Caffè nel deserto

Eravamo nel campeggio Source Bleu de Meski, un’oasi vera, con una sorgente naturale dove un tempo i legionari ci avevano costruito una piscina. Sulla nostra R4 rossa avevamo viaggiato tutto il giorno, fermandoci anche ai posti di controllo, passando il tunnel dei legionari, osservando la linea piatta dell’orizzonte. Arrivati al campeggio, dopo aver piantato la tenda e aver visto il pavimento del bagno piastrellato di rane bue, ci siamo seduti al tavolino del bar. Non avevamo nulla da dire, avevamo già parlato tanto in auto. C’era invece molto da vedere e da pensare. E questo attimo perfetto fu interrotto da un ragazzo marocchino che senza invito prese posto vicino a noi.
“Cosa avete?” ci chiese.
“Scusa?”
“Perché non parlate?”
“Abbiamo già parlato tanto, siamo stanchi per il viaggio e ora ci piace il silenzio” replicai.
“Impossibile! Come si fa a non parlare? Se non vi parlate non vi volete bene”.
“Ti dico che è da questa mattina che parliamo. Ora vorremmo bere in pace questo caffè”.
“Tutti parlano. Se tu vuoi bene…”
“Esatto, io non ti conosco, non so se ti voglio bene e quindi non sento il bisogno di parlarti. Se ora ci lasci in pace, forse più tardi possiamo ridiscuterne” risposi spazientito.
“Ma io dico che tu dovresti parlare a lei e lei a te”.
“Lo farò quando lo voglio, va bene?”
“Non può essere… è incredibile” disse scuotendo la testa.
“Certo. E’ incredibile che io stia qui ad ascoltarti”.
“Ma perché non vi parlate?”
“La parola è troppo preziosa per sprecarla, quindi ti prego, lasciaci in pace”.
“Va bene, se volete domani vi porto sulle dune di Merzouga, vi porto da un mio fratello che ha una fabbrica di tappeti…”
“Ok, ok, domani ne parliamo”.
Finalmente ci lasciò in pace, con i nostri caffè, le nostre coke e il nostro silenzio sinfonico.

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38 thoughts on “Caffè nel deserto

  1. geniale esecuzione direi, pur senza “aver studiato”. mia madre si è prestata ad un inconscia interpretazione simultanea del marocchino. non riuscivo a concludere la terza frase, ho dovuto attendere che le si placassero le parole. detesto questo tipo di interruzioni (a maggior ragione quando mi dò la zappa sui piedi bymyself ponendo una domanda..)

  2. Il silenzio attiene all’amore tanto quanto le parole… Ma il ragazzo marocchino mi sa che voleva solo attaccare bottone per vendere i tappeti… E certo non si può farlo in silenzio!

    • per la mia esperienza (ma da allora sono passati molti anni), i marocchini volevano attaccare bottone per qualsiasi motivo, anche solo per parlare e fare pratica con una lingua straniera. Devo dire che dopo qualche giorno non ne potevo più.

  3. Ho letto il post dopo aver fatto partire il video, atmosfera perfetta.
    Una scenetta che potrebbe tranquillamente stare in un film di Salvadores, la tenda, il marocchino e il caffè.
    E l’elogio del silenzio.
    Molto, molto bello, Pani…

  4. Salvadores ha girato il suo film proprio in quei posti lì. Però la musica non credo sia molto adatta al testo. Tuttavia, mi serviva qualche lettera, qualche parola, qualcosa che riguardasse il caffè per appiccicarlo al più famoso caffè della Beppina

  5. Pingback: Skirty Dancing Fingers. on piano keys. delirio a catinelle. « Faul sein ist Wunderschön

  6. Alla prossima “Il pulcino ballerino” … me la cantava sempre la mamma quando ero piccina ed io la canto a Frugolino da quando era ancora nella pancia… Anche secondo me il tipo voleva vendervi un tappeto; procedeva per esasperazione!

    • il pulcino ballerino! Ho anche questa.
      Quel tipo era uguale a tutti gli altri tipi. L’unico rimedio era prenderne uno, di tipi, così gli altri ti lasciavano in pace

  7. Sono giorni pigri ma anche frenetici, e non riesco a seguire puntualmente tutto, per cui arrivo solo oggi.
    E però mi piace venire qui dopo un po’ che il post è stato scritto, e leggere tutti i commenti.
    Il post mi ha messo malinconia, e sono convinto che questo fosse il sentimento prevalente anche in te quando lo hai scritto.
    A mio avviso in queste situazioni non c’è una ragione e un torto, e probabilmente il marocchino alla fine voleva vendere, ma poteva attaccare discorso in tanti modi. E forse ha colto negli sguardi e nelle posture qualcosa che lo ha spinto a dire che bisogna parlare. Forse quel fastidio, quell’insofferenza manifestata verso il marocchino indicava che era oramai troppo tardi per parlare, era già stato detto tutto.
    Quello che mi piace nei tuoi scritti è come riesci a portare chi legge “dentro” la situazione. Bello.

    • in realtà quel marocchino aveva rovinato l’incanto. Il suo intervento, dopo pochi minuti che eravamo seduti, era stato inopportuno. Del resto, a quel tempo ogni straniero era fonte di meraviglia e denaro e qualsiasi motivo era buono per attaccare bottone. Ma non tutti erano così. I più istruiti volevano solo parlare, conoscere, condividere qualcosa. Però anche loro, dopo due o tre giorni ti proponevano qualcosa…

      Malinconia? No, nessuna malinconia. E poi, da quei giorni sono passati quasi 23 anni esatti.

  8. Laggiù, in Marocco, vicino a Merzouga,capita di non sentire il bisogno di parole, è una cosa che ho sperimentato anch’io.
    “Se non vi parlate non vi volete bene”. Sto ancora a pensare: quante interpretazioni può avere il silenzio! Come sempre il vuoto si tende a riempirlo, anche di negativo, purché non spaventi, come un orrido. 😉

    • proprio così. Ma anche qui da noi non sempre c’è bisogno di parole. Come non è obbligatorio che ci sia sempre musica dappertutto. Come ho detto in qualche post di tempo fa, il silenzio fa paura. E io questa paura non ce l’ho.

  9. Be’ non lo so, è normale che uno dopo un lungo viaggio oltre alle forze perde pure le parole. Poi pani ha perso pure la pazienza e non so se le cose sono andate realmente così… :P:P:P
    Troviamo il marocchino?…
    :):)
    giao:)

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