orrore!

aprile 29, 2009 § 35 commenti

Sabato scorso, mentre camminavo per una via del centro, inavvertitamente ho sbattuto la mano contro la borsetta di una donna. Sempre camminando mi sono voltato per scusarmi e mi sono rigirato subito, non dico inorridito ma quasi.panirlipe_pitti
Se fossi stato una donna un po’ schizzinosa, di quelle delicate ma di buone maniere, mi sarei portata la mano davanti alla bocca e con voce stridula ma soffocata avrei detto:
“Odddio! Che orrrroree!”
Anche la regina Elisabetta II avrebbe reagito così, portandosi la punta di tre dita sulle labbra per nascondere un blurp! e sussurrare:
“Oh my God! She is awful!”
Ho pensato a come avrebbe reagito mia nonna. Lei avrebbe detto:
“Oggesumariasignor! Che sguisso che ho tirà”
Uno scaricatore di porto o l’ubriaco del Bar Centrale avrebbero usato qualche aggettivo poco elegante e forse avrebbero anche apprezzato. Io invece, siccome sono Pan, ho solamente detto:

Uh!”

Perché quella donna era rifatta e come l’ho vista mi si sono proiettati davanti agli occhi non uno ma cento volti, tutti diversi ma con la stessa matrice. Una lunga carrellata di personaggi pubblici, fotocopiati, ricalcati, sovrapposti. E allora, un conto è vedere queste mostruosità in uno schermo televisivo, altro discorso e ritrovarsele davanti al naso. Si reagisce diversamente. Un omicidio in tv ti fa sobbalzare e forse ti ruba un po’ il sonno ma se sparano in fronte al tuo vicino di casa, cominci a farti delle domande. Così mi succede quando sbatto davanti ad un orrore come quello di sabato scorso.

Pochi metri tra Artemisia e lo Spadarino

aprile 7, 2009 § 21 commenti

Domenica mattina l’hotel offriva ai suoi ospiti tre quotidiani diversi e io non ho fatto complimenti, in certe cose sono molto goloso. Dopo una colazione pantagruelica  ho sfogliato il primo giornale, sorvolando rapidamente sulle pagine dedicate al nostro comico nazionale. Mi sono fermato qualche secondo sulla notizia che avevo già visto qualche giorno prima  in rete e che, essendo privo di tendenze voyeuristiche avevo evitato di guardare:  parlo della ragazza di 17 anni frustata perché era uscita con un uomo che non era suo marito.

Ora, premesso che:

  • pur essendoci un video, testimoni e conferme, le notizie sono spesso costruite a regola d’arte e magari, si spera, quella è solo propaganda o controinformazione.
  • non è tanto una questione di religione islamica, talebani o integralisti perché cose simili accadono anche nell’Occidente capitalista e cristiano.
  • a mio parere non esiste alcuna religione, credo, pensiero, etica, morale, uso, tradizione, consuetudine che giustifichi di mettere le mani addosso ad una persona non consenziente.

Concludo che, pur essendo un non violento, nel pomeriggio, quando mi sono trovato davanti a questo dipinto, di una delle più grandi e poco riconosciute artiste italiane, ho pensato che quella ragazza di 17 anni avrebbe diritto di fare questo, non all’estremo, fino alla soluzione finale, ma fermandosi un attimo prima, lasciando sul collo dei suoi carnefici tante cicatrici quante le frustate ricevute: una collana di 34 fili rossi.

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Artemisia Gentileschi: Giuditta e Oloferne – Galleria degli Uffizi, Firenze

Artemisia Gentileschi aveva sfogato con un dipinto la sua rabbia. E’ lei che sta decapitando Oloferne e bisogna andare vicino alla tela per vedere il sangue che schizza sui suoi vestiti, sul seno. E osservare i lineamenti del volto: duri, severi e allo stesso tempo sereni, come solo una vendetta eseguita su carta o tela può dare.

A pochi metri da lì ho trovato un dipinto che mi ha fatto riappacificare con il genere umano e che purtroppo riesco a proporre solo in bianco e nero: quella gonna alzata e quei pochi centimetri di pelle sopra il ginocchio sono tra le immagini più sensuali che abbia mai visto.

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Giovanni Antonio Galli detto Lo spadarino:Dei che bevono l'ambrosia ('Brindisi in Olimpo') - Galleria degli Uffizi, Firenze

Divertimenti#6 – 2°variazione

marzo 12, 2009 § 23 commenti

accappatoio – attesa – insulti

Anche se fuori c’era il sole, e secondo le previsioni questo era destinato a durare, Monica indossò un impermeabile bianco che assomigliava tanto ad un accappatoio. Accompagnato ad un paio di occhiali scuri le dava sicurezza e la faceva sentire una diva.panirlipe_salisburgo
Senza esitazioni entrò nella chiesa parrocchiale e si mise in attesa dietro a due anziane signore. Era l’orario delle confessioni. Il prete che confessava sul lato destro della navata era disponibile ma lei preferiva parlare con don Franco.
Quando venne il suo turno si tolse gli occhiali ed entrò:
“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…dimmi?”
“Padre, sono qui per dirle che sto per abbandonare definitivamente il mio uomo”.
Don Franco ebbe un sussulto. Da una parte la notizia lo rasserenava:
“Era ora che si decidesse a lasciare suo marito, quel buono a nulla” pensò congiungendo le mani. Allo stesso tempo la scelta di Monica lo preoccupava, non si era mai trovato prima d’ora in questa situazione.
“Ci hai pensato bene?”
“Sì, sono convinta. Lui non ha mai provato nulla per me, sono stata solo un gioco nelle sue mani. E’ un povero uomo, incapace di prendere una decisione, di assumersi delle responsabilità. E’ un maiale!”
“Perché lo insulti così pesantemente?”
“Quando si dice la verità non c’è offesa” continuò Monica.
Proseguirono a parlare per alcuni minuti e poi, siccome la fila si faceva lunga, lui fece il rito dell’assoluzione.
“Ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
“Grazie” disse Monica alzandosi.
“Aspetta. Ci vediamo questa sera, dopo il consiglio pastorale?”
Monica, che aveva indossato gli occhiali, se li tolse di nuovo, avvicinò il viso alla grata, cercò di focalizzare il viso del sacerdote e disse:
“Ma allora proprio non hai capito? Il mio uomo eri tu e ti lascio, definitivamente”.

Divertimenti #6

febbraio 27, 2009 § 25 commenti

accappatoio – attesa – insulti

Dopo aver percorso le quotidiane trenta vasche, alternando lo stile libero a quello più rilassato della rana, Sonia salì la scaletta, calzò gli infradito e si tolse la cuffia. Sapeva che in quel momento gli occhi del bagnino erano puntati su di lei, sulla curva armonica che iniziava appena sopra le cosce e terminava all’altezza dell’ombelico. Sapeva che altri due occhi, quelli della sua collega Roberta, puntavano verso i capelli, lunghi, ondulati e ramati, tanto che un giorno le aveva detto:
“Sonia, quando esci dalla vasca sembri la Venere del Botticelli e per me quello è il momento più bello della giornata”.
Sapeva infine che gli occhi di altri uomini erano in attesa e che molti trascorrevano la pausa pranzo a quel modo, sorseggiando un aperitivo e sgranocchiando patatine, come se fossero al cinema o all’ippodromo, pronti ad interrompere ogni attività per osservarla mentre usciva dall’acqua.
Quando andò verso il muretto per raccogliere l’accappatoio, Roberta le lanciò un sorriso che ricambiò con un saluto. Sempre sentendosi osservata e sciabattando nel silenzio rispettoso che come sempre calava in quel momento, si diresse verso gli spogliatoi e fu solo dopo aver fatto la doccia che nella tasca trovò un biglietto piegato in quattro.
Lo aprì, spalancò gli occhi e per un attimo si portò la mano davanti alla bocca per reprimere un grido. Su quel biglietto si susseguivano una processione di insulti:
“Sei una zoccola, una puttana, una …” e continuava così per almeno dieci righe, una sequela di improperi fantasiosi ma impronunciabili, in un crescendo che raggiungeva le più torbide fantasie per poi andare in calando, concludendosi con un’ingiuria quasi classica ed innocente:
“Sei una sgualdrina”.
E fu in quel momento che Sonia sorrise, perché riconobbe la scrittura: solo la sua amica Roberta scriveva la lettera g come se fosse una p.

La Nascita di Venere - Sandro Botticelli, 1483–1485 circa - Galleria degli Uffizi, Firenze

La Nascita di Venere - Sandro Botticelli, 1483–1485 circa - Galleria degli Uffizi, Firenze

Sunday Morning #1

febbraio 8, 2009 § 14 commenti

Sunday morning, praise the dawning
Its just a restless feeling by my side
Early dawning, sunday morning
Its just the wasted years so close behind

Watch out, the worlds behind you
Theres always someone around you who will call
Its nothing at all

Sunday morning and Im falling
Ive got a feeling I dont want to know
Early dawning, sunday morning
Its all the streets you crossed, not so long ago

Watch out, the worlds behind you
Theres always someone around you who will call
Its nothing at all

Watch out, the worlds behind you
Theres always someone around you who will call
Its nothing at all

Sunday morning
Sunday morning
Sunday morning

Divertimenti#2

gennaio 4, 2009 § 28 commenti

Fermaglio telefono marsupio

La segretaria  stava già spegnendo le luci dell’ufficio quando il suo capo, un uomo di qualche anno più giovane, le chiese un piacere:fermagli-colorati
“Giovanna, potresti fissarmi questi fogli con qualcosa? Rischio di perderne qualcuno e sarebbe un grosso guaio. Domani devo leggere la relazione davanti all’assemblea dei soci”.
“Lo faccio subito” disse Giovanna prendendo in mano il plico di fogli che il capo gli aveva messo sulla scrivania. Per quell’uomo lei era disposta a tutto, anche a fare straordinari gratuitamente. Mentre lui conversava al telefono con un cliente o una probabile amante, lei rovistava nel cassetto alla ricerca di un fermaglio.
Cercò nel cassetto ma non ne trovò.
“Va bene amore, fra due ore davanti al teatro. Sì amore, sarò puntuale. No, te lo giuro…sì amore, un bacio…sì, anche io”.
Giovanna, mentre involontariamente sentiva questi scampoli di conversazione cercò la scatola dei fermagli nella scrivania di un collega e poi nel magazzino.
Il suo capo nel frattempo fece un’ altra telefonata.
“Ciao Mara, come stai? No, questa sera non posso. Facciamo domani? Ci vediamo a pranzo…perfetto. Sì, anche io ti amo, sì…un bacio, ciao amore”.
Giovanna fece una piccola smorfia di disappunto e vide incredibilmente crollare l’indice delle aspettative che aveva sul suo superiore.
“Sì, ciao Francesca, se vuoi passo da te ma solo dopo la mezzanotte, ho una cena di lavoro. Va bene, aspettami. Ciao tesoro”.
A Giovanna scappò sottovoce una parola di sette lettere più il punto esclamativo: “Stronzo!”
Si ricordò che nel marsupio aveva alcuni fogli fissati con un fermaglio rosso, lo prese e lo usò per il plico del suo capo. Dopo la terza pagina infilò un foglio sul quale riportò il suo pensiero, scritto a stampatello: “STRONZO!”
“Eccolo qui. Non ho trovato di meglio, ho dovuto usare uno dei miei”.
Lui osservò il fermaglio rosso, alzò gli occhi e disse:
“Giovanna, sei un tesoro. Ti andrebbe di uscire qualche sera?”
E lei non disse nulla, indecisa  se accettare o farsi restituire il plico per togliere la sua pagina, incerta come un fermaglio difettoso.

Divertimenti #1

gennaio 2, 2009 § 20 commenti

Fico Ferroviere Stendipanni

La signora Giardini, come d’abitudine, ogni mattina alle 10,19 si affacciava alla finestra che dava sul retro. Erano due i motivi: quello era il lato più esposto della casa, dove batteva il sole per quasi tutto il giorno e sullo stendipanni che il condomino precedente aveva attacpanirlipe_stendinocato sotto la finestra, lei appendeva il bucato della giornata.
E poi, a quell’ora passava il treno diretto a Venezia, guidato da suo marito ferroviere. Quando sfrecciava davanti a casa, lui dava due colpi con la sirena e lei sventolava un fazzoletto rosso.
Era un attimo, un piccolo fotogramma. Lei vedeva questo lungo serpente strisciare sulle rotaie e lui quel piccolo e sfuocato rettangolo rosso.
E questo era anche un segnale: Giacomo, il meccanico dell’officina sapeva che poteva arrampicarsi sul fico e salire al piano della signora Giardini. E rimanere, fino a quando il sole faceva il giro e andava a riscaldare l’altro lato della casa.

La Scatola Armoniosa

dicembre 11, 2008 § 46 commenti

Era il titolo del primo libri di spartiti, pezzi facili per pianoforte.
Adesso invece, la scatola armoniosa è un contenitore di legno nel quale ho raccolto tutti i piccoli strumenti che prima erano sparsi per la casa. L’idea me l’ha involontariamente data Radha che in un post mi aveva chiesto:
“Oltre al pianoforte quali strumenti hai?”
Così sono andato a cercarli, ho rovistato nei cassetti, nella libreria, sulle mensole, fra i giochi dei bambini, in mezzo a bambole, fucili, pezzi di Lego. Non sono ancora riuscito a recuperare tutto. All’appello manca ancora un Kazoo di legno acquistato al primo mercatino di natale di Bolzano.
Comunque, eccoli qui, in bella mostra.

panirlipe_strumentib

Ovviamente manca lapanirlipe_strumentia fisarmonica, le due chitarre, i due mandolini, il sax di bamboo e la siringa di pan. Quelle mica ci stanno nella Scatola Armoniosa, quel coso ritto in piedi sulla destra, che una volta conteneva una bottiglia di vino buono. Non ho fotografato neppure la melodica, quella tastierina a fiato che usavano a scuola negli anni scorsi. Mancano le nacchere, anche loro disperse chissà dove, e di sicuro dell’altro, piccoli strumenti che ogni tanto risuonano nella mia testa e allora corro a cercarli.

Ci stanno invece benissimo le ocarine provenienti da Grecia, Francia e Perù. I flauti della Turchia, del Nepal e di non so dove. E poi fischietti ad acqua, scacciapensieri, accordatori, carillon, richiami per uccelli, armonica blues, armonica degli alpini, e il flauto traverso di mia moglie esposto per l’occasione.

tagliatella del tronto

tagliatella del tronto

E poi la tagliatella, strumento a corda, simile ad una cetra, souvenir di qualche anno fa. Ci si fa ben poco però mi ricorda la cetra che avevo da piccolo, molto bella e sparita chissà dove. Basta pizzicarla e ci si sente in Oriente, tra elefanti e tigri del bengala, santoni e incensi inebrianti. A volte basta pizzicarla per sentirsi meglio. Insomma, è come una sigaretta o il Ventolin per gli asmatici, dà sollievo.
Quando la guardo mi viene voglia di togliere quella pessima scritta incisa sul legno o di dare una mano di colore. Altre volte mi piacerebbe sciogliere del tutto la corda per vedere quanto è lunga.

corno inglese

corno inglese

Il corno inglese. Quando lo suono la gatta scappa, come se avesse scoreggiato un mastino napoletano. Avrebbe bisogno di una lucidata ma è un oggetto di così poco valore che non merita molta cura. Ogni tanto mi viene la tentazione di uscire in giardino, agghindato come un suddito di sua maestà la regina e strombettare qualcosa. Così, tanto per vedere cosa succede. Magari la mia vicina si mette pure a cantare.

Il sassofono di bamboo, preso al mercatino di Natale di Bolzano nel 1993. La ragazza, quando me l’ha venduto mi disse: “Mi raccomando, trattalo bene”.

sassofono in bamboo

sassofono in bamboo

“Lo farò senz’altro” risposi.
Quasi le usciva una lacrima quando me l’ha dato.
Ogni tanto ci spalmo sopra dell’olio paglierino, qualche volta ci soffio anche dentro.
Sapevo suonare Summertime, poi, non sono più riuscito a trovare delle ance morbide e senza allenamento il suono che produco è simile a quello sopra, quello del corno inglese. Mi dicono che chi suona il sax dovrebbe farlo rivolto verso le ante aperte di un armadio. Forse Serena ne sa qualcosa.

flauto di legno e xilofono

Ed ecco gli ultimi acquisti: un flauto barocco di legno e uno xilofono, direttamente dal mercatino di Natale di Bolzano, anno 2008.
Lo so, potevo farne a meno ma quel legno così ambrato era troppo irresistibile.
E di sicuro ci cascherò ancora.  C’è una piccola chitarra che mi aspetta a Lanzarote da 15 anni e poi c’è un formidabile flauto di legno in tre pezzi che mi ha fatto l’occhiolino 17 anni fa a Munich. Non so se ad attirarmi sia di più lo strumento o la sua custodia. Perchè sulle scatole che ho in casa, di legno o di metallo, potrei fare un altro post.

Racconti Romani: Via Salaria- Fiumicino

novembre 19, 2008 § 31 commenti

“Sulla via Salaria non ci sono più”.
“No, ci sono ancora ma sono vestite bene, non possono stare mezze nude”.
“Ah, sì? Non lo sapevo…”
Mentre osservo la ragazza ferma in una piccola via traversale, ripenso a questo dialogo tenuto da due impiegati qualche ora prima.
“No, non può essere” mi dico, “non può essere una prostituta”.
Cerco di convincermi ma nonostante la mia ingenuità e l’ora insolita, so che quella ragazza dal viso gentile, con gli abiti da tranquilla impiegata, si trova lì in attesa di clienti.
Finalmente arriva il taxi.
“Fiumicino” gli dico.
Ogni volta che dico “Fiumicino” mi viene da ridere perché mi ricordo di una candid camera dove un vecchio signore cercava di farsi dare un biglietto per Fiumicino da un impiegato che si fingeva sordo.
Il taxista è silenzioso, ascolta la radio con l’auricolare. Il mio collega parla al telefono con la moglie, poi fa una telefonata in ufficio, ne riceve un’altra e un’altra ancora. Infine il silenzio.
Io osservo il cielo e il sole che tramonta e mi ricordo di un post di Osolemia che parlava del sole sopra Roma.
Mi chiedo se i tramonti su questa città siano sempre così.
Intanto la strada corre dritta verso est e il sole è laggiù, che dipinge e riempie le nuvole che trovo così bombose, quasi birbanti, a tratti impertinenti. Mi incanto ad osservare questo gioco di colori e il cielo che corre più veloce dell’auto.
Vorrei anche dirlo al mio collega.
“Guarda che cielo…guarda che spettacolo…”panirlipe_aer
Invece restiamo zitti, perché a certe cose si deve sempre assistere in silenzio.
A Fiumicino scopro che lui non si sente affatto bene, la macchina gli fa male. Lo attendo mentre va a rinfrescarsi in bagno e osservo le persone, come faccio sempre quando mi trovo nelle grandi stazioni.
Osservo e scarto:
“No, non è lei. No, non è lei. No, non è lei…”
Ogni volta così, fino a quando salgo sull’aereo o sul treno e mi convinco che il mio sole personale, la persona che aspetto, l’incontro mancato, sarà per la prossima volta.

Roma 07.11.2008

Racconti Romani: 84 – Baseggio

novembre 11, 2008 § 19 commenti

E’ l’ultima corsa: a Piazza Venezia salgo sull’ottantaquattro proprio mentre il ragazzo dai capelli crespi e tinti di biondo aspira l’ultima boccata e poi getta la sigaretta.
La sua amica si siede davanti a me e lui le sta di fronte. Succhia una caramella, forse una liquirizia. Anche se è molto diverso da Tadzio, credo che Gustav von Aschenbac se ne sarebbe innamorato perdutamente, se non altro per i suoi occhi stanchi, eppure così sorridenti. E anche Marthe, con il marito al fronte, avrebbe perso la testa per questa versione romana di Raymond.
“A me piace stare solo” dice e poi non distinguo più le altre parole. Qualcuno scende e qualcun altro sale. Intanto mi chiedo come possa un ragazzo così solare preferire la solitudine e fare luce solo a sè stesso.
“Sono miei, naturali” dice toccandosi i capelli e arrotolando la caramella fra le labbra. “Non ci credi? Ti faccio vedere la foto di quando avevo quattordici anni”.
Prende la carta d’identità dal portafoglio e la mostra all’amica. Ha veramente la capigliatura uguale, solamente un po’ più scura.
“Un giorno li ho tagliati a zero con la macchinetta…e sono cresciuti così. Adesso sono condannato ad averli in questo modo fino ad ottantaquattro anni” dice sorridendo, con gli occhi ancora più luminosi.
Dentro di me gli auguro di arrivare agli ottantaquattro, che poi sono lo stesso numero dell’autobus. Gli auguro anche di tenersi tutti i suoi capelli. Soprattutto gli auguro di trovarsi una buona ragazza. Quella che ha con sé non mi sembra molto interessata ed è pure poco interessante.
Sorride ancora, con gli occhi o con la bocca e quando scende dall’autobus un po’ di luce se ne va.

Roma 06.11.2008

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