Il borotalco nelle orecchie

Quand’ero piccolo a casa mia c’era uno “stranfiere” alto una spanna e tondo. Dico “stranfiere” perché era un termine usato spesso da mia nonna. Qualche volta usava un altro termine e non ne ho mai capito il motivo: “putana“.
“Tome quel putana lì” diceva.
Insomma, nel dialetto più antico il nome femminile usato per indicare una passeggiatrice, sgualdrina, meretrice e via discorrendo si usava anche per identificare un oggetto qualsiasi.

“Tira dentro el putana”.
“Come se ciamelo quel putana lì?”

Quel putana lì era il macina caffè e forse, nella cantina dei miei c’è ancora. Un macina caffè elettrico che quando entrava in funzione pareva di essere sulla pista dell’aeroporto. E siccome non era molto capiente bisognava macinare il caffè quasi tutti i giorni.
Quel putana lì faceva anche rumore, tanto rumore che si è quasi estinto a causa delle miscele e delle cialde. Per risentirlo bisogna andare in qualche rivendita di caffè sfuso o nei bar.
Mentre macinavi i chicchi con lo “stranfiere” o il “putana”, all’inizio sentivi dei rumori tondi e grossi (io li vedevo così) e poi sempre più piccoli e sottili, come borotalco e quando sentivi questo, quando sentivi il borotalco nelle orecchie, voleva dire che il caffè era macinato a dovere.

Ed ecco una versione pasticciata e speziata del Caffè della Beppina, con tanto di disappunto finale

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26 thoughts on “Il borotalco nelle orecchie

  1. Lo stranfiere mi dà l’idea di un soldatino tuttofare, uno scudiero, un sancho panza de noantri.
    Per il resto è apprezzabile che il putana sia stato usato al maschile, una piccola rivincita.
    Il putana perchè questo nome si presta per ogni tipo di aggeggio, no? 🙂
    Mi sembra che tu stia rimacinando il Cafè della Beppina… vuoi farne borotalco?

    • Mia nonna usava spesso un altro termine, ad esempio:
      “Tira so la mestiera” o “la mestiera de me nona.
      E si riferiva allo scolapasta.
      Ecco, mestiera lo usava molto.
      Invece, per indicare la fisarmonica diceva proprio così:
      “la putana che se tira”.

      Esatto, rimacino il caffè della beppina in varie salse

  2. Oh che post simpatico Pani! Mi sembra di sentirlo ancora il vecchio macinino da caffè che aveva la mia zia. Quelo che usava di più, quello elettrico, era azzurro tutto tondeggiante con dentro una piccola elica. Bellissima descrizione con metafora Pani, complimenti! (ma la storia del “putana” proprio non la conoscevo 😀 )

  3. quella mano destra! ho pensato che appartenesse ad una terza persona, poi ho avuto sensazione che non appartenesse a nessuno e agisse di sua volontà. specie quando le dita della suddetta hanno iniziato a sgambettare (che nemmeno potrei usare questa formula)
    funziona come per la voce? o si riesce a rivedersi/riascoltarsi? o una delle due. muhmble.
    borotalco nelle orecchie……..wazza descrìsscccion. sono allibita.

  4. no, non funziona come con la voce. Riascoltandosi mentre si improvvisa spesso si apprezzano anche gli errori e gli inciampi. E si vedono le proprie dita che mai si osservano attentamente

  5. Che poi io mica lo so se quei macinini avessero il blocco dell’elica quando si apriva il coperchio. Io quando li vedevo e vedo tutt’ora in qualche vecchio bar, mi prende sempre quella sensazione di svenimento pensando all’immagine di uno (non io) che infila la mano dentro mentre gira l’elica. Io non so che caffè ne verrebbe fuori, ma di certo con tutti questi tipi di caffè che si trovano in giro, uno va a berlo e magari lo trova pure buono:)

  6. Tua nonna doveva essere un gran personaggio, lasciamelo dire!
    E il macinino, legato al ricordo della mia nonna e della mia bisnonna, me lo ricordo anch’io, sono quegli oggetti di altri tempi che hanno quel fascino!
    E il rumore! Uh, me lo ricordo benissimo!

  7. C’era un falegname che i miei genitori ingaggiavano spesso, perché era affittuario di un negozio di proprietà di mia nonna. E a questo signore mancava sempre la parolina, ma non diceva “el putana” (che mi piace assai di più, peraltro), diceva “il comesichiama”. E la parolina gli mancava spesso perché quando ad esempio doveva spiegare una sua idea diceva cose bislacche tipo “ecco qui mettiamo un comesichiama e lo fermiamo con un comesichiama, poi lo rifinisco con la comesichiama e gli dò una mano di comesichiama”….
    E sei proprio bravo a suonare, sai? 🙂

    • come i bambini, quando chiamano “coso” perfino le persone. Che addirittura diventa un verbo, “ho cosato…”
      Il “comesichiama” è anche bello, forse un po’ troppo lungo.

      • Me lo ricordo così bene proprio per la lunghezza, aveva un modo di modularlo, accelerando o rallentando la pronuncia, che ne adattava la lunghezza al contesto parlato. Alcune volte era così veloce che le vocali quasi scomparivano…

      • addirittura si mangiava le vocali? cmschm?
        Qualche mio collega, più di uno, almeno tre, si mangiano intere parole e riassumono tutto dicendo e-eee. E’ un po’ difficile da tradurre…comunque sarebbe come un eccetera:
        “Per fare la pasta devi scaldare l’acqua aggiungerci il sale e-eee…poi la scoli…”

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