Scusate il disturbo,
in questa depressione
di nervi e affari
non sono qui per denaro.
Ho bisogno di quattro mani
due da tenere in tasca
le altre per girarci i pollici
o riempire gli scalmi.
Datemi quattro gambe,
due da accavallare
le altre per stare in piedi.
Non chiedo denaro,
ma due cuori
uno per innamorarmi
e l’altro ancora,
uno che assolva le sue funzioni
l’altro che sanguini.
Se offrite la vita
ne prendo dieci
e forse mi bastano
direi.
Una per affrontare
l’inverno a petto nudo,
una con i capelli lunghi
e i bigodini in testa,
una a mangiare cocomeri
e sputare i semi ai piccioni,
e poi
in successione:
una vita da curato
negro
monaco guerrigliero
lustrascarpe
puttana
becchino
e poi l’ultima vita
per tornare qui
scusarmi per il disturbo
in questa depressione
di nervi e affari
e chiedervi quattro mani
due da tenere in tasca
e le altre pure.
22/03/04
Di primo impatto leggendo questi tuoi versi mi è balzata in testa subito una parola…inquietante.
Un pensiero che si gira e si avvita su se stesso e che progressivamente accelera nel compiere questa rivoluzione…ecco ho avuto come l’immagine di qualcosa in movimento, che parte piano sino ad arrivare alle massime velocità consentite…
Una specie di ottovolante, quelle ruote enormi dei luna park che col loro moto inquieto e costante girano, girano, girano vorticosamente…
Ma ho anche provato quel vuoto allo stomaco proprio delle montagne russe nel leggere di quei due cuori…uno per innamorarsi ed uno con la funzione da organo che sanguini…
Devo riprendermi un attimo…mi gira ancora la testa…
è così disturbante?
il disegno racchiude l’essenza delle parole che come note escono dalla stessa bocca e dividendosi prendono strade diverse e incontrarsi mai. Essere uno, nessuno, centomila. Il desiderio mai appagato, la ricerca sempre di qualcosa d’altro, avessimo 4 mani ne vorremmo otto ma poi alla fine non ci starebbero nelle tasche.
Bella veramente questa poesia!!!
Ciao Lucia
Disturbante???
Pan, leggi bene, io ho detto che mi girava la testa non che mi hai fatto venire il mal di testa…
“la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare…”
E poi in quei tuoi versi c’è tutto quel ritmo sincopato di cui parlavamo da me…come potrebbe non piacermi?
@Lucia: il disegno è anche uno sfogo, come dice il titolo. Il cantante che erutta note e parole che prendono strade diverse. E le dice con rabbia, o con vigore.
@elle: non ho pensato che non ti piacesse. Ma sono rimasto sorpreso del fatto che dovessi riprenderti. Però non è molto sincopata, come intendo e vorrei che fosse. Del resto, non sono un poeta.
La vorresti ancora più sincopata?
Capisco, non ti bastano i giramenti di testa…tu miri al cuore!
no, intendo più sincopata nel ritmo, nel gioco delle parole.
Pan…avevo capito che parlavi del ritmo
…giocavo
uh! Ma io avevo capito che avevi capito. Quasi quasi un giorno ci faccio una variazione su questo scritto.
Rimango perplessa sulla terzultima vita, quella da puttana.
Io la farei da ultima così eviterei di sprecarne una per scusarmi!
buon w/e
sarebbe una canzone perfetta. a quando la musica a sottolineari il testo?
ma l’ultima vita serve solo per scusarsi per il disturbo, non per quello che si è commesso nelle vite precedenti…
comunque è un’idea da tenere in considerazione
@osolemia, non sono un bravo compositore di musica. Quando ci provo scrivo solo nenie. Per questa andrebbe bene una buona chitarra, ruvida e gracchiante.
Manca il mio commento… che dirti Pan, è bellissima, mi ha lasciato senza parole. Anch’io la definirei inquietante, ma non sono entrata nel merito di ogni singola frase o parola.
E’ bello leggerla così, dà l’idea di quanto problematico sia vivere.
*** e questo lo sappiamo anche senza soffermarci a pensare. ***
l’intento era proprio questo (anche se ormai sono passati quattro anni da quando l’ho scritta): qualcosa che sembra scritto di getto e colpisca subito, senza impegnarsi troppo a pensare.
Mi piace leggerti ma non voglio leggere i commenti e poi invece una sbirciata l’ho data, insomma non ho niente di poetico e sensato da dirti tranne che é stato un piacere leggerti.
A me piace un sacco far morire i post insieme ai loro commenti…dimenticarli, perché quello che ho scritto era il pensiero di quell’istante e poi voglio che cambi ancora. Tu l’hai pubbilcato a distanza di quattro anni, pensi come allora?
Posso rispondere al posto di Pan, che poi eventualmente potrà smentirmi? Penso di sì, altrimenti non l’avrebbe pubblicato.
Io ho scritto tante poesie, e non le pubblico perché non le sento più mie: ma poi, nel corso della vita, mi è capitato di riprovare gli stessi stati d’animo, e quelle delle mie poesie erano esattamente le parole che li esprimevano.
*** Ed è stato allora che le ho tirate fuori del cassetto ***
@Xeena: anche se in passato ci ho provato non mi sento molto poeta quindi ogni parere, ogni critica, qualsiasi parola è sempre ben accolta. Io rileggo a fatica quello che scrivo e spesso, una volta stampato sento che non è più mio. Anzi, provo quasi una forma di disgusto, nausea, odio.
Questo, che ho postato a distanza di quattro anni è proprio come uno sfogo della pelle. Ogni tanto ritorna. Poi, con il tempo e qualche pomata se ne va. Quindi sì, succede ogni tanto di tornare indietro e ripensare allo stesso modo. Sono attimi brevi. Per il resto si progredisce.
@diemme: “non le pubblico perché non le sento più mie”. Chissà se succede così anche ai pittori, fotografi, musicisti… Forse no. La scrittura è qualcosa che rivela se stessi in profondità maggiore, senza filtri.
Pani, nelle mie poesie c’era tanta tristezza, e tanto dolore. Poi la mia vita è diventata a mano a mano più serena, e più felice, e io in quel dolore non mi ci rispecchio più: certo che quegli scritti mi rivelavano in profondità, ma rivelavano la me di quel momento, che grazie al cielo non è più quella, se non occasionalmente.
Ho letto prima la risposta che hai dato ha me, cui ho scritto questa replica, e poi quelle che hai scritto per Xeena, e mi sono resa conto con sorpresa che abbiamo espresso gli stessi pensieri, con una differenza: tu dici che non senti più tuo quello che vedi stampato, io non sento più mio quello che rileggo a distanza di tempo, con uno stato d’animo diverso.
Ma, esattamente come hai scritto tu, “succede ogni tanto di tornare indietro e ripensare allo stesso modo”.
ecco, io sono un po’ diffidente verso la poesia perché mi sembra un ricettacolo del dolore. Quando seguo qualche premio, qualche manifestazione di poesia, vengono sempre esaltati quei versi che parlano di morte, tristezza, dolore. Oppure quelli incomprensibili, indecifrabili.
Sembra quasi che l’allegria non sia concessa. E la leggerezza pare un’offesa.
Bolzano é bella e romantica non smettere di sognarla
rinnovati i segni…
le pietre
di mare
sottolineano distanze
intrigo da rag/giungere
le pietre
di fiume
levigate ed inquiete
frizzano di sorgenti
le pietre
di terra
rotolano ai nostri passi
dando spazio
al respiro dell’erba
le pietre
di cielo
illuminano venature,
visioni
in riposo.
ed il vento scapiglia
i capelli del mondo.
dove,
dolore e morte
nel soliloquio
di occhi serrati?
e le mani..
le mani
toccano
sfiorano
muovono
un incedere di segni,
vita!
sì, ma le mani sono anche segno di morte. Dipende dal loro uso. Vedi la dea kalì…ne aveva quattro, due per purificare e due per distruggere.
Mi piace però questa poesia sulle pietre.
…per dirti che anche le pietre sanno essere gioiose e movimentate, un pò allegre di spirito e d’occhio, dipende sempre da come guardi le cose.
le mani distruggono, tutto può distruggere, se così intendiamo, ma è il mutamento che ci porta in avanti, anche alle spalle di anni, perchè no? bisogna giocare nel vivere, e lottare vivendo. ciao! api.
concordo. E io ho un debole per le pietre e i sassi, soprattutto quando sono tondi e possono muoversi più agevolmente.
bè, da me sono parecchio lavorati dal vento, ma si trovano anche quelli belli rotondi e lisci che si spostano con delicatezza, senza bisogno di autocelebrate forze..
me intiende, pani? ciao! api.