La stretta di mano di un ebreo

marzo 17, 2012 § 26 commenti

Mentre ero in attesa che i miei fratelli finissero gli acquisti nel negozio di spezie a fianco, qui, in questo piccolo negozio del quartiere ebraico di Gerusalemme ho preso due Sevivon (in ebraico) o Dreidel (in yiddish) d’argento, tre Hamsa e un occhio, sempre d’argento.
Il negoziante era furbo: gli avevo chiesto quanto costava la mano, quanto costava la trottola, ed era risultato un prezzo uguale a quattordici ma quando gli ho mostrato i miei venti lui ha rilanciato:
“Ti do anche questa trottola e facciamo venti”.
E io ho accettato: tre manine, un occhio e due trottole per venti euro.
Lui stava per rilanciare ancora. Avrebbe voluto vendermi menorah, hamsa ancora più grandi e chissà cosa ma io gli ho detto:
“No, grazie, va bene così”.
E non so come, ci siamo intesi. Ha capito al volo che non poteva andare oltre. Io gli ho dato la mano e lui me l’ha presa e stretta forte, con entrambe le sue.
Il fatto è che in lui avevo visto tutto. La figura dell’ebreo che tante volte ho letto nei libri, nei fumetti, nei film. Ma non l’ebreo ortodosso e neppure quello paranoico alla Woddy Allen. Non l’ebreo del ghetto di Varsavia ma forse quello di Joseph Roth.
Insomma, è difficile da spiegare. Quest’uomo si vede solo di spalle, ha un maglioncino bianco e la kippah. Se avessi avuto molto più tempo, se i miei fratelli si fossero fermati più a lungo a comperare spezie, io avrei continuato a conversare dell’imminente partita di Milan e Inter, anche se me ne importava poco. Avrei parlato e gli avrei chiesto mille cose perché in quella stretta di mano, in quello sguardo, in quel viso ovale e delicato io ci ho visto un mondo di bontà.

Il cimitero di Sandefjord

maggio 19, 2011 § 8 commenti

Quando si viaggia per turismo, o quando si viaggia per lavoro e resta qualche scampolo di tempo, ci sono sempre alcune cose da fare:

  1. accendere il televisore. Negli hotel, come succede in Italia, l’apparecchio è sempre impostato sui canali a pagamento e intrattenimento per adulti. Occorre una certa perizia per uscire dal percorso guidato e trovare le reti televisive in chiaro;
  2. un salto nelle botteghe, non per il gusto di fare shopping ma per vedere cosa compera la gente del posto, osservare come sono disposti i prodotti, i grembiuli delle commesse, le corsie, gli scaffali, la merce. Da quello che mangia la gente si capiscono molte cose;
  3. un salto in tabaccheria, per vedere quali sono le sigarette del popolo, il nome, il colore del pacchetto. Soprattutto, annnusare. In certi posti, è incredibile, esistono ancora le drogherie!
  4. una visita al cimitero,  per vedere la disposizione delle lapidi e cercare di leggere quanto c’è scritto, per approfondire, verificare se in ogni latitudine coloro che muoiono sono sempre state buone persone,  strappate prematuramente all’affetto dei propri cari e poi vedere quale importanza si danno alle proprie spoglie mortali.

A Sandefjord, come in tutta la Norvegia, credo, c’è la buona abitudine di terminare presto il lavoro, per cui, venerdì pomeriggio le botteghe erano chiuse, il centro commerciale pure, il museo delle balene mi ha concesso una rapida visita di quindici minuti… mi è rimasto solo il punto 4 da approfondire.

Un bel cimitero, con le lapidi disposte quasi a caso, sparpagliate. Niente di monumentale, semplici pietre affogate nella terra, nell’erba.  Poche scritte e sembra quasi che chi è seppellito si stia scusando per il disturbo arrecato. Un cimitero vero insomma.

Infine, ho avuto ancora una volta la conferma che i nostri palinsesti televisivi sono tutti appiattiti su culi, tette e trasmissioni ipnotizzanti.
Da quelle parti invece, esiste ancora questo:

Pasqua a Padova: Kenny Random

aprile 25, 2011 § 11 commenti

Mi sono chiesto? Vale la pena spendere 25 euro per il biglietto famiglia e visitare la Cappella degli Scrovegni? Uhm…forse sì, forse no. Ultimamente sto deragliando verso il no perché sono stanco di questa cultura che chiede sempre più soldi e offre agevolazioni ridicole per le famiglie. Se continua così finirà che non spenderò più un centesimo nei musei italiani. Mi dedicherò solamente alle entrate libere, ai monumenti all’aperto, alle piazze.

“La Cappella è qui, mica scappa via” mi sono detto. Quello che rischia di andare perso è qui sotto.

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Un sorriso ti salva la vita

agosto 6, 2010 § 30 commenti

Il sorriso. È quello che ti ha salvata. Se non avessi visto il sorriso, così generoso, spontaneo, frequente, nell’ipotesi che io diventassi il padrone assoluto della Terra e dovessi ridurre considerevolmente i suoi abitanti, ecco, non ti saresti salvata.
Invece, dal sorriso è poi partito tutto: la bellezza del viso, la linea snella, la simpatia.
Ed è così che parcellizzo le mie richieste:
“Due etti di speck”.
E ti osservo mentre tagli le fette, le avvolgi nella carta e poi le pesi.
“Altro?” chiedi con l’accento tedesco, addolcendolo con il sorriso.
“Un po’ di questo formaggio dolce…prags…be’, questo” dico indicandolo con un dito.
Prendi la forma e mi dici il nome corretto. Oggi ti sei quasi spezzata un’unghia per sollevare la forma.
Ci punti sopra la lama del coltello, mi chiedi se la quantità va bene e io rispondo sempre:
“Sì, va bene”.
Ma non può finire tutto così in fretta e quindi ti chiedo un pezzo di un altro formaggio, questa volta saporito e poi del pane, qualche pagnotta bianca e poi del pane di segala.
Infine dico basta, tu mi dai il tutto, ci aggiungi un altro sorriso e un augurio di buona giornata.
Un sorriso che ti ho visto replicare anche alla fermata dell’autobus, seduta sul muretto
Sì, se fossi padrone della Terra e dovessi essere spietato, con te sarei più che magnanimo.

La Luna di Sarima

aprile 16, 2010 § 17 commenti

La luna ha una circonferenza di 2 413 402 km, dista circa 384.000 km  dalla Terra ed  è coperta da 30 000 crateri. Mi piace pensare che da giovane abbia subito dei bombardamenti ormonali e sviluppato un’acne così micidiale da lasciarle il segno.

Qualcuno crede che abbia notevoli influssi sull’uomo, sugli animali, sulla Terra in generale. Io ho finito da tempo di chiedermi se sia vero e quanto.

Il regalo di Sarima

Mi piace anche pensare che in inglese il suo nome è dolcissimo: Moon. Pure in italiano suona bene, due sillabe prive di asperità.

E sentitelo in finlandese: kuu. Non è dolcissimo, anche se inizia con la kappa?

Invidio gli antichi, che provavano per essa ammirazione, timore ed erano capaci di dedicarle poesie cosi semplici da affogarci dentro, come quella che ho riportato qui.

Invidio anche gli uomini del futuro che magari potranno andarci a trascorrere il weekend con la stessa facilità con cui io vado a Vema .

Ma per ora, nell’attesa di trovare un buco spazio temporale, mi godo questo regalo di Sarima, arrivato proprio così, bello pronto da appendere.

La cellulite in faccia

marzo 26, 2010 § 25 commenti

Ieri sera, nei pochi minuti in cui il televisore poco funzionante e mal ricevente era sullo stato di ON, ho scoperto che la cellulite è una malattia. Lo dice la Somatoline.
Se ne avessi il tempo potrei dilungarmi e parlare di tutti quei malesseri, inestetismi o deficit del tutto normali in un fisico ma che le case farmaceutiche definiscono malattie, in modo da far nascere l’esigenza di un medicinale adatto.

Ma questo tempo non ce l’ho.
Se fossimo in un paese, non dico normale ma PANizzato, ci sarebbero orde di donne agguerrite che partirebbero a plotoni, disposte come gli antichi legionari, dirette senza esitazioni verso il responsabile marketing della Somatoline, e poi dal loro amministratore delegato e poi dalla web agency che ha confezionato lo spot, e poi da tutti i corresponsabili.

In un paese PANizzato ci sarebbe una pomata da spalmare sul viso di questi furfanti, una pomata che farebbe crescere la cellulite, dentro e fuori, senza rimedi.

Tagli di Tempo

gennaio 27, 2010 § 6 commenti

Con lo stomaco ben stipato di foie gras
e quella musica che sembra incerta di sé,
e poi quel brivido da disfatta
e la luce malinconica che fa da sfondo,
ascolto i tracolli armonici
preludio di dubbi impensabili.

Nell’accorpare e stringere i ritmi,
trovando sempre soluzioni non devote
recupero visioni dove i paesaggi
sono meno ciclopici e più addomesticati,
governati sul piano della cottura
e tagliati severamente a stringere il basso.

E dondolando tra le cristallerie astrali,
votato ad un’ispezione capillare di emozioni
ti distendo lasciando affiorare
le memorie gustative dell’infanzia,
la pelle così trasparente che indovino
l’intricata ramificazione dei percorsi venosi,

sguardi oltraggiati dalla purezza
e soggetti a disciplina oratoria.
E dunque alla fine,
non imitativo ma per sintonie sentimentali
precipitiamo su tavole armoniche
fermandoci prima dell’impatto.

22-03-2006

Quando le donne erano uniche

agosto 24, 2009 § 48 commenti

Mi è bastata la visione di un film (Australia) per dire:
“Uh! Ma chi è quest’attrice? Ride come la Parietti e poi anche come la Marini e ha gli stessi zigomi della Brigliadori, le stesse espressioni della Gruber…uh! Ma guarda un po’…è Nicole Kidman.
Sì, insomma, anche lei si è fumata il cervello e tutta l’originalità che aveva  è andata a farsi benedire.

Mi è bastata la visione distratta di un film di Truffaut (Effetto Notte) per dire: “Ah…guarda come erano belle le attrici, una volta. Tutte incantevoli, uniche, singolari, da innamorarsene”.

Da oggi non prenderò più in considerazione i film prodotti dagli anni novanta in poi.

Before to leave

luglio 3, 2009 § 15 commenti

L’ultima volta è stato nel 2002 e per farlo ero andato da un barbiere piuttosto originale, un uomo all’apparenza burbero e spiritato ma che nella sua bottega accoglie tutti senza distinzione. Infatti è il barbiere preferito dagli extracomunitari. Un artigiano che lavora come una volta, pochi arnesi, rasoio a mano libera, un po’ di lacca dozzinale o cremina. Ma vederlo all’opera è uno spasso come lo sono i suoi discorsi e le pause che fa tenendo in mano il rasoio e spalancando gli occhi. E poi si chiama Ugo e al giorno d’oggi c’è poca gente che si chiama così. Qualche volta ci ho portato mio figlio mentre io mi sono sempre arrangiato con la macchinetta. Avevo preso un’abitudine: prima di partire ci si fa un bel taglio monacale.panirlipe_panirlipe
La prima volta è stato il giorno del mio matrimonio, la sera stessa, con la pancia piena per il pranzo e l’automobile già carica per il viaggio. Mia cognata ha affondato la macchinetta fra i capelli facendo scoprire alla cute che esiste anche la luce. Ma la consuetudine del taglio è arrivata dopo, negli anni successivi, quando l’anoressia tricologica non richiedeva l’intervento di mani esperte.
Oggi stavo per adempiere questo rito. La macchinetta giaceva da dicembre dentro l’armadietto del bagno e per l’occasione l’ho smontata, pulita e oliata. Mentre facevo questo è arrivata mia moglie.
“Tutto il tempo che hai impiegato per farli crescere…”
“Hanno già vissuto troppo”.
“Non ti farai mica uno dei tuoi soliti tagli?”
“Cosa vuoi che faccia? La permanente?”
“Non sembri neanche normale quando ti tagli i capelli così”.
Mentre continuavo a pulire la macchinetta, incurante delle sue osservazioni, ascoltavo quello che diceva mentre preparava le borse.
“Sembri un militare”.
Spallucce.
“…un nazista…”
Spallucce.
“Con quei ciuffi che ti lasci, una coda più lunga, un becco qua, una punta là…ma vai dal barbiere e fatti un taglio serio!”
Spallucce.
“Be’, io non ti guardo neanche in faccia, mi giro dall’altra parte, fingo di non conoscerti”.
Spallucce.
Nel pomeriggio, dopo una doccia e uno shampoo, sono uscito, ho fatto quattro passi e ho trovato Ugo seduto sullo scalino, davanti alla porta d’entrata.
“Che si fa? Non si lavora oggi?”
Lui ha spalancato gli occhi:
“Se vieni dentro lavoriamo”.
La sua bottega è l’esatto opposto di un salone di bellezza, credo che in quarant’anni non abbia mai modificato nulla.
“Come li facciamo? Regolari?”
“Uhm…si, regolari…veda lei. Devo andare al mare”.
“Allora li facciamo corti”.
“Sì, belli corti”.
E’ invecchiato Ugo, ormai ne ha settantacinque e per togliere il grosso ha iniziato ad usare il rasoio elettrico. Poi, per le rifiniture prende la macchinetta a mano, le forbici e il rasoio a mano libera. Ti spalma un po’ di crema sul collo, toglie i peli matti e poi pulisce la lama su un quadratino di carta igienica. Infine, con una pompetta rosa  spruzza  del borotalco.
Ha fatto una prima pausa per andare verso la vetrinetta, ha preso in mano delle forbici, ha osservato un flacone di lacca e poi è tornato da me. Era un falso allarme. Poco dopo è ripartito, è andato nel retrobottega ed è tornato asciugandosi le mani.
E’ invecchiato Ugo. Ha vinto un tumore all’intestino, ha sepolto sua moglie ma forse ha dei problemi con la prostata. E poi i bambini di colore della bottega vicina vengono a fargli i dispetti. Lui reagisce sgridandoli ma non sai se fa sul serio o se si diverte.
“Vanno bene così?”
“Benissimo”.
“Ci mettiamo sopra qualcosa? Della lacca o della cremina?”
“Uhm…no, tanto ormai c’è poca roba in testa”.
“Uh…pazienza e rabbia insieme”.
“Eh…lo diceva anche mia nonna: pazienza e rabbia insieme”.
Qualche chiacchiera, gli auguri di buone ferie e un’occhiata ai bambini di colore che gli fanno le linguacce.
Ugo dice che nonostante la pensione continua a lavorare.
“Cosa devo fare? Resto a casa ad aspettare la morte?
Continuo i miei quattro passi facendo un giro largo, pensando che forse per un po’ di tempo dirò addio alla macchinetta. Infine rientro.
“Oh! Finalmente, guarda che bella testina”.
Spallucce.

Sbreghi sghembi

giugno 19, 2009 § 15 commenti

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millamilla sui tetti

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cambio d'abito

E dunque
l’inalterabile ti annoia.
In volo su torri diritte
e rette lunari prosegui l’indugio
di chi ora concede e ora rifiuta,
scivolando sul  piacere del transitorio
senza attaccamenti.
Incedi tra cromie mistiche
stemperate su accordi freschi di
basilico e lavanda
ed è alla fine ma non solo
a me solo infine
che offri sbreghi sghembi su gambi di pelle,
un sogno cosmetico ambrato.

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