Le strane voci che giravano su Jenny

“Non durerò a lungo”.
Fu questo che pensai quando il bassista disse: “Cominciamo con qualcosa dei Pooh” e mi diede lo spartito di “Regina Troubador”.
Il mio complesso faceva musica folk. Non il folk americano alla Dylan, Baez o Mitchell, che magari potrebbe anche entusiasmare e farti sognare verdi praterie e strade lunghe e diritte che si perdono solo all’orizzonte.
Il nostro era il folk romagnolo alla Casadei, roba da tortellini e piadine e se propri dovevi immaginare qualcosa di bello dovevi sforzarti, chiudere gli occhi e ricordare il gelato a doppia cialda di Viserba.
Fortunatamente il bassista e leader del gruppo, un meccanico che aspirava a suonare il liscio nelle sagre di paese, collocò in stato molto interessante la fidanzata. Di giorno aggiustava i motori, abbandonò la musica e passò al matrimonio riparatore perché a quel tempo si usava ancora così.
Il passaggio alla musica rock fu spontaneo: bastò un riff di chitarra, un registro diverso alla tastiera e qualche sigaretta in più per irruvidire la gola del cantante.
Facevamo le prove in una villetta che fino a qualche anno prima aveva ospitato i bambini dell’asilo. Poi, complice la denatalità di quel piccolo paese, l’asilo chiuse e il parroco ci offrì gentilmente le sale per esercitarci.
Suonavamo solo per stare in compagnia, fare una spaghettata serale e poi accompagnare a casa la Tilly, sperando che fosse la volta giusta.
Io ero l’ultimo arrivato ma un po’ alla volta presi il posto del capo. Venivo dalla città a cavallo di un vespone e facevo colpo, quasi come Sting in Quadrophenia. Non saltavo mai una prova e sfidavo ogni intemperia per raggiungere l’asilo disperso nella campagna.
Portavo gente nuova, chitarristi strepitosi come Claudio che con la sua Fender mi accompagnava nella Fuga di Bach. Oppure suonavamo Santana, ci attaccavamo Giochi Proibiti e se ci girava bene riuscivamo ad incastrarci un blues, i Pink e concludevamo con l’Adagio di Albinoni. Gli altri posavano gli strumenti e ci stavano ad ascoltare, in religioso silenzio.

il luogo del concerto
il luogo del concerto

Dopo qualche anno di studi, finalmente arrivò il momento della nostra prima esibizione. Dovevamo suonare alla sagra del paese ma era urgente trovare un nome. Ed io ci pensai a lungo, come se si trattasse di dare un nome al proprio bambino. Mi sarebbe piaciuta qualche citazione letteraria, tipo “I battelli ebbri” oppure “Le Illuminazioni“. Invece lo ritrovai già fatto, stampato sulla locandina: “Gli Assenti“.
“Perché questo nome?” chiesi contrariato al cantante.
“Perché quando facciamo le prove manca sempre qualcuno. Quando abbiamo deciso mancavi tu”.
Già, era stata l’unica volta, poi tenni sempre duro, non mancai nemmeno una volta anche perché c’era la Jenny e su di lei giravano strane voci che mi sarebbe piaciuto verificare. A dire il vero ne avrei avuto anche l’occasione ma io ero troppo ingenuo e romantico per approfondire.
Facemmo un’esibizione anche nella mia scuola in occasione della festa di Natale. Come suonò la campanella scapparono tutti. Nella sala rimasero solo gli studenti cinesi e il direttore che ci disse:
“E’ stata un’esecuzione… forte”.
L’anno seguente il parroco ci negò il permesso di suonare: l’asilo doveva riaprire. L’ex bassista aveva messo in cantiere un altro bambino e sembrava che in paese molti uomini tirassero giù le culle dal granaio.
Trasferimmo tutti gli strumenti nella mansarda del cantante ma qualcosa si era rotto: un nuovo chitarrista aveva introdotto l’heavy metal. E poi le strane voci che giravano su Jenny erano vere, troppo vere per innamorarsene.
Un po’ alla volta diventammo assenti del tutto, come l’asilo: ora ci hanno costruito sopra una casa a tre piani.

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12 thoughts on “Le strane voci che giravano su Jenny

  1. Fanculo,
    provaci ancora, mettiti in gioco,
    sei invitato ufficialmente a casa Ferrari/Pichler il giorno dopo Natale che sarebbe S.Stefano per il Risiko…il Risiko dell’anno! Ti abbiamo scelto io e la Xeena, le regole: portare una bottiglia di rosso buono, saper giocare a Risiko, saper perdere, e l’Einsatz (non só come si chiama in italiano) é di 5 Euro. Ci stai?

  2. Tra un sorriso ed una rilettura caro Pan, direi che questo tuo scritto potrebbe sottotitolarsi “l’arte del divenire “.

    L’asilo che diventa una casa a tre piani, la musica folk che con un riff di chitarra ben assestato diventa ben presto rock, le voci stesse sul conto di Jenny che da voci, infine si rivelano certezze.

    Me lo rileggo ancora e cerco una lettura seria a tutto questo divenire, ma perdonami se non sono ancora riuscita a trovarla!
    Quando arrivo al punto del nome di battesimo da dare al gruppo e leggo i tre proposti, esce, prepotente ed impertinente, la risata.

    E divertire non è mica tanto una cosa semplice eh! 😀

  3. @Iso: Uh! Che invito interessante. Un tempo mi battevo bene a risiko, con estenuanti battaglie che duravano fino all’alba. Potrei anche procurarmi qualche buona bottiglia di recioto o amarone della Valpolicella ma temo che il 26 dicembre dovrò festeggiare il Natale a casa della suocera. Ed è una partita a Risiko molto dura, molto dura…

    @Sancla: infatti Jenny è morta di qualche “strana” malattia. Ai tempi del complesso teneva nel portafogli la mia foto anche se tra noi non c’era mai stato nulla. Poi non l’ho più rivista, fino a quando qualche anno fa suo fratello mi ha dato la notizia.

    @Elle: bella lettura la tua, “L’arte del divenire”, a questo non avevo minimamente pensato. Di solito scrivo, senza pensare troppo.

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