Tra subbuteo e pentagrammi

La casa di Francesco non era come tutte le altre: era una villa del Settecento, requisita dai tedeschi durante la guerra. Quando entrai la domestica mi fece attraversare il salone, ricco di tappeti, quadri, busti e pure un paio di armature.
“Ecco, qui hanno brindato i gerarchi del fascio” pensai osservando con discrezione la stanza. Nello stesso tempo misuravo la lunghezza, la quantità di sedie, l’ampiezza delle finestre.
“Sì, qui si potrebbe tranquillamente girare un film”.
Infine, la domestica aprì una porta e mi fece entrare in un’altra stanza, quella dei giochi e della musica. Era piccola rispetto al salone ma probabilmente grande quanto il mio appartamento. Sul tappeto c’era Francesco impegnato in una partita a Subbuteo.
“Francesco, questo signore è Pani. E’ venuto per insegnarti a suonare il pianoforte”.
Silenzio. Forse eravamo in una fase cruciale della partita. Pensai questo perché Francesco stava misurando con un righello la distanza che separava la pallina dalla porta.
“Ciao” gli dissi.
Lui scagliò la palla in rete con un colpo secco del pollice, alzò le braccia al cielo ma non disse nulla.
“Francesco, vieni a salutare!” gli ordinò la domestica.
Finalmente s’alzò da terra, mi venne incontro, fece una specie di inchino e a testa bassa mi salutò.

Non so perché avevo dato retta a Giovanna. Mi aveva detto:
“Ho un’amica che vorrebbe che suo figlio suonasse il pianoforte…le ho parlato di te”.
“Non si fa niente” le dissi.
Rimasi di quell’opinione per almeno cinque minuti, perché si sa, è difficile dire di no alle donne.
Però in quel momento, davanti a Francesco e alla domestica mi sentivo veramente fuori posto, come un violino in una banda d’ottoni. Se avessi saputo che quella sua amica era una signora altolocata, con tanto di domestica, maggiordomo e una villa infinita, non dico che avrei indossato il frac ma almeno una pulita alle scarpe da ginnastica l’avrei data. E poi mi sembrava tutto così irreale, perfino la luce che veniva riflessa dagli specchi.

“Bene, proviamo a suonare qualcosa”.
Feci sedere Francesco alla tastiera. Qualcosa sapeva ma la sua insegnante precedente aveva gettato la spugna dopo un paio di mesi.
Trascorremmo la prima mezzora a fare qualche esercizio poi lui uscì con una frase:
“Posso finire la partita?”
“Quale partita?”
“Quella che stavo giocando quando sei arrivato”.
“Non l’avevi terminata?”
“No”.
“Mi pareva che fosse così, stavi anche esultando”.
“Solo perché la mia squadra aveva segnato”.
Guardai l’orologio, mancavano altri trenta minuti.
“E non puoi continuarla dopo, quando abbiamo finito la lezione?”
“Temo che i giocatori si raffreddino i muscoli…”
Gli scombinai il ciuffo sulla fronte. “Giusto, andiamo a finire la partita ma dopo si riprende da dove abbiamo lasciato”.
“Bisogna solo sperare che non si vada ai tempi supplementari” sottolineò.
“È una partita di campionato?”
“Sì”.
“E allora non ci sono i tempi supplementari”.
Gli diedi un’altra scombinata al ciuffo e lasciai che proseguisse la partita che aveva interrotto. E non mi lasciai sedurre quando disse:
“Vuoi fare l’arbitro?”

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20 thoughts on “Tra subbuteo e pentagrammi

  1. c’era anche un’altra soluzione, ben più pulp però; sputare sul tappetino del subbuteo e poi dichiarare partita sospesa per impraticabilità di campo, così a occhio mi pare più equilibrata la tua reazione… 🙂

  2. Questo bimbo ti avrà adorato. Ora mi piacerebbe sapere com’è andata a finire la seconda lezione invece. Indipendentemente da questo però la storia è bellissima, leggendola mi sembrava di guardare un film o leggere un libro di Niccolò Ammaniti. Quando gli scompigli il ciuffo dalla fronte, ad esempio, è bellissimo. Spesso sono i genitori altolocati che desiderano un figlio musicista e piccolo genio stile Mozart ma i bambini, in realtà, non ne volgiono sapere. E’ vero o è solo una leggenda metropolitana?

  3. adorato? Uhm…diciamo che ero l’unico a fargli compagnia. Ed ero anche stupido perché mi facevo pagare un’ora di lezione ma le mie ore comprendevano le pause, quindi ero capace di rimanere il doppio.
    Le lezioni sono durate tre anni, poi anche io ho gettato la spugna.

  4. Adorabile, meraviglioso racconto di un’esperienza.
    E ho sorriso quando ho letto: mi sentivo veramente fuori posto, come un violino in una banda d’ottoni. Metafora non comune, assolutamente perfetta. Come perfetta è l’armonia del racconto e indimenticabile quel bambino che sfida a subbuteo il suo insegnante.
    Dai, tra una suonata e l’altra, una partita non è male, ti pare?

  5. certo, non è male. Una volta l’ho perfino accompagnato dal meccanico delle biciclette per prendere un pezzo di ricambio. E ho pagato io.
    I nobili sono così…

  6. se si potesse imparare solo giocando sarebbe bellissimo. Tuttavia, credo che con il gioco si possa arrivare fino ad un certo punto. Poi, in ogni cosa occorre metodo, pazienza e voglia.

  7. Non ho detto che si dovrebbe solo giocare, ho detto che si dovrebbe giocare imparando il senso delle regole. Sono d’ accordo con te quando dici che occorre metodo, pazienza e voglia: fermamente convinta che la tecnica renda liberi…e tu sai cosa voglio dire!

  8. uh! Certo. Come nella musica jazz: ci si esercita nella tecnica per poi essere sicuri nell’improvvisazione. Per quanto riguarda l’imparare riporto un brano di Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti:

    “il meccanismo dell’imparare è permanente e più rapido di quello collegato allo studio, che, essendo quasi sempre obbligatorio, non penetra a fondo nella memoria conoscitiva e svanisce rapidamente con il trascorrere del tempo.
    Lo studio impone l’apprendimento e quindi non nasce da un interesse o da un desiderio, ma da un obbligo.
    Le nozioni che si apprendono con lo studio sono simili a fiori recisi che vengono immessi nel vaso della memoria e, pur rinnovandosi, le parole prima o poi appassiscono.
    Ciò che si impara invece, nasce dal desiderio di sapere ed è simile a un seme messo nella terra che poco a poco cresce, fruttifica, vive e si rinnova.
    Per questo, imparare è un piacere raro, mentre studiare è spesso fonte di oppressione, inquietudini e malattie. Si direbbe che lo studio abbia come scopo di creare negli esseri umani una repulsione definitiva per ogni forma di sapere. Ma quando e come imparano questi giovani?”

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