Uno dei tre uomini mi chiese: “Quale vuoi?”
A me sembravano tutti uguali e non sapevo quale scegliere.
Mi trovavo in un laboratorio dal soffitto altissimo, un edificio che con tutta probabilità doveva essere stato una stalla, qualche decennio prima. Le interiora dei pianoforti erano accatastate da un lato mentre i loro mobili dall’altro.
“Ti consiglio questo” disse il signor De Vecchi mostrandomi uno strumento che presentava una forma abbastanza riconoscibile e paragonabile ad un pianoforte.
“Dobbiamo solo dargli il colore e incollare qualche cornice. Ti piace questa, sottile e tonda?”
Il signor De Vecchi era un artigiano che acquistava pianoforti di terza mano in Germania. Partiva con un camion vuoto e ritornava dopo un mese con lo stesso pieno. A quel tempo per me la Germania era qualcosa di buio e misterioso. Per arrivarci bisognava attraversare la Foresta Nera e restare via parecchi giorni. E se il signor De Vecchi affrontava un viaggio del genere per acquistare vecchi pianoforti, un motivo doveva esserci. E forse anche più di uno.
“Vuoi la tastiera di plastica o di avorio?”
Vedendomi incerto la scelta la fece lui:
“E’ meglio di plastica, costa meno e i tasti non diventano gialli”.
“Ma che fine hanno fatto i tasti originali?” chiesi incuriosito.
“Mah! In Germania ci fanno le dentiere per gli animali da compagnia e forse anche per le mucche da latte”.
Io strabuzzai gli occhi, come feci quando venne la mia insegnante a provare il pianoforte.
“Dovevi chiedere a me! Ti portavo io nel negozio giusto. Questo strumento non durerà a lungo”.
Sono passati venticinque anni e il pianoforte è ancora con me. Abbiamo traslocato due volte e subìto qualche riparazione. Da un decennio non chiamo l’accordatore e cerco di arrangiarmi da solo. Gli accordatori non sono gente normale: il primo indossava delle scarpette rosa mentre il secondo era logorroico, appassionato di formula uno ma soprattutto suonava in un locale per spogliarelliste.
Quando non mi esercito per molto tempo le corde si rattristano. Me ne accorgo appena inizio a suonare: sembrano delle educande al loro primo incontro galante. Hanno quasi paura a farsi toccare, non rispondono, esitano. Anche l’odore del mobile, quando scopri la tastiera, non è dei migliori: profuma da sacrestia, da casa costruita in tufo.
Dopo qualche giorno si lasciano andare, il suono diventa corposo, pulito. Tutto lo strumento interagisce, anche il mobile emana un buon profumo. Dovessi descrivere questa sensazione con un’immagine prenderei una ragazza dai capelli lunghi e i seni scoperti, affacciata ad una finestra sul mare. Poi, dopo un uso costante, le corde si stancano. Lo si avverte dal suono: qualche corda stride, un martelletto scricchiola, il pedale del forte s’allenta. Sembra quasi un’amante stanca.
Tra i nostri ricordi più belli c’è una notte d’agosto del’98, quando mi alzai e approfittando del fatto che in casa non c’era nessuno, suonai in perfetta solitudine per qualche ora. Sul pianoforte, sotto il leggio, c’è una targhetta d’ottone con inciso il nome del costruttore:
J.Reissmann Kgl.b. Hoflieferant Nurnberg
A seconda delle musiche immagino che il pianoforte sia appartenuto ad una bambina della Baviera, con le trecce bionde e i piedi che non arrivavano ai pedali; oppure ad un gerarca nazista scampato al processo di Norimberga. Periodicamente, quando lo smonto per pulirlo o ammorbidire i feltri dei martelletti, ripenso a quell’edificio pieno di interiora e quarti di pianoforte. Controllo sempre l’interno, gli spazi fra l’arpa e la struttura di legno nella speranza di trovarci qualcosa, un segno, un segreto. Poi, prima di chiuderlo, lo pulisco con delle lozioni di mia creazione a base di lavanda o melissa.
E pulisco anche i tasti, non si sa mai, un giorno potrebbero andare bene per la dentiera di qualche cavallo.

ecco, sono bellissime alcune digressioni che ci regali durante la lettura. tutte da gustare e da assaporare infilandocisi dentro. confortevoli. questa storia dei denti finti d’animali, poi, è geniale, come quella degli oggetti nascosti in un angolino remoto dei vecchi pianoforti. Grazie di queste belle letture. Un saluto pomeridiano Mapi
non pensavo che dietro la struttura di un pianoforte si nascondessero tante storie! è una goduria leggerti! Ciao Lucia
In effetti, quando parli dei pianoforti, è come se prendessero vita.
É veramete bello leggere di questo legame tra te e la musica, tra te e il pianoforte. un salutino e buon weekend!
@mapi: grazie, come sempre
@Lucia: credo che tu sapresti fare altrettanto con un altro soggetto, la bicicletta rosa, per esempio…
@Dm: ma il pianoforte è vivo di suo. Dovrei provare con qualcosa di più difficile.
@maki:è un legame molto equilibrato, anche se non sembra. Anzi, spesso, alla musica preferisco il silenzio
Hai cambiato foto!
sì, versione barbudos, ma fra poco la cambio
Leggo con piacere questo tuo nuovo post dedicato al pianoforte…la saga continua…
E’ vero ciò che hanno scritto gli altri, cioè che quando parli di musica e del pianoforte in particolare, è come se esso prendesse vita, come se vi deste vita e voce l’un l’altro…mi è sembrato quasi di vederti mentre suonavi in quella solitaria notte d’agosto del 98…
E mi piacerebbe sentirti suonare, sono certa che verrebbe fuori l’anima di Pan…hai mai pensato a registrarti e trasferirne qui un piccolo assaggio?
sì, c’è un piccolo assaggio tra i primi post ma il suono è così distorto e steccato che non rendo giustizia al mio piano e neppure alle mia capacità.
In realtà il mio è un vizio solitario, suono per me stesso. Se avessi imparato a cantare e se fossi meno timido forse sarei riuscito, riuscirei, a dare di più.
Allora non lo vado nemmeno a cercare, se mi dici che non è rappresentativo, mi fido e attendo che, prima o poi, tu decida di concederci il bis…
Dai, suonala ancora Pan
ma non sono neppure attrezzato per filmare. Quello che ho inserito l’ho ripreso con la macchina digitale ed è un preludio di Chopin. Per quello ci vorrebbe un pianoforte con la P maiuscola, in grado di sostenere i pianissimi. Il mio piano invece è piuttosto malconcio, con qualche rattoppo. Andrebbe bene in un saloon o per suonare qualcosa di meccanico, poco espressivo, un ragtime per esempio.
MI piace l’idea del saloon… da me abbiamo attrezzato un salotto, da Elle una sala da tè, da Ema una veranda sul mare…. quindi direi che qui un saloon ci starebbe alla grande!
*** Giusto per vivere più vite ***
basta che non sparate sul pianista…
Per carità… io amo la musica e i suoi portavoce: e poi, ormai dovreste saperlo, sparo solo su colleghe e vicine!
*** Non sparo neanche sugli ex… ***
tu che fai? balli sul palco al ritmo del can can?
Almeno dimagrirei in modo più simpatico… non mi dispiace l’idea…
credo che ci sia qualche musica con effetti dimagranti. Ma secondo le ultime scoperte scientifiche, dimagrire è difficile perché le cellule grasse sono immortali. Così dicono. A me fa ridere questa presunta “immortalità” del grasso.
Che strano, quando racconti queste cose, mi sembra di andare indietro nel tempo, a quando mi chiudevo in soggiorno e solitario, strimpellavo come un forsennato, poi veniva mia mamma e le chiedevo qualche dritta sugli accordi in diminuita…
Quanto tempo è passato.
Pan continua, mi fai sentire a casa mia.
Io pure ero felice quando suonavo il pianoforte… come una forsennata.
*** Un sogno durato troppo poco… ***
potete sempre riprendere a suonare, o no? Io conosco gente che ha iniziato a 70 anni.
Ma io continuo a suonare…in casa mia suoniamo tutti, pianoforte siamo in quattro, chitarra siamo in tre, di cui uno diplomato al conservatorio di chitarra classica, fisarmonica uno, e strumenticchi vari, solo che il tuo racconto mi riportava a quando ero bambino, a quell’atmosfera, devo dire anche molto piacevole da ricordare.
Sarà forse il tuo modo di raccontare, non so, fatto sta…
la fotografia sugli accordatori è decisamente corrispondente!
anche se spesso chi suona nei locali da spogliarelliste non è detto lo abbia scelto davvero…
quando si impara a suonare…è come nuotare. E’ solo questione di esercizio.
Gli accordatori sono decisamente personaggi pittoreschi, anzi, svitati. Ma credo che anche questa professione stia decadendo, come quella degli spazzacamini
Nei saloon era vietato sparare quando suonavano bravi pianisti … la musica toccava il cuore anche di rozzi omaccioni dai timpani raggrinziti dal piombo e dal rumore dei proiettili (e forse anche dai gemiti di chi, esangue, si sdraiava lungo lungo sulle tavole di legno del pavimento, mentre chiedeva e trangugiava l’ennesimo, ultimo wiskey)…
I tuoi “tales” mi scatenano un moto energico di fantasia, forse, data l’ora, farei meglio e riservare ai miei sogni privati tale fantasia e liberarti dalle mie fanciullevoli sciocchezze
salutiiiii
sembra quasi che tu ci sia stata in un saloon
qualche anno fa, in norvegia, sono entrato in un bar chiamato Picasso e lì c’era un pianoforte vecchio e malconcio. Fuori c’era la neve e dentro il bar l’ambiente non era proprio da far west. Ma da klondike sì. Tutto di legno, anche le tavole sul pavimento, con segatura e neve infilate fra le fessure.
forse ci sono stata in una vita precedente, magari anche coma barwoman, così potevo osservare tutto da posizione privilegiata. anche se … forse ho solo visto qualche film di bud spencer e terence hill quand’ero piccola……….
:D
ciao ciao
barwoman…che strano, non l’avevo mai sentita. Suona anche bene. In quel bar-tavola calda norvegese la barwoman era piuttosto minuta. Forse dietro al bancone teneva un grosso fucile. Forse un giorno ci scriverò una storia.
bar-woman non so se esiste, l’ho inventato io al momento perché sono femminuccia e mi pareva brutto dire bar-man ;). in un’altra vita, magari quella seguente, andrò sicuramente in norvegia, in svezia, in finlandia… un sogno che ho da quando ero piccola e la maestra mi incantava con la descrizione dell’aurora boreale. correrò anche il rischio di trovare un barman armato in uno dei peggiori bar di oslo …
e in un’altra vita ritornerò anche a suonare il pianoforte, leggevo che sai di gente che ha iniziato a 70 anni.
però non farmi aspettare una vita per la storia della barwoman norvegese, scrivila presto!
questa bar-woman sta diventando troppo intrigante, devo pensarci seriamente a scrivere qualcosa
scrivi scrivi!
così
io
leggo leggo!
senza pianoforti però, altrimenti divento pesante…
va bene, cambia tema tanto io leggo quand meme (significa: lo stesso… scusami ma non so se conosci il francese.. forse lo conosci pure meglio di me, però, ecco, io sono scrupolosa e traduco)
il francese l’ho studiato da piccolo…ma non lo so. Però una bar woman norvegese che canta in francese non sarebbe male
ah aha aha ah! così poi ci perdiamo nei particolari delle stonature, di note prese un po’ così e delle sensuali erre dei francesi!
che però bevono champagne e non spumante…vabbe’, terremo buono anche questo, magari con un piatto di lumache. E’ l’effetto globalizzazione: un bar woman dotata di pistole, dietro il bancone di un bar della fredda norvegia che canta e parla in francese e serve un piatto di lumache. e magari, di sottofondo della musica bavarese
…ed io ordinerò anche una fetta di sacher-torte (per i cannoli siciliani quella non è la latitudine esatta!)
effetto very global e da cittadini del mondo. bello, un’esperienza…. “fusion”!
io la globalizzazione l’ho scoperta cinque-sei anni fa alla festa del Marrone, cioè delle castagne. In un paesino di montagna dei monti Lessini c’era un chiosco gestito da una tedesca. Vendevano piadine e trasmettevano musica giamaicana.
decisamente esperienza fusion anche questa!

una global-con-fusion…….
lo scorso anno, in trentino, per allietare le serate dei villeggianti la pro loco aveva organizzato molti spettacoli. Fra questi: baby dance (il coccodrillo come fa, le tagliatelle di nonna pina) e musica romagnola. Si può? avevo la nausea.
hai ragione! nonsi può!!!
Ho suonato il piano per alcuni anni, poi stupidamente ho mollato tutto. Ma l’amore per uno strumento, specie se forte come quello per il piano, penso che sia qualcosa di assoluto…!
già…è un po’ capriccioso, a volte s’arrabbia ma io e lui andiamo d’accordo, anche se io non sono un grande pianista e lui non è un pianoforte da concerto. Nella nostra mediocrità ci troviamo bene.