Maggio 8, 2008 by pani
Una musica costante è la storia di un amore, di un musicista, del suo quartetto d’archi. E poi è la storia di una pianista che nasconde un segreto, una delle peggiori cose che possono succedere ad un musicista.
Michael, il narratore, è un violinista che contro il volere del suo maestro ha scelto di suonare in un quartetto e non come solista.
Molte pagine del romanzo sono dedicate al rapporto tra lui e gli altri componenti il quartetto. Così dice in una delle prime pagine:
“Ogni prova del Quartetto Maggiore comincia con una scala di tre ottave, semplice e molto lenta, di tutti e quattro i strumenti all’unisono…Per quanto pesanti siano state le nostra vite negli ultimi giorni, per quanto acri le discussioni sulle persone, o sulla politica, per quanto viscerali i dissensi su ciò che stiamo per eseguire e su come eseguirlo, la scala ci ricorda che, quando si arriva a suonare, siamo una cosa sola”.
Michel suona un prezioso Tononi, prestatogli all’inizio della sua carriera da un’anziana signora che lo aveva spinto ed educato alla musica. L’ansia di perdere quello strumento accompagna molti pensieri del protagonista. Allo stesso tempo, Michel ama una donna che non gli appartiene, Julia, che non ha mai cessato di amare ma dalla quale dieci anni prima è fuggito.
Un incontro casuale ma fortemente cercato fanno riprendere questo amore che per un breve periodo prende il sopravvento sulla saggezza, la serenità conquistata, la famiglia di lei, i rapporti con il quartetto.
Perché si può leggere
Non è un libro riservato ai musicisti, anzi, anche chi è completamente dstante dalla musica classica, alle sue dinamiche e ai suoi significati, ne rimane affascinato ed incuriosito.
Parla di amore, amicizia, musica, tradimento, sfide. Insomma, parla di vita e la versione economica della TEA costa solo otto euro, troppo poco.
La struttura in brevi capitoli invece di rendere frammentaria la lettura, la rende più dinamica, leggera. Si può leggere un capitolo tra un pensiero e l’altro, tra un’occupazione e uno scambio di parole, per accorgersi poi di aver finito l’intero libro.
Io lo sto rileggendo per la seconda volta, alla ricerca di quelle note nascoste, fraseggi musicali che al primo ascolto passano inosservati.
L’autore
Vikram Seth è nato a Calcutta nel 1952. Ha studiato Economia alla Stanford University, trascorrendo lunghi periodi in Inghilterra, California, India e Cina.
Ha pubblicato: Autostop per l’Himalaya (1983), che descrive l’avventuroso viaggio compiuto da Nanchino a Dehli, passando per il Tibet, romanzo che ha ricevuto il Thomas Cook Travel Award
Nel 1986 scrive The Golden Gate un romanzo in versi che vende più di centomila copie soltanto negli Stati Uniti.
Il successo internazionale lo raggiunge con Il Ragazzo Giusto.
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Aprile 30, 2008 by pani
Uno dei tre uomini mi chiese: “Quale vuoi?”
A me sembravano tutti uguali e non sapevo quale scegliere.
Mi trovavo in un laboratorio dal soffitto altissimo, un edificio che con tutta probabilità doveva essere stato una stalla, qualche decennio prima. Le interiora dei pianoforti erano accatastate da un lato mentre i loro mobili dall’altro.
“Ti consiglio questo” disse il signor De Vecchi mostrandomi uno strumento che presentava una forma abbastanza riconoscibile e paragonabile ad un pianoforte.
“Dobbiamo solo dargli il colore e incollare qualche cornice. Ti piace questa, sottile e tonda?”
Il signor De Vecchi era un artigiano che acquistava pianoforti di terza mano in Germania. Partiva con un camion vuoto e ritornava dopo un mese con lo stesso pieno. A quel tempo per me la Germania era qualcosa di buio e misterioso. Per arrivarci bisognava attraversare la Foresta Nera e restare via parecchi giorni. E se il signor De Vecchi affrontava un viaggio del genere per acquistare vecchi pianoforti, un motivo doveva esserci. E forse anche più di uno.
“Vuoi la tastiera di plastica o di avorio?”
Vedendomi incerto la scelta la fece lui:
“E’ meglio di plastica, costa meno e i tasti non diventano gialli”.
“Ma che fine hanno fatto i tasti originali?” chiesi incuriosito.
“Mah! In Germania ci fanno le dentiere per gli animali da compagnia e forse anche per le mucche da latte”.
Io strabuzzai gli occhi, come feci quando venne la mia insegnante a provare il pianoforte.
“Dovevi chiedere a me! Ti portavo io nel negozio giusto. Questo strumento non durerà a lungo”.
Sono passati venticinque anni e il pianoforte è ancora con me. Abbiamo traslocato due volte e subìto qualche riparazione. Da un decennio non chiamo l’accordatore e cerco di arrangiarmi da solo. Gli accordatori non sono gente normale: il primo indossava delle scarpette rosa mentre il secondo era logorroico, appassionato di formula uno ma soprattutto suonava in un locale per spogliarelliste.
Quando non mi esercito per molto tempo le corde si rattristano. Me ne accorgo appena inizio a suonare: sembrano delle educande al loro primo incontro galante. Hanno quasi paura a farsi toccare, non rispondono, esitano. Anche l’odore del mobile, quando scopri la tastiera, non è dei migliori: profuma da sacrestia, da casa costruita in tufo.
Dopo qualche giorno si lasciano andare, il suono diventa corposo, pulito. Tutto lo strumento interagisce, anche il mobile emana un buon profumo. Dovessi descrivere questa sensazione con un’immagine prenderei una ragazza dai capelli lunghi e i seni scoperti, affacciata ad una finestra sul mare. Poi, dopo un uso costante, le corde si stancano. Lo si avverte dal suono: qualche corda stride, un martelletto scricchiola, il pedale del forte s’allenta. Sembra quasi un’amante stanca.
Tra i nostri ricordi più belli c’è una notte d’agosto del’98, quando mi alzai e approfittando del fatto che in casa non c’era nessuno, suonai in perfetta solitudine per qualche ora. Sul pianoforte, sotto il leggio, c’è una targhetta d’ottone con inciso il nome del costruttore:
J.Reissmann Kgl.b. Hoflieferant Nurnberg
A seconda delle musiche immagino che il pianoforte sia appartenuto ad una bambina della Baviera, con le trecce bionde e i piedi che non arrivavano ai pedali; oppure ad un gerarca nazista scampato al processo di Norimberga. Periodicamente, quando lo smonto per pulirlo o ammorbidire i feltri dei martelletti, ripenso a quell’edificio pieno di interiora e quarti di pianoforte. Controllo sempre l’interno, gli spazi fra l’arpa e la struttura di legno nella speranza di trovarci qualcosa, un segno, un segreto. Poi, prima di chiuderlo, lo pulisco con delle lozioni di mia creazione a base di lavanda o melissa.
E pulisco anche i tasti, non si sa mai, un giorno potrebbero andare bene per la dentiera di qualche cavallo.

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Aprile 20, 2008 by pani

“Sapesse quante volte ci succede” mi disse il signor De Vecchi.
Lo avevo chiamato dopo il mio matrimonio per trasportare il pianoforte nella nuova casa. Venne con suo figlio e, se trasportarlo dalla casa dei miei fino al furgone fu un lavoro abbastanza semplice, portarlo al secondo piano si rivelò un’impresa sovrumana. Il padre salì lungo le scale con il piano fissato alla schiena tramite delle cinghie di cuoio, ruvide e lucide allo stesso tempo. Il figlio stava dietro, imbragato anche lui allo strumento in un abbraccio che pareva mortale. Al secondo pianerottolo si fermarono per prendere fiato, aprirono un pannello del pianoforte e poi lo richiusero. Quando arrivarono al mio appartamento e sciolsero le cinghie, il signor De Vecchi disse:
“Abbiamo trovato questo in fondo al pianoforte”.
Osservai il piccolo libretto verde, un comune libretto di risparmio che da anni cercavo e credevo di aver perso.
“Ecco dove l’avevo messo!” esclamai.
“Sapesse quante volte ci succede” mi rispose.
Questa sua affermazione mi rimase impressa e mi convinsi che in una casa non esiste posto migliore per nascondere qualcosa. Dopotutto il pianoforte è una cassaforte abbastanza economica e può assecondare degnamente i nostri istinti musicali. Gli eventuali ladri che violano le nostre dimore non rivolgono mai le loro attenzioni verso questo strumento. Preferiscono strappare le tele dei quadri, sfondare controsoffitti, svuotare i pensili della cucina e le zuccheriere o addirittura rovesciare librerie intere. Ad un mio amico strapparono tutti i battiscopa, smontarono la televisione e sollevarono il parquet ma gli lasciarono intatto il pianoforte. Forse i ladri hanno un certo timore di fronte al più maestoso degli strumenti, come se si trattasse di un leone. E poi, a chi non è pratico può risultare impegnativa la sua apertura. Insomma, sfondare con un’ascia un pianoforte deve sembrare un peccato mortale anche al più cinico dei ladri.
Così, dal giorno che ritrovai il mio libretto di risparmio presi una brutta abitudine. Ogni tanto, quando vado in un mercatino dell’usato e vedo un vecchio pianoforte, fingo un certo interesse, provo a suonarlo e poi chiedo se sia possibile controllarne l’interno. Il venditore quasi sempre non sa come fare ad aprirlo e allora ci penso io a togliere i due pannelli. Se vedo che all’interno, al di fuori dell’arpa non c’è nulla , spesso basta infilare una mano dietro di essa per trovarci gli oggetti più svariati.
Tra le mie scoperte ci sono un nido di topi, una chiave per accordatura e un deodorante a forma di fungo. Ma oltre a queste, alle quali si può assegnare una più che ragionevole spiegazione, ci sono stati altri ritrovamenti sui quali è lecito e doveroso fantasticare:
- un pettine di metallo privo di quattro denti;
- un piccolo piatto con delle mezze penne al ragù ormai fossilizzate;
- una rivista pornografica priva di copertina con i virtuosismi di Ilona Staller in arte Cicciolina;
- una bottiglia di Grappa Veneta;
- una ventina di lettere d’amore tenute insieme da un nastro rosa;
- due soldatini dell’Africa Korps marca Atlantis;
- due videocassette prive di custodia delle quali non ho potuto visionarne il contenuto;
- una bambola modello Barbie completamente nuda e con gli arti mozzati.
Nel mio pianoforte non ho nascosto più nulla ma ogni volta che entro in una casa, anche quella dei miei allievi, mi chiedo sempre cosa ci sia nascosto dentro lo strumento. E a volte, la tentazione di aprirlo si fa forte. Mi invento una scusa qualsiasi, un suono strano, una vibrazione. Propongo di aprirlo e mi arresto solamente quando vedo il volto del proprietario arrossire. E allora continuo a soddisfare la mia curiosità con i pianoforti privi di padrone.
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Aprile 11, 2008 by pani
Fra i tanti libri, quello a cui tengo di più è il dizionario di mia nonna Cornelia, un edizione del 1886 dalla copertina marrone e rigida, composto da 1350 pagine.
In esso ci sono alcuni definizioni spassose e altre che fanno lavorare anche le zone del cervello solitamente pigre.
Prendiamo ad esempio la definizione di tre:
“Che seguita immediatamente al due”.
Niente da dire, è corretto.
Prendiamo ora la definizione di quattro:
“Che contiene in sé due volte il due”.
E anche questo è corretto.
Ma la migliore è quella del sette:
“Che contiene il tre e il quattro”.
Per finire con il nove:
“Che sta tra l’otto e il dieci”.
Poi mi sono accorto che non c’è niente di eccezionale in queste definizioni. I dizionari moderni non sono poi così diversi.
Allora ho approfondito le mie ricerche su altri termini, come ad esempio, elettricità:
“fluido sperso nella natura e che dà luogo ad una moltitudine di fenomeni”.
Il calcio, oltre ad essere una pedata è un giuoco antico nella città di Firenze.
Lampada: vaso sul quale si tiene acceso un lume ad olio.
Telegrafo: macchina collocata in luogo elevato, per mezzo della quale facevansi certi segnali, che ripetuti da altre simili macchine, collocate a certa distanza le une dalle altre, servivano a trasmettere prestamente novelle od ordini a coloro che erano in grandissima lontananza.
Pistola: sorta d’arme corta da fuoco, così detta perché credesi inventata a Pistoia.
Comunismo: specie di socialismo più volgare e più sozzo, il cui scopo è la divisione dei beni fra tutti.
Camorra: società di malvagi nell’Italia meridionale che riscuote fraudolentamente una tassa illecita sui proventi altrui.
E poi è simpatico vedere come nell’arco di un secolo il significato di alcune parole sia mutato. Ad esempio, per gabinetto l’unica definizione è: meglio stanzino, cameretta da scrivere, studiare, ecc. armadietto, stipo per conservare cose preziose (!!!)
Mattonella: sponda del tavolo su cui si gioca a bigliardo- specie di confetto – indirettamente, incidentalmente.
Piastrella: ciascuno di quei piccoli sassi piani, che servono ai ragazzi per giuocare in vece delle pallottole.
Sapone: mistura composta comunemente d’olio, calcina o cenere che si adopera per lavare e purgare i panni e bagnar la barba prima di raderla. (quindi o non ci si lavava o si usava qualcos’altro).
Succursale: chiesa che serve in vece di parrocchia.
Non esiste la radio. L’aereo è qualcosa che appartiene all’aria o sta nell’aria ma nessun riferimento agli aeroplani. Tuttavia esiste il paracadute. Il dirigibile è un sostantivo femminile che significa: che può dirigersi.
Non esistono il rubinetto, il frigorifero, la tapparella.
Non esiste la bicicletta ma c’è il velocipede: macchina con due ruote che corre, solo che si tocchi colla punta de’ piedi un braccio di leva, che v’ha in essa, da chi la cavalca.
Non esistono alcune invenzioni che videro la luce proprio in quegli anni: la plastica, il telefono, il giradischi, il grammofono, il cinema, il grattacielo, la dinamite.
Ora sto iniziando a leggere tutte quelle parole che non si usano più, e sono molte, di una ricchezza che nessun’altra lingua può darci. Ve ne regalo due:
Squartanugoli: spaccamontagne, millantatore.
Straccagelosie: chi sta sempre alle gelosie delle finestre.

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Aprile 4, 2008 by pani
Se bastasse un cartello come questo, forse si risolverebbero molti problemi.

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Marzo 25, 2008 by pani

Quando arriva la primavera i segnali sono molti: le giornate si allungano, i merli fanno rotta tra il giardino e l’olivo, indaffarati a costruire i nuovi nidi. E poi, con i primi caldi l’erba cresce ed è necessario riprendere il tosaerba, pulirlo, sistemare la presa della corrente, tutte cose che ci si è dimenticati di fare alla fine dell’autunno. O meglio, non si è voluto fare per pigrizia.
Un altro segnale è il sacchetto di plastica che pende sulla rete di confine. Dentro ci si trovano le primizie che il mio vicino gentilmente mi regala. Lui, figlio di contadini, ex contadino, ex alpino, un nonno con i baffoni, ci offre sempre qualcosa del suo raccolto, anche il vino che mosta o un piatto di bogoni che insieme abbiamo catturato.
Talvolta ci troviamo tutti e due alle prese con il tosaerba o con la potatura di qualche pianta oppure solo intenti ad osservare la vita che cresce e allora ci perdiamo in chiacchiere, fino a quando il sole tramonta e il freddo ci entra nelle ossa. Oppure fino a quando sua moglie non lo reclama, chiamandolo sempre per cognome, un vezzo che di sicuro si porta dietro da quando erano giovani.
Lei, ex figlia delle montagne, ex operaia in un biscottificio, ogni tanto mi parla di quel “caval mato” della secondogenita, che dopo otto anni ha lasciato Marco ed è andata a vivere con un uomo sposato. Poi è tornata con il fidanzato, poi è andata a vivere con un altro uomo. Infine è tornata di nuovo con il fidanzato ma di sicuro lo lascerà alla fine del mese.
E ogni volta che mi racconta questo, io mi chiedo chi sia più matto: la figlia o Marco che ogni volta l’accoglie a braccia aperte?
Lo penso ma non lo dico, perché fa tutto lei da sola:
“Quel caval mato…” e poi ci aggiunge qualche altra parola che non è bello sentire pronunciare da una madre. E allora io le dico:
“No signora, non dica così. L’importante è che lei sia contenta, in salute…” e tante altre frasi inutili che si dicono per portare conforto. Parole che escono per pura cortesia ma che a volte funzionano perché la signora, raccolta l’insalata e ascoltate le mie parole mi dice:
“Pani, cosa vuole farci? Bisogna tenerla così. L’è un caval mato…” e rientra in casa ridendo, con gli occhi lucidi ma il sorriso sulla bocca.
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Marzo 14, 2008 by pani
“Devi passare il pollice sotto il dito medio”. Dico questo prendendole il dito e poi l’intera mano, per spiegarle il passaggio del pollice. Le sue dita sono tutte inanellate, mi fermo un attimo, conto tredici anelli e poi una decina di braccialetti al polso.
“Sbaglio qualcosa?” mi chiede perplessa.
“No…scusa, stavo solo contando i tuoi anelli”.
“Ah! Sono tanti vero? A me piacciono molto”.
Vorrei dirle che anche a me piacciono, ma forse esagera, soprattutto con l’anello al pollice. Nella lezione precedente non c’era.
Le muovo le dita, una alla volta. Sono perfette, affusolate, senza nodi, adatte per uno strumento a tastiera. Non sono fredde e neppure calde o sudate.
Sono tiepide, alla giusta temperatura e lei se le lascia toccare. Posso fare tutto con le sue mani.
Riprende a suonare e io, seduto a sinistra osservo l’ immagine che si riflette sul mobile nero del pianoforte. Guardo il suo labbro che s’increspa quando il passaggio si fa duro. Il suo sorriso quando sbaglia una nota e lei che mi osserva proprio tramite quel riflesso.
Dopo una decina di minuti le dita si sciolgono e lei suona senza esitazioni. Io mi rilasso, penso solo all’ascolto e poi g
uardo in basso, i suoi piedi nudi.
“Ho suonato bene?” mi chiede alla fine.
“Sì, hai solo sbagliato un passaggio con la mano destra”.
“Quale?”
“Questo”.
Mi sporgo, allungo la mano destra, suono le battute che ha sbagliato. Con il gomito le tocco inavvertitamente il seno. Lei non si scosta.
“Ho capito!” fa lei.
Riprende a suonare e sta suonando alla perfezione quando arriva sua figlia di sei anni, con un libro in mano e le chiede:
“Mamma, cosa vuol dire dittatore?”
“Ehm…poi te lo spiego”.
Io guardo la bambina, sorrido e poi le sussurro:
“ Dittatore? Chi ha le dita piene di ori, come tua mamma”.
La bambina scappa in cucina, ridendo con la mano sulla bocca.
“Uhm…le hai detto una della tue?” mi dice senza staccare le mani dalla tastiera e osservandomi attraverso il riflesso del mobile. Il suo sopracciglio è arcuato e fa la rima con la piega delle labbra.
“Sì” rispondo.
“Ti perdono perché sei il mio maestro”.
“Grazie. Però qui hai sbagliato di nuovo”.
Allungo il braccio destro, suono le battute, con il gomito le sfioro il seno. E lei non si scosta.

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Marzo 7, 2008 by pani

“Ti arrabbi se ti do un bacio?”
Dissi così, senza preavviso, anche se tutti e due sapevamo che sarebbe successo.
“No” mi rispose.
La baciai sulla guancia. Era gennaio e il suo viso profumava di fresco.
“Ti arrabbi se te ne do un altro?”
“No”.
Le diedi un altro bacio, sempre sulla guancia.
Ora le sue guance erano meno fresche: un leggero rossore le riscaldava.
Noi due, chiusi nell’ascensore di un palazzo alto dieci piani, ci scambiavamo i primi innocenti baci.
Non c’era stato nessun motivo particolare per entrare in quel palazzo, nessuna persona d’andare a trovare, neppure un conoscente. Era solamente un palazzo che distava trecento metri da casa sua e prima di lasciarci avevamo pensato di andare a vedere quanto impiegava un ascensore a salire là sopra.
“Andiamo al decimo?”
“Certo”
Fortunatamente era vuoto e quando arrivammo al quarto o quinto piano ebbi l’idea geniale di darle il primo bacio, poi il secondo, poi il terzo.
Io la baciavo durante la salita, lei contraccambiava durante la discesa.
Al decimo piano si sentiva la musica di un pianoforte, le note che sfumavano lentamente.
Dopo due giri di giostra uscimmo dal palazzo, l’accompagnai alla porta e poi rincasai, ubriaco di felicità. Era il mio quindicesimo compleanno, il giorno in cui avevo baciato una ragazza, la mia prima vera ragazza.
Quattordici anni dopo ripresi quell’ascensore. Salii fino al decimo piano e mi ricordai di quel giorno, delle guance fresche di Lucia. Sembrava che fosse lì. Forse mimai anche il gesto, il movimento della testa che si abbassa fino a raggiungere un ipotetico volto.
Ripensai a quei momenti fino a quando l’ascensore s’arrestò. Ero arrivato al decimo piano ed una porta s’aprì. Mi accolse l’accordatore che aveva restaurato la meccanica del pianoforte: ero andato a saldare il conto.
Quando scesi, nuovamente con l’ascensore, non so se mi fece più male il ricordo di quel primo bacio o i soldi che avevo appena lasciato a quell’uomo.
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Marzo 3, 2008 by pani
La settimana scorsa sono andato a trovare i miei. Anche a distanza di anni scopro che non ho dimenticato certe abitudini tipo alzare gli occhi sul secondo piano della casa sul retro, per vedere se c’è la ragazza tedesca, oppure osservare dalla finestra della cucina le persone che passeggiano. Talvolta mi sembra che non sia cambiato nulla: la magnolia è sempre della stessa altezza, la signora dai capelli viola porta a spasso lo stesso cane e la tedesca ormai ha una figlia di vent’anni ma fa sempre piacere vederla.
Quel giorno ho visto anche il mio amico Marcello. Siamo cresciuti insieme, dalle elementari alle superiori e poi ci siamo persi. Lui è tornato a vivere nel condominio dove è nato, nell’appartamento proprio sopra a quello dei genitori.
Lo osservavo mentre usciva dal garage con suo figlio Martino. Sorridevo pensando ai loro nomi. Un tipo metodico come Marcello al proprio figlio poteva dare solamente un nome che iniziava con la lettera emme. Li osservavo mentre uscivano con le biciclette. Martino (avrà dieci anni) è proprio uguale a suo padre quando aveva la stessa età. Mi pareva di vedere lo stesso bambino che mi rubava i soldatini, il mio migliore amico con il quale raramente ho fatto a botte e che quando saliva in bicicletta dava sempre un’impennata. Non troppo elevata, perché una volta si era cappottato. Giusto una piccola impennata, sufficiente ad alzare di dieci centimetri la ruota davanti.
Li osservavo controllare la pressione delle gomme. Marcello era di nuovo dimagrito. Lo vedo una volta all’anno e ogni volta è diverso. E’ il classico uomo che gioca sui dieci chili in più o in meno.
Martino è salito sulla bici ed è uscito in strada. Marcello ha inforcato la sua (grigia, come quella che aveva trent’anni fa), ha fatto una pedalata e poi… sì, inarcando la schiena e forzando sui reni ha dato un’impennata, leggera, sufficiente ad alzare di dieci centimetri la ruota davanti.
Tag: bicicletta, impennate, pensieri, racconti, ricordi
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Febbraio 26, 2008 by pani

La mia collega Claudia è donna di poche parole. A lei ne servono poche, sono sufficienti i suoi occhi verdi, lo sguardo, i fianchi larghi e la vita stretta. Il seno è quasi inesistente ma questo è solo un dettaglio.
Lei lavora con le immagini, crea proposte grafiche, ritocca, inventa situazioni. E nelle immagini le parole non servono, sono già esplicative, parlano o lasciano intuire.
Lei è donna di poche parole e quelle poche che dice le usa spesso. Come gli inglesi dicono “nice”, “very nice” per qualsiasi cosa, lei dice sempre “bellissimo”, a volte con una sospensione tra la elle e la i.
Ecco quindi che la casa dove andrà abitare è bellissima. Anche la nuova cucina, con il piano in marmo, è bellissima. Il letto matrimoniale è bellissimo e pure il pavimento.
Poco fa mi ha detto che ieri ha fatto un po’ di giardinaggio.
“Ho sistemato il prato, era tutto in disordine e pieno di erbacce. Sabato scorso ho comperato una vanga…è stretta e lunga, è fatta così… ma è bell-issima”.
E io non ho potuto fare a meno di lasciarmi scappare un sorriso e pensare: “Sì, sei bell- issima e non hai bisogno di molte parole”.
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