Al Castello di Dunnottar

Nel mese di agosto ho partecipato all’iniziativa promossa da alcune agguerrite scrittrici e artiste. Da un incipit fornito da Mapi si doveva scrivere un racconto di 4000 battute.

Quello che segue è il mio contributo.

Gli altri racconti partecipanti si possono acquistare o scaricare gratuitamente qui.

Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar…”

Era il nostro ultimo giorno insieme, poi sarei partito per un lungo viaggio che mi avrebbe portato in Oriente. Avevamo molte cose da dirci ed io temevo di non avere tempo a sufficienza.
Perché le onde si frangevano con una potenza tale da allontanare i gabbiani e il sole, che quando ci accolse alla stazione era insolitamente caldo, ora si era nascosto.
Alcuni turisti uscivano di corsa dal castello, salivano su piccoli autobus o inforcavano biciclette cariche di bagagli.
“Ti piace?” le chiesi.
“Sì, molto”.
“Da piccolo giocavo a nascondermi con i miei amici”.
“Là dentro?”
“Sì, tra quelle mura”.
Lei alzò il bavero della giacca, cominciava ad avere freddo.
“Io non lo farei mai. Hanno ucciso e torturato centinaia di persone nei sotterranei”.
Non nascosi il mio stupore.
“Ma è successo quattro secoli fa!”
“Il respiro della morte rimane”.
Volevo dirle che se questo era il suo pensiero, non avrebbe dovuto calpestare quel prato che si era tinto di rosso più volte. Volevo dirle di stare alla larga da numerose piazze europee nelle quali furono giustiziati i prigionieri, gli eretici e le streghe.
Ma non dissi nulla di tutto questo perché era evidente il suo malumore. Forse temeva il mio distacco, il pensiero che me ne andavo per un mese. Forse non temeva nulla, era solo stanca di quella situazione sospesa e cercava un pretesto per risolverla.
“Sai, in questo castello hanno anche girato un film…”
“L’Amleto, ovviamente” rispose piccata.
Restai con le parole in bocca. Osservai il mare e una nave lontana, sbattuta dalle onde. Immaginavo come potevano sentirsi i marinai con lo stomaco che sale e scende all’improvviso.
“Quasi come me” pensai, intuendo che di lì a poco qualcosa doveva succedere.
Il cielo era una cappa viola, si vedevano alcuni bagliori, come se al di sopra delle nuvole qualcuno si divertisse con l’interruttore della luce. Scendeva anche una pioggia fine, quasi inavvertibile perché il vento la portava via ancora prima che cadesse.
“Posso farti una domanda?” disse lei improvvisamente.
“Certo”.
“Perché sei così?”
“Così come?”
“Freddo, distaccato, impassibile!”
“No…non capisco”.
“Non importa, lasciamo perdere. E’ meglio”.
Rimasi fermo, con i pugni in tasca, gli occhi fissi sulla nave sempre più lontana. Poi presi coraggio.
“Perché dici questo? Non mi sembra di essere così”.
“Lo sei da molto”.
“Ma…c’è qualcosa che non va?” le chiesi, quasi incredulo per quel rimprovero che ritenevo ingiusto.
“No, va tutto bene. Sto solo valutando le tue oscillazioni”.
Allargai le braccia.
“Non so, forse ti ho dato questa impressione ma molte volte anche tu mi sembri…”
“Va tutto bene, lasciamo perdere” replicò.
“No, non va bene. Mi hai detto più volte che le mie parole ti fanno paura, ti spingono a scappare. Ora mi dici che sono freddo, distaccato. Come devo essere?”
Era iniziato a piovere fitto e lei corse verso un piccolo autobus di turisti.
“Fermati! Dove vai?”
“Ciao, ti auguro di fare un gran bel viaggio!” disse salendo sulla vettura.
La osservai mentre diceva qualcosa alla guida e passarsi la mano sui capelli bagnati.
Era fuggita di nuovo, come qualche anno prima, senza spiegazioni.
Tornai alla stazione di Stonehaven seguendo lo stesso sentiero, lasciando che la pioggia facesse il suo dovere. Sentivo le lacrime salate scendere lungo le guance, scavare solchi e bruciare. Lenite subito dalla pioggia, che andava ad ammorbidire e chiudere le ferite.
Ad ogni passo rimuginavo su quelle parole, sull’amara sorpresa che lei mi aveva riservato. E cercando di non scivolare, stando attendo a dove mettevo i piedi, trovai la parola che lei avrebbe dovuto usare: equilibrio.
E lo gridai forte, verso il mare, verso la nave che ormai non si vedeva più:
“Non ero freddo e neppure distaccato. Ero semplicemente più equilibrato!”

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31 thoughts on “Al Castello di Dunnottar

  1. @diemme: ci può stare anche il meno equilbrato…in talaltre occasioni.
    @sancla: dimmelo in spagnolo 🙂
    @morena: erano tutti belli i racconti, ognuno con una propria caratteristica.

  2. Era alla talaltra occasione che mi riferivo… volevo esagerare girando anche la prima frase… ma ho preferito “passare”.

    Grazie per voler condividere con noi le belle cose che scrivi, è sempre un piacere leggerti.

  3. Si respira un’aria gotica in questo racconto…sarà per via del castello, della località dal nome altisonante, sarà che tra le righe ho sentito quel vento che tira sul mare del Nord ed ho respirato qualche gocciolina di quella nebbia che tutto avvolge e protegge…

    Il racconto è piacevole, ben scritto, scorrevole, a tratti emozionante e come sempre ci lasci con un finale quasi “aperto”.

    Mi piace quel tira e molla (volontario? involontario?) cui i due protagonisti si sottopongono loro malgrado, un dialogo fatto di “detto e non detto”, di intuizioni (giuste? sbagliate?) che ognuno dei due porta avanti dentro di sè, sino all’epilogo della separazione delle loro strade.

    Non so se la parola finale “equilibrio” sia davvero la chiave che avrebbe aperto certe porte, ma se tu l’hai scelta tra tante, ci deve essere un perchè…un perchè che non deve essere necessariamente svelato…è solo una mia riflessione come nota a margine.
    Bello Pan, bello!

  4. @elle: equilibrio. Sì, se l’ho scelta fra tante è proprio perché mi sembrava la più pertinente. E’ anche vero che condensando il tutto in 4000 caratteri, forse non risulta evidente.

    @barbie: abbozzato su un taccuino rosso 🙂

    @Mapi: malinconico, vero? E anche molto triste.

    @Osolemia: rifletti, rifletti…io continuo a farlo, anche se l’ho scritto.

    @Serena: anche io rimango sempre un po’ perplesso davanti a questi comportamenti. Il guaio è che poi, quando queste persone tornano dopo molto tempo, io rimango ancora lì, solo, come un ebete, incapace di prendere una decisione.

  5. @Serena (*). Mi ha fatto pensare il tuo commento. Io non so a cosa tu ti riferisca, detta così potrebbe pensare che ci si riferisca a qualche partner dileguatosi senza spiegazioni, comunque ho colto l’occasione per meditare su questa tua affermazione; io non sono una che scappa, veramente mai, e non sono una che si sottrae al dialogo, ma decisamente ci sono alcuni casi in cui chiudo la conversazione, in maniera piuttosto decisa e spesso e volentieri definitiva.

    Questo accade soprattutto quando si verificano queste condizioni:

    1) tutto quello che dovevo/volevo dire l’ho detto in tutte le lingue e, nonostante gli sforzi, l’interlocutore non ha capito/voluto capire, o perché le motivazioni sono al di là della sua portata, o perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire

    2) ritengo l’interlocutore in malafede (magari è convinto di non esserlo, e inganna per primo se stesso), e più parla, più funge da prova del nove che la mia opinione è fondata e quindi e inutile stare là a incartarsi.

    C’è un mio amico che dice per litigare bisogna essere in due ma lui, per non discutere, si chiude in un ostinato mutismo che secondo me è una forma di reazione aggressiva: è come dire “alzo il muro, mi metto un tappo in bocca, due nelle orecchie, e con questo ti ho disarmato”.

    Ecco, non è questo che intendevo: intendevo che quando uno si rende conto che le chiacchiere sono a vuoto e che si gira in tondo, tanto vale la pena chiudere la comunicazione e proseguire per la propria strada. E se l’altro vorrebbe ancora parlarci su, è cosa che non mi può più riguardare.

    (*) non conosco Serena, la mia è una considerazione su me stessa di carattere generale.

  6. sicuramente, quando ci si rende conto che le chiacchiere sono a vuoto è meglio interrompere la comunicazione e proseguire per la propria strada. Poi magari può succedere che le strade s’incontrino di nuovo.
    Tuttavia io sono meno categorico. Nella comunicazione in generale, se il ricevente non capisce non vuol dire che sia in malafede o che non ci arrivi, anzi, spesso è colui che manda il messaggio ad essere poco chiaro. Io questo l’ho imparato, fatto mio, dopo un corso di comunicazione aziendale. Insomma, in parole semplici si diceva che se il messaggio non è stato recepito la colpa è di chi lo manda.
    A parte questo, tra due persone è sempre difficile stabilire e distribuire i torti e le ragioni. Di sicuro non possono essere i protagonisti a farlo ma una terza persona.
    In questo racconto la terza persona è il lettore che può costruirsi tutte le sue teorie, inventarsi una storia, decidere perché lei è fuggita e stabilire se ha fatto bene. Nelle mie intenzioni non era così, volevo appunto evidenziare la sua debolezza con l’ennesima fuga senza spiegazioni.

  7. L’atmosfera di questo racconto mi ha fatto venire in mente “Anime alla deriva”, di Richard Mason.
    E contribuisce a dissipare qualche incomprensione tra generi umani, in effetti…
    Complimenti Pani 🙂

  8. Pani… io i corsi di comunicazione li tengo, e continuo a essere della mia idea: certo che il messaggio può essere stato trasmesso male, ma se si prova in un altro modo e ancora non viene recepito, in un altro modo ancora e non viene recepito, etc., etc., etc., bisogna pure avere la capacità di desistere, almeno momentaneamente. Poi, le situazioni cambiano, le persone pure, magari un giorno ci si rincontra.

    Invece sono assolutamente contraria al fatto della terza persona, a volte neanche un terapeuta riesce ad avere una visione chiara: e poi, non stiamo parlando di torti o ragioni, ma di comunicazione, e se uno parla russo e l’altro cinese, non è che uno sia nel giusto e l’altro in errore.

    La terza persona fa solo confusione, perché il rapporto tra due persone possono conoscerlo soltanto loro, e allora le strade sono due: o ci si confida con questa terza persona, violando ogni intimità propria e dell’altro, che è la strada peggiore, soprattutto perché porta l’altro a sentirsi tradito e profanato, oppure detta terza persona non avrà mai gli elementi per giudicare la situazione.

    Pensa solo alla tristezza delle cause di divorzio, quando vengono messe in piazza persino le carezze date nell’intimità, magari nel tentativo di avere un assegno alimentare più sostanzioso!

    *** mi alimento da sola, e passo oltre ***

  9. Non lo so se e’ un buon libro. E credo che il dubbio sia un motivo per leggerlo, voglio dire che per quanto mi riguarda, una cosa e’ davvero interessante quando non mi permette di essere certa di quello che penso a riguardo.
    Contorta, lo so, ma non so spiegarlo altrimenti…

  10. @diemme, la terza persona che intendo io non è un giudice che deve stabilire la ragione. E’ una figura che riesce a vedere le cose con più distacco ed ha una visione neutra. Anni fa “litigavo” spesso con un mio collega e lui concludeva sempre dicendo: “Vuoi avere ragione? Tienila! Vuoi sempre avere ragione tu”.
    Io gli rispondevo quasi stranulato: “ma chi è che vuole avere ragione? Stiamo solo parlando, discutendo… e poi, come fai a dire che io voglio sempre avere ragione? Potrei dire la stessa cosa di te”.

    @petronilla: “una cosa e’ davvero interessante quando non mi permette di essere certa di quello che penso a riguardo”.

    Sottoscrivo, sottolineo, mi piace tantissimo.

  11. Caro Pan, neanch’io intendevo un giudice; quello che volevo dire (che ho detto, piucchealtro… ) è che quando un rapporto è “intimo” (per intimo intendo molto personale, anche tra genitori e figli), o una terza persona – ammesso che sia la personificazione della saggezza e l’imparzialità – viene informata di fatti molto privati (e questo non è gradevole per nessuno), oppure non ha elementi per giudicare.

    Certo, se stiamo parlando di chi ha ragione a un parcheggio, per una spesa di condominio e quant’altro (tiè!), la terza persona può servire a valutare più obiettivamente, ma tra due persone con cui c’è o c’è stato un legame stretto, credimi, la terza persona è maglio lasciarla stare.

  12. Tanto per rimanere in tema di punti di vista, anch’io penso che si sarebbe potuto scrivere meno equilibrato. In questo caso però tutto prenderebbe una piega diversa. Giusto perché così mi sembra che lui sia scemo, e lei pazza.

    Adesso mi sento un po’ come lei. Scappo via anch’io. Bye.

  13. Io veramente intendevo che uno è “freddo e distaccato perché più equilibrato” se la ragione ha avuto la meglio sui sentimenti, ed è “freddo e distaccato perché meno equilibrato” quando invece è in crisi, e questo gli toglie serenità e spontaneità.

  14. @josafat: forse è proprio così, lui è scemo e lei è pazza. Forse no, è il contrario. Dipende sempre da come si vedono le cose.

    @diemme: lei ritiene che lui sia diventato freddo e distaccato. E’ una sua sensazione. Lui non digerisce questo rimprovero e glielo fa capire. Tempo prima era stato riproverato del contrario, di usare parole che facevano paura, in sostanza di troppo affetto. Ragionando, camminando in precario equilibrio sul sentiero ha capito che il suo era solo un modo di porsi forse più guardingo, con meno trasporto ma di sicuro con lo stesso affetto di prima. Insomma, più equilibrato. Questo era il senso che volevo dare. Poi, certo si possono fare più variazioni.

  15. !!Fredda altoatesina!! 🙂 Cerco sempre post romantici, forse perché non riesco a scriverli poi cerco poesia, a volte manco mi ci identifico in quello che leggo peró torno, perché un po’ fanno sognare e sono un cancro quindi romantica, a prescindere 🙂
    Pfiati!!!

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