I Cieli di Damasco

Sollecitato da questo post di Petronilla, sono tornato ad uno dei miei divertimenti

La voce incomprensibile del comandante dice qualcosa che cattura la mia attenzione. Non so cosa ma nel fiume di parole allungate e diluite un suono mi ha svegliata dal torpore. Sollevo la benda dagli occhi, guardo fuori dal finestrino e osservo il lenzuolo blu che si estende all’infinito, fino ad arriciolarsi su qualche striscia di luce.

“We are above Damascus” dice il paffuto uomo al mio fianco. Lo dice alla moglie che sta seguendo l’ultimo film della Kidman, ed è piuttosto soddisfatta perché si è resa conto che il tempo passa per tutti, anche per i divi del cinema.

I cieli di Damasco, di Petronilla

“Dear, we are above Damascus, these are the skies of Damascus”.

Lui allunga il collo verso il finestrino, incurante di me. Gli posso contare i peli delle orecchie, le ferite lasciate dalla varicella, le basette tinte. Poi lascia il posto a sua moglie. Anche lei mi passa davanti, senza scusarsi, senza chiedere il permesso. Potrei misurarle lo strato di trucco e pure le cicatrici sopra le palpebre.

“Sorry” dice infine, e si ritira lasciandomi sotto il naso lo stesso profumo dozzinale usato dal marito.

Finalmente libera posso riflettere. Damasco, ecco qual era la parola che mi aveva colpito. Un suono dolce e duro, tenero ma resistente, soffice eppure stabile, come una stecca di torrone. Come eri tu.
Prendo il cellulare, rileggo i tuoi ultimi messaggi e li interpreto. Termini formali, asettici, privi di sfumature. Sì, tutta la tua dolcezza era svanita, la tua anima indurita, come un mandorlato che mette alla prova i denti.
In questo momento vorrei aprire il finestrino, salire sul primo tappeto volante e sparire, tuffarmi in quella striscia di luce. Preferirei non fossi mai tornato da me. Di più: in questo momento vorrei non averti mai conosciuto.

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10 thoughts on “I Cieli di Damasco

  1. ” rileggo i tuoi ultimi messaggi e li interpreto. Termini formali, asettici, privi di sfumature. Sì, tutta la tua dolcezza era svanita, la tua anima indurita, come un mandorlato che mette alla prova i denti”
    […]
    ” Preferirei non fossi mai tornato da me. Di più: in questo momento vorrei non averti mai conosciuto. “:

    ma che fai, mi fotografi l’animo? Oppure l’animo umano è sempre quello per noi tutti?

    Credo proprio abbia ragione Saba, nel suo “La capra”:

    Quell’uguale belato era fraterno
    al mio dolore. Ed io risposi,prima
    per celia, poi perché il dolore è eterno,
    ha una voce e non varia.

    Ciao, caro amico.

  2. oddio…non so quanto siano divertenti. Il piacere sta tutto nel produrre un testo con sole tre parole e in pochissimi minuti.

    Il cielo di Damasco è diverso da tutti gli altri, non fosse altro per il nome. Alcune città o paesi si visitano o si sorvolano solo per le emozioni che evocano il loro nome.

  3. @Diemme: puntigliosa! possono essere tre parole, una frase, una foto, come dice Petronilla sotto. Se ci sono troppe regole che gioco è?

    @Petronilla:potresti caricare qualche altra foto e scatenare un’altra gara 🙂

  4. Rimaniamo in attesa che l’altro ci sorprenda. Cominciassimo a sorprendere noi stessi, cercando nelle pieghe della propria esistenza, nella sala d’attesa dove le domande vecchie senza risposte, ma ormai non più attuali o troppo scomodi languiscano e occupano lo spazio per quelle nuove. Quali sono? Quelle che portano l’emozione a misurarsi con la scienza e scienza con l’emozione. Per trovare la felicità dello sconosciuto (sapere, essere) in apropriazione(come atto di impossesarsi di qualcosa).
    Damasco è molto bella.

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