poltrone e, se possibile, a salire ancora di un piano. Immagina tante persone con titoli di studio professionali, di mezza età che, fino a poco prima, avevano contribuito con ore e ore di lavoro a far diventare grande questa azienda, con errori inevitabili ma con impegno, messi all’angolo da questa frotta di yuppies di ritorno in corsa cattiva, coadiuvata dalla cocaina, ricompattata dagli aperitivi serali in branchi scelti, ringalluzzita dai passaggi da un letto all’altro delle ragazzine carine e vestite all’ultima moda che lavoravano da gregarie senza voce negli uffici commerciali o alla reception.

    Ecco, immagina che un giorno, in uno di questi aperitivi, riunioni lavorative vere e proprie ma fuori sede, si decida di far fuori uno di quelli già messi all’angolo facendo in modo che si arrenda e se ne vada, ma come se fosse una sua scelta. Togligli le responsabilità, non passargli il lavoro, contestagli tutto quello che fa, smetti di insegnargli o di farlo crescere, parlane male con i colleghi più giovani, discreditalo con i capi, annientalo, riducilo a zero.

    E se un giorno questa persona arriverà in ufficio con una grossa borsa di plastica e, in orario di lavoro, si metterà tranquillamente a temperare le matite colorate delle figlie piccole, una a una, prendendole da questa grossa borsa di plastica per otto ore, perché non ha proprio più niente da fare ecco allora sai che hai raggiunto il tuo scopo e che, prima della fine del mese, avrai la sua lettera di dimissioni sulla scrivania.

    Io me lo ricordo ancora mentre temperava, paziente, con un gesto di sfida suprema alla presunzione e mi ricordo di aver pensato che era un grande a fare così perchè, se anche non era bravissimo e si era rifiutato di entrare nel branco, era comunque una persona competente, mi aveva aiutato quando ero appena arrivata, mi ascoltava e mi dava consigli, quando ne avevo bisogno e ci sarebbero stati altri modi, più dignitosi, per risolvere il problema.
    Io pure mi rifiutavo di entrare nel branco e, per tutto il tempo in cui era durato l’attacco, sono stata dalla sua parte e ho sbirciato nella borsa di plastica, per vedere i colori e annusare l’odore di legno, grafite e banchi di scuola.

    • ma io e te lavoriamo nella stessa azienda? Uhm…no, la mia non è una multinazionale ma la storia è uguale. E il mese scorso un altro ha raccolto la sua borsa piena di matite e se ne è andato. Uno che aveva fatto grande l’azienda ma era stato messo in un angolo. Un fuoriclasse in panchina, avevo detto io. Ora è appena entrato in un’altra azienda, da leader, pronto a renderla grande, come eravamo grandi noi.

  5. Quando è andato via gli ho detto che mi dispiaceva per il modo in cui era stato costretto ad andarsene ma che non avrebbe perso niente di importante anzi, ci avrebbe guadagnato in salute e leggerezza e che non vedevo l’ora di andarmene pure io, cosa che, pochi mesi dopo, ho fatto anche se sulla mia, di scrivania, il lavoro continuava ad arrivare. Bisogna stare alla larga da posti così.

    • Uh! hai traslocato pure tu? E cosa recente, o sbaglio?
      Il guaio è che questi atteggiamenti, il mobbing, è praticato dappertutto, anche in aziende illuminate, dove credi che non sia possibile. Ed è praticato perché la direzione è troppo ottusa, troppo piena di sé, troppo orgogliosa. NON se ne rende conto, ritiene che quella persona tenuta in parcheggio sia lì perché lo vuole.

  6. Non molto di recente: sette anni fa, due passati in un posto e cinque in quello in cui adesso lavoro ma il disagio che ho provato nei primi cinque anni – quelli in cui mi hanno insegnato il mestiere e in cui ho capito cosa non volevo essere – faccio fatica a dimenticarli. Dovessi accorgermi che esiste il mobbing anche dove sono adesso, me ne andrei. La direzione ha sempre troppe cose per la testa per sapere cosa succede alle persone e troppo poco tempo: ci si fida dei giudizi del proprio management. Basta una parola cattiva e il gioco inizia.

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