Storie di cronopios e di famas: istruzioni per ridere

Questa sera, a cena, mio figlio ha detto:
“Procopio”.
L’ha detto così, senza motivo, tra due fette di pizza.
“Chi è?” gli ho chiesto.
“Il cane”.
“Il cane di chi? L’hai sentito nella recita di oggi a teatro?”
“No, è il cane della signora”.
“La signora?”
“Sì, un amica di Pippo, su Topolino”.
“Si chiama Procopio o Cronopio?”
“Propcopio”.

Improvvisamente mi sono ricordato delle storie di Cronopios e di Famas di Julio Cortazar e sono corso nello studio per prendere alcune fotocopie, proprio là dove sapevo che erano. E quindi, tornato a tavola ho iniziato a leggere alcune storie, iniziando da una delle più esilaranti, le istruzioni per recuperare un capello. Poi ho lasciato le pagine a mio figlio, che ha continuato a leggerle da solo, per rotolarsi sulla poltrona a forza di ridere. E abbiamo riso così tanto che forse per questo mi si è bloccata la digestione e la pizza mi rotola ancora nello stomaco.
Ecco qui una storiella, una presa a caso.

Istruzioni per salire le scale

Le scale si salgono frontalmente, in quanto all’indietro o di fianco risultano particolarmente scomode. La posizione naturale è quella in piedi, le braccia in giù senza sforzo, la testa eretta ma non tanto da impedire agli occhi di vedere gli scalini immdiatamente superiori a quello sul quale ci si trova, e respirando con lentezza e ritmo regolare.
Per salire una scala si cominci con l’alzare quella parte del corpo posta a destra in basso, avvolta quasi sempre nel cuoio o nella pelle scamosciata, e che salvo eccezioni è della misura dello scalino.
Posta sul primo scalino la suddetta parte, che per brevità chiamiamo piede, si tira su la parte corrispondente sinistra (anch’essa detta piede, ma da non confondersi con il piede menzionato), e portandola alla’altezza del piede la si fa proseguire fino a poggiarla sul secondo scalino, sul quale grazie a detto movimento riposerà il piede mentre sul primo riposerà il piede. (I primi scalini sono sempre i più difficili, fino a quando non si sarà acquisito il coordinamento necessario.
Il fatto che coincidano nel nome il piede e il piede rende difficoltosa la spiegazione. Fare attenzione a non alzare contemporaneamente il piede e il piede).
Giunti con questo procedimento sul secondo scalino, basta ripetere a tempi alterni i suddetti movimenti fino a trovarsi in cima alla scala. Se ne esce facilmente con un leggero colpo di tallone che la fissa al suo posto, dal quale non si muoverà fino al momento della discesa.

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18 thoughts on “Storie di cronopios e di famas: istruzioni per ridere

  1. Eh eh, a volte diamo troppe cose per scontate: le istruzioni per salire le scale, invece, servono eccome!

    Se le leggessero tutti, nessuno cadrebbe più dalle scale, e la gente si farebbe meno male 😉

  2. Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria.

    Non ti danno soltanto l’orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perché è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te.

    Ti regalano – non lo sanno, il terribile è che non lo sanno – ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile a un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso.

    Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l’ossessione di controllare l’ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono.

    Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa.

    Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confontro fra il tuo orologio e gli altri orologi.

    Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell’orologio.

    (Sempre lui, Cortazar, GENIALE!!)

  3. @Diemme: c’è anche quello che le scale non vuole mai scenderle. Piuttosto si butta.

    @Solindue: già…se non sbaglio avevi parlato di orologi qualche tempo fa e io avevo dichiarato la mia indipendenza da questo orpello, indipendenza che risale a dieci anni or sono.

    Comunque sia, di Cortazar ho solo qualche foglio e devo provvedere al più presto all’acquisto del volume completo.

  4. Non credo che ci sia un modo preciso per salire le scale, o meglio: non credo che esista un solo modo. Quando si dice che “siamo noi a dare il senso alle cose” ci sbagliamo perchè le cose che ci circondano sono state costruite già con un senso preciso e con una certa logicità. Le cose si potrebbero pensare anche diversamente. E intanto diciamo “a noi piace andare fuori dagli schemi perchè siamo anticonformisti.” e invece continuiamo a salire le scale nella stessa maniera. Che mondo bizzarro!

  5. @simple: sì, ricordo che era il tuo autore preferito e forse, leggerlo il lingua originale è ancora meglio.

    @flavia:però se ci pensi, se dovessi insegnare ad un alieno come si fa a salirle, le istruzioni spassose di Cortazar sono perfette. Io ogni tanto lo faccio, vado a leggere il vocabolario di mia nonna che risale al 1863 e ci sono delle definizioni che rasentano il ridicolo eppure corrette. Te ne cito una a caso, la definizione di cinque:”add.num. che vien subito dopo il quattro”.
    Non è ridicola?

  6. Non escludendo che la CIA ha già pensato ad ammaestrare gli Alieni, messo e non concesso, sapessero già qualcosa; le istruzioni sono molto spassose in quanto Cortazar non fa alto che raccontare una legge fisica sotto giri di parole e di ritornelli che convincono il lettore che stia scrivendo cose strabilianti. Nel 1962 sicuramente potevano essere innovative, perchè risalivano a scoperte recenti. La definizione del cinque è ridicola oggi, ma sarà stata una scoperta per quell’anno. Rino Gaetano in questi casi direbbe che “è una ruota che gira, che gira e se ne va, poi ritorna e dopo parte, gira gira e se ne va” che rilego alla scienza.

  7. le cose più comuni e consuete sono le più difficili da raccontare, si rischia l’umorismo. 🙂

    Cortazar, uno scrittore da esplorare, per me.

  8. @Flavia: secondo me le definizioni sono sempre ridicole ma solo quando le conosci e tutto diventa elementare. Io, una volta mi sono trovato in grande difficoltà a spiegare cosa fosse una montagna ad un ragazzino di quarta elementare che mai ne aveva vista una.

    @secondofranco: Uh! E com’è? io sono un profano.

    @donatella: basta solo il nome, cortazar, per incuriosirsi.

  9. Ogni cosa ha il suo significato ostensivo, per questo la dimostrazione è la via più semplice e ragionevole. Ma le parole sono simboli, segni, che stanno per gli oggetti nel mondo, che l’uomo ha in passato stabilito. S. Agostino nelle sue Confessioni scrisse che “Quando gli adulti nominavano qualche oggetto, facevano un gesto verso qualcosa, li osservavo e ritenevo che le cose si chiamassero col nome che proferivano.” Ed oggi siamo tutti convezionalmente legati alle parole. Ci pensi?

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